LA “VIA LUCIS”

DON ENRICO FINOTTI

Il pio esercizio della Via lucis nelle disposizioni della Chiesa

«In tempi recenti, in varie regioni, si è venuto diffondendo un pio esercizio denominato Via lucis. In esso a guisa di quanto avviene nella Via crucis, i fedeli, percorrendo un cammino, considerano le varie apparizioni in cui Gesù – dalla Risurrezione all’Ascensione, in prospettiva della Parusia – manifestò la sua gloria ai discepoli in attesa dello Spirito promesso (cf. Gv 14, 26;16, 13 – 15; Lc 24, 49), ne confortò la fede, portò a compimento gli insegnamenti sul Regno, definì ulteriormente la struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa.

Attraverso il pio esercizio della Via lucis, i fedeli ricordano l’evento centrale della fede – la Risurrezione di Cristo – e la loro condizione di discepoli che nel Battesimo, sacramento pasquale, sono passati dalle tenebre del peccato alla luce della grazia (cf. Col 1, 13; Ef 5, 8).

Per secoli la Via crucis ha meditato la partecipazione dei fedeli al primo momento dell’evento pasquale – la Passione – e ha contribuito a fissarne i contenuti nella coscienza del popolo. Analogamente, nel nostro tempo, la Via lucis, a condizione che si svolga con fedeltà al testo evangelico, può mediare efficacemente la comprensione vitale dei fedeli del secondo momento della Pasqua del Signore, la Risurrezione.

La Via lucis può divenire altresì un’ottima pedagogia della fede, perché, come si dice, per crucem ad lucem. Infatti con la metafora del cammino, la Via lucis conduce dalla constatazione della realtà del dolore, che nel disegno di Dio non costituisce l’approdo della vita, alla speranza del raggiungimento della vera meta dell’uomo: la liberazione, la gioia, la pace, che sono valori essenzialmente pasquali.

La Via lucis, infine, in una società che spesso reca l’impronta della “cultura della morte”, con la sue espressioni di angoscia e di annientamento, è uno stimolo per instaurare una “cultura della vita”, una cultura cioè aperta alle attese della speranza e alle certezze della fede». (Direttorio su pietà popolare e liturgia, n. 153)

 

Due riti analoghi: la Via crucis e la Via lucis

«Come naturale coronamento della “via crucis”, é sorta in tempi recenti la pratica della “via lucis”: la meditazione orante dei misteri gloriosi del Signore – gli eventi compresi tra la Risurrezione e la Pentecoste – ci insegna a camminare nel mondo da “figli della luce”, testimoni del Risorto»[1].

Alla luce di queste autorevoli indicazioni, si propone qui uno schema classico di Via lucis, formata unicamente da testi biblici.

Nelle 14 stazioni, per analogia con la Via crucis, si considerano tutti i fatti relativi alle apparizioni del Signore, dal sepolcro vuoto all’Ascensione e dall’attesa dello Spirito Santo alla Pentecoste. In tal modo che l’intero evento pasquale nella sua completezza viene proposto e meditato in un’unica celebrazione. Ciò da modo ai fedeli di conoscere con uno sguardo complessivo e sintetico le manifestazioni del Risorto e gli eventi della Pasqua-Pentecoste. I testi sono tratti fedelmente e normalmente dai quattro Vangeli e riportati in forma breve come conviene al carattere contemplativo del pio esercizio. Le meditazioni, pure brevi, sono tratte dagli Atti degli Apostoli. Infatti, è questo il libro biblico tipico che la Chiesa proclama nel tempo pasquale. La testimonianza che ne danno gli Apostoli Pietro e Paolo nei loro discorsi rappresenta la forma originaria dell’annunzio della Pasqua. Tale modalità e contenuto garantiscono alla Chiesa di tutti i tempi la norma sicura per l’autenticità e la giusta interpretazione dell’annunzio evangelico della risurrezione del Signore.

Il diacono o il sacerdote stesso introduce la celebrazione con quello che si ritiene uno dei testi più antichi e completi dell’annunzio del mistero pasquale: «Vi rendo noto, fratelli  quello che anch’io ho ricevuto…» (1 Cor 15, 3-7). Quindi il sacerdote pronunzia l’orazione «O Padre, che illumini questi giorni pasquali», desunta dalle collette della notte e del giorno di Pasqua. I titoli delle varie Stazioni, in corrispondenza con quelli della Via crucis, esordiscono sempre col nome di «Gesù», per affermare l’unità della Persona divina del Christus patiens e il Christus resurgens. I due versetti, che formano il contrappunto ad ogni stazione in analogia con quelli del pio esercizio della Via crucis, sono ricorrenti nella Liturgia delle Ore del tempo pasquale. Il primo versetto Surrexit Dominus de sepulcro, alleluia a cui si risponde Qui pro nobis pependit in ligno, alleluia afferma ancor più l’identità tra il Cristo che ha veramente patito ed é morto sul legno della croce (via crucis) col Cristo che é veramente risorto dal sepolcro (via lucis). Il secondo versetto Gaude et laetare Virgo Maria, alleluia a cui si risponde Quia resurrexit Dominus vere, alleluia richiama la gioia di Maria santissima nell’incontro col suo Figlio risorto, dopo il lungo penare con lui sulla via dolorosa, espresso dalla sequenza Stabat Mater nella Via crucis. La gioia dei discepoli, che videro il Signore risorto e della Chiesa che oggi ne celebra il mistero, trova una mirabile effusione nella lauda O filii et filiae. Infatti, come la Via crucis é intercalata dalle strofe della Sequenza Stabat Mater, così la Via lucis é intercalata dalle strofe della lauda pasquale O filii et filiae, che narra gli incontri col Risorto. Terminata la 14 stazione il diacono o il sacerdote conclude con le parole di san Giovanni: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli…», che inducono i fedeli a terminare la Via lucis con la solenne professione di fede: «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30-31). Detta l’orazione finale Deus qui per resurrextionem si può tenere una breve omelia. Il canto Christus vincit con l’augurio Tempora bona veniat corona la celebrazione, che si conclude con la benedizione e l’antifona mariana Regina caeli.

Il rito, in analogia con la Via crucis, può essere celebrato anche con un itinerario processionale, interno o esterno alla chiesa: si tratta di un cammino meditativo, che, dopo aver percorso le tappe della passione del Signore, prosegue nella contemplazione delle molteplici apparizioni del Risorto, fino alla «beata pentecoste».

Se la celebrazione avviene in chiesa si accende il cero pasquale posto sul suo candelabro[2]. Nel caso di una processione serale i fedeli possono tenere in mano i ceri accesi, come segno di festa e di partecipazione mistica alla risurrezione del Signore. La processione é preceduta dalla croce astile preziosa, segno di vittoria, in analogia con la croce penitenziale che guidava la Via crucis.

Quando celebrare la Via lucis? Il pio esercizio della Via lucis, come quello ad esso connesso della Via crucis, può essere opportunamente celebrato in vari tempi e occasioni lungo il corso dell’anno (pellegrinaggi, ritiri spirituali, congressi, ecc.), tuttavia il tempo più adatto è il tempo pasquale, nel quale si ricordano i misteri gloriosi della Risurrezione, dell’Ascensione e della Pentecoste e le grandi apparizioni del Risorto, che la Via lucis  propone alla meditazione.

 

Un giorno singolare per la Via lucis: la «Mezza Pentecoste»

L’antica tradizione liturgica della Chiesa, soprattutto orientale, ci offre un giorno singolare che emerge con particolare solennità nel centro della «Cinquantena pasquale» o «Beata Pentecoste»: é il mercoledì della IV settimana di Pasqua. Si tratta esattamente del giorno mediano tra la Pasqua e la Pentecoste e perciò viene chiamato «Mezza Pentecoste». In questo giorno la Chiesa pone l’attenzione ad un singolare fatto evangelico che ne offre il contenuto misterico: é il testo del Vangelo di san Giovanni nel quale si narra l’intervento del Signore alla «festa dei Giudei, detta delle capanne» (Gv 7, 2), quando si afferma espressamente: «Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava» (Gv 7, 14). Ora la grande festa della Chiesa é il laetissimum spatium tra la Pasqua e la Pentecoste e non é strano che questo intervento del Signore «a metà della festa» sia commemorato dalla Chiesa proprio nel cuore stesso del tempo pasquale, nel giorno mediano, detto appunto «Mezza Pentecoste». Se si considera poi che: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7, 37-38) si comprende come questo giorno di «Mezza Pentecoste» costituisca un eccellente ponte tra la risurrezione del Signore e l’annunzio del dono dello Spirito Santo nella successiva Pentecoste. Anfiloco di Iconio (fine sec. IV) in un’omelia di questa festa afferma: «Il Signore é mediatore; mediana é anche la festa. Infatti, il mezzo é sempre assicurato dagli estremi. A causa di ciò, questa festa riceve una duplice grazia della Risurrezione. Infatti, trovandosi tra la Risurrezione e la Pentecoste, essa ricorda la Risurrezione, indica la Pentecoste e annuncia l’Ascensione»[3]

[1] Comitato Centrale per il Grande Giubileo dell’anno 2000, Pellegrini in preghiera per il Giubileo dell’Anno santo del 2000, Milano, ed. Mondadori, 1999, p. 208.

[2] Il cero pasquale per la sua dignità e fragilità, dopo aver assolto la sua funzione liturgica nella Veglia pasquale ed essere stato collocato sul suo candelabro, non dovrebbe essere rimosso, quale segno liturgico della ‘presidenza’ del Risorto nel laetissimum spatium della «beata pentecoste».

[3] ANDRONIKOF, C., Il senso della Pasqua nella liturgia bizantina, vol. II, Ed. elle di ci, TO, 1986, pp. 22-23.

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