La disciplina liturgica (terza parte)

VI      La disciplina musicale

Dal regime della disciplina liturgica non possiamo escludere una parte essenziale della liturgia stessa, che è la musica sacra. Anche questa deve sottostare a precise regole che ne assicurino l’identità di musica al servizio della liturgia e ne garantiscano l’efficacia nell’educazione spirituale del popolo di Dio. Possiamo indicare alcune leggi basilari:

– La musica sacra parte necessaria della liturgia solenne

La Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium afferma: «Il canto sacro legato alle parole è parte necessaria o integrante della liturgia solenne» e prosegue: «L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini Uffici sono celebrati solennemente in canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva (actuose) del popolo» (SC 112). Da questa affermazione si desume che non è secondo la mente della Chiesa escludere la forma della liturgia solenne in favore di una permanente recitazione feriale. Il popolo di Dio ha diritto di avere nelle domeniche e nelle feste dell’anno liturgico la celebrazione solenne della liturgia secondo i vari gradi di solennità. Da ciò nasce la necessità di una adeguata abilitazione al canto sacro del sacerdote, dei ministri e della schola cantorum. Un costume secolarizzato e un ritmo funzionalistico porta facilmente ad una liquidazione ingiustificata della solennità con gravi danni all’aspetto contemplativo del culto.

– Si canta la liturgia e non nella liturgia

Una seconda regola potrebbe essere espressa così: Si canta la liturgia e non nella liturgia. Infatti la Costituzione liturgica afferma: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia esprimendo più dolcemente la preghiera o favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (SC112). Sono i testi della liturgia che devono essere cantati e non altri testi sostitutivi o introdotti indebitamente nel rito. Non raramente il rito liturgico, riguardo ai canti, sembra essere solo l’occasione per fare altro dal rito stesso, quasi che la Chiesa appalti ad altri autori sia il testo dei canti, sia la melodia che li riveste. In tal caso però la liturgia nella sua parte musicale cessa di essere preghiera pubblica ed ufficiale della Chiesa per assecondare sensibilità religiose private e talvolta difformi dal senso dei misteri stessi della fede che vengono celebrati. In questo specifico settore, perciò, non si potrà realizzare il fine proprio della liturgia e in essa della musica sacra «che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli» (SC112).

– Il carattere sacro della musica liturgica

Una terza importante regola è il carattere sacro della musica impiegata nella liturgia. Non tutto ciò che è fuori del santuario è pure adatto ad entrare in esso. Già il papa san Pio X ebbe a definire le caratteristiche essenziali di una musica autenticamente sacra: «La musica sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità, la bontà delle forme e l’universalità» (Inter pastoralis, n. 2). Ora tali qualità hanno un carattere oggettivo, ossia rilevabile da ogni intelligenza retta e onesta, e permanente nel tempo, ossia superiore alle fluttuazioni soggettive delle percezioni contingenti e delle sensibilità storiche. Evidentemente in una prospettiva soggettivistica, quale è oggi il pensiero dominante, non si accetta un’interpretazione sostanzialmente univoca di tali caratteristiche e si presume di assegnare, con sentimento cangiante e giudizio fluido, l’abilitazione liturgica a musiche strutturalmente incapaci di produrre quella nobile sacralità che esige il culto della Chiesa nella sua esperienza secolare.

– Il modello del canto gregoriano

Infine è necessario un modello di sicura referenza affinché la musica sacra possa valutare la sua idoneità al servizio liturgico. Per il rito Romano la Chiesa non esita a proporre il gregoriano e la polifonia classica come il frutto più eccelso dell’esperienza celebrativa dei secoli. Infatti la Sacrosanctum Concilium afferma: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana» (SC 116). Con tali melodie la Chiesa ha plasmato il cuore dei santi, ha ispirato il genio dei musicisti, ha formato il sensus fidei del popolo cristiano e ha trasmesso di generazione in generazione il depositum fidei, che, oltre alla precisione logica dei termini teologici ha bisogno della contemplazione lirica della musica sacra, che canta il dogma. L’emarginazione di questo immenso patrimonio non solo contrasta col dettato conciliare, ma estingue un’opera incessante dello Spirito Santo, che nel crogiolo dei secoli ha elaborato il linguaggio musicale più adatto a rivestire e potenziare la Parola rivelata e il culto comandato dall’Alto.

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