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RADIO MARIA
GLI INSEGNAMENTI DEL
CONCILIO VATICANO II

secondo lunedì del mese ore 21,00
a cura di don Enrico Finotti
NEWS E ARTICOLI VARI

Dogma e Liturgia

don Enrico Finotti

 

 

Il rapporto tra il dogma e la liturgia, ossia tra le verità da credere e il culto da celebrare, è mirabilmente espresso dall’antico assioma di S. Prospero di Aquitania, che conclude una sua considerazione sulla liturgia, celebrata uniformemente in tutta la Chiesa, con l’espressione: ut legem credendi lex statuat supplicandi 1 («affinché la legge della preghiera determini la legge della fede»).
Se l’assioma è letto nel suo contesto originale se ne capisce con chiarezza il senso autentico. L’Autore intende dire certamente che la legge della preghiera stabilisce la legge della fede, ma nel senso che la liturgia vera contiene il dogma della fede, lo manifesta e lo attesta. E’ in tal modo un locus theologicus di prim’ordine.
Sovente, tuttavia, l’espressione viene citata fuori dal suo contesto e considerata isolata in se stessa. Da ciò i molti equivoci nella sua retta interpretazione, che richiedono una spiegazione più precisa per non cadere in errore.
Nasce spontanea la domanda: è il dogma che stabilisce la liturgia o è la liturgia che stabilisce il dogma? A chi spetta il primato?

Adorare il Padre in Spirito e Verita'

Intervista a mons. Antonio Livi

 

 

Nell’odierna mentalità si respira un notevole disagio verso la dottrina, sia riguardo ai suoi contenuti, sia riguardo ai termini teologici consacrati dalla Tradizione della Chiesa. Si ritiene un esercizio inutile l’approfondimento logico e scientifico del dato rivelato e qualora lo si voglia ancora considerare lo si assume a servizio dell’ideologia per giustificare in realtà una prassi, detta falsamente ‘pastorale’, asservita alle lobby di potere o di pensiero dominanti. In realtà non vi è più l’interesse per una logica fondata sulla verità oggettiva, ma si persegue solo una retorica mirata a ‘giustificare’ un’ideologia soggettiva.
In tale prospettiva il valore della stessa celebrazione liturgica non è commisurato alla trasmissione fedele e nitida del dogma della fede, bensì al suo immediato impatto sociologico, mediante una continua creatività relativa al ‘vissuto’ effimero del momento.
La liturgia in tal modo non è più al servizio di Cristo Signore, via verità e vita, ma dell’uomo concreto nella sua reale mediocrità. Il drammatico passaggio dal teocentrismo all’antropocentrismo, che si è prodotto nel pensiero teologico, si è trasferito immediatamente e spontaneamente anche nel culto liturgico.
Il tema di questa intervista si inscrive nel tema generale di questo numero della nostra Rivista: Il rapporto tra il dogma e la liturgia.
Monsignor Antonio Livi è un teologo di primissimo ordine e di eccellente livello accademico in tale materia e le sue profonde ricerche e notevoli scritti rappresentano per la Chiesa un referente di sicuro orientamento per l’ortodossia della fede.
Un grazie sincero a Mons. Antonio Livi per questo suo contributo, che certamente sarà letto con interesse dai nostri abbonati e potrà costituire una fonte autorevole per la conoscenza, la retta interpretazione e la difesa della Liturgia cattolica.

Il canto della cappella musicale nella celebrazione eucaristica
Mo. Aurelio Porfiri

 

 

 

Se un giorno fosse concessa la possibilità di richiedere un risarcimento per i danni da cattiva interpretazione del Concilio Vaticano II, sicuramente i membri dei cori, scholae cantorum e cappelle musicali diverrebbero milionari. Le cappelle musicali sono state perseguitate a favore del “popolo”. Ora questo problema, già di partenza, è evidentemente un falso problema in quanto la cappella musicale è parte dello stesso popolo, una parte che si qualifica in modo speciale per un servizio. Questa dicotomia fra il “popolo” e il coro, è stata creata ad arte per far passare elementi dissolutivi nel tessuto della tradizione artistica e musicale della Chiesa Cattolica, una tradizione che aspettava una continuità dalla riforma liturgica, non questa continua distruzione. La cappella musicale è stato uno degli imputati eccellenti dei cosiddetti riformatori, riformatori che tradiscono la stessa riforma che si peritano di difendere. La Sacrosanctum Concilium era stata in effetti chiara:
“114. Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le « scholae cantorum » in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30".
Interessante notare che le scholae cantorum devono essere promosse con impegno, non semplicemente sopportate. Nel 114 poi vengono richiamati due ulteriori articoli che chiarificano con ancora più esattezza il quadro legislativo a cui si fa riferimento: “28. Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza”. Ciascuno fa quello che gli è proprio! Se è vero che il coro non deve fare tutto (il che è accettabile) è anche vero che non ci sono altri gruppi che devono monopolizzare tutte le parti della liturgia, sia la stessa impalpabile “assemblea” la cui nozione è anche vaga e da precisare (perché come detto il coro ne è anche parte, non è un corpo estraneo). Ma veniamo al numero 30:
“Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio”.
Cioè, come si evince chiaramente leggendo questo passaggio unitamente a 114 e 28, il canto del popolo non è escludente ma deve essere armonizzato con il canto degli altri attori della celebrazione.

 

LDOGMA E LITURGIA

2016 - anno 9 n. 2

Affidiamo il sito www.liturgiaculmenetfons.it e la rivista Liturgia “culmen et fons” all’aiuto e alla protezione di Maria Madre di Dio e del beato Antonio Rosmini - la redazione -

“Per molti” o “ per tutti”?

Lettera della Congregazione per il Culto Divino sulla traduzione di “pro multis” nella Consacrazione del calice ai presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali del Mondo Roma,

17 Ottobre 2006

 

 

 

 

 

Nel mese di luglio del 2005 questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, ha scritto a tutti i presidenti delle conferenze episcopali per chiedere il loro parere autorizzato sulla traduzione nelle diverse lingue nazionali dell’espressione pro multis nella formula della consacrazione del prezioso Sangue durante la celebrazione della santa Messa (rif. Prot. N. 467/05/L del 9 luglio 2005).
Le risposte ricevute dalle conferenze episcopali sono state studiate dalle due Congregazioni e un rapporto è stato inviato al Santo Padre. Secondo le sue direttive, questa Congregazione scrive ora a Vostra Eminenza / Vostra Eccellenza nei termini seguenti:

 

1. Un testo corrispondente alle parole pro multis, tramandato dalla Chiesa, costituisce la formula che è stata in uso nel rito romano in latino fin dai primi secoli. Negli ultimi trent’anni, più o meno, alcuni testi approvati in lingua moderna hanno riportato la traduzione interpretativa “for all”, “per tutti”, o equivalente.

 

2. Non vi è alcun dubbio sulla validità delle messe celebrate con l’uso di una formula debitamente approvata contenente una formula equivalente a “per tutti”, come già ha dichiarato la Congregazione per la Dottrina della Fede (cfr. Sacra Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio de sensu tribuendo adprobationi versionum formularum sacramentalium, 25 Ianuarii 1974, AAS 66 [1974], 661). Effettivamente, la formula “per tutti” corrisponderebbe indubbiamente a un’interpretazione corretta dell’intenzione del Signore espressa nel testo. È un dogma di fede che Cristo è morto sulla Croce per tutti gli uomini e le donne (cfr. Gv 11,52; 2Cor 5,14-15; Tit 2,11; 1Gv 2,2).

 

3. Ci sono, tuttavia, molti argomenti a favore di una traduzione più precisa della formula tradizionale pro multis:
a. I Vangeli Sinottici (Mt 26,28; Mc 14,24) fanno specifico riferimento ai “molti” (polloi) per i quali il Signore offre il sacrificio, e questa espressione è stata messa in risalto da alcuni esegeti in relazione alle parole del profeta Isaia (53,11-12). Sarebbe stato del tutto possibile nei testi evangelici dire “per tutti” (per esempio, cfr. Lc 12,41); invece, la formula data nel racconto dell’istituzione è “per molti”, e queste parole sono state tradotte fedelmente così nella maggior parte delle versioni bibliche moderne.
b. Il rito romano in latino ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus nella consacrazione del calice.
c. Le anafore dei vari riti orientali, in greco, in siriaco, in armeno, nelle lingue slave, ecc., contengono l’equivalente verbale del latino pro multis nelle loro rispettive lingue.
d. “Per molti” è una traduzione fedele di pro multis, mentre “per tutti” è piuttosto una spiegazione del tipo che appartiene propriamente alla catechesi.
e. L’espressione “per molti”, pur restando aperta all’inclusione di ogni persona umana, riflette inoltre il fatto che questa salvezza non è determinata in modo meccanico, senza la volontà o la partecipazione dell’uomo. Il credente, invece, è invitato ad accettare nella fede il dono che gli è offerto e a ricevere la vita soprannaturale data a coloro che partecipano a questo mistero, vivendolo nella propria vita in modo da essere annoverato fra “i molti” cui il testo fa riferimento.
f. In conformità con l’istruzione Liturgiam authenticam, dovrebbe essere fatto uno sforzo per essere più fedeli ai testi latini delle edizioni tipiche.
Le Conferenze episcopali di quei paesi in cui la formula “per tutti” o il relativo equivalente è attualmente in uso sono quindi invitate a intraprendere la catechesi necessaria ai fedeli su questa materia nei prossimi uno o due anni per prepararli all’introduzione di una traduzione precisa in lingua nazionale della formula pro multis (per esempio, “for many”, “per molti”, ecc.) nella prossima traduzione del Messale Romano che i vescovi e la Santa Sede approveranno per l’uso in quei paesi.
Con l’espressione della mia alta stima e rispetto, rimango della Vostra Eminenza / Vostra Eccellenza devotissimo in Cristo.

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