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IL CANTO CHE RIPOSA NEL FONDO DELLE COSE Giovedì 8 dicembre 2011In una certa occasione qualcuno mi domandò se in cielo ci sarà la musica. Non era il momento di lunghi discorsi. Ci pensai un po’, poi risposi: «Senza dubbio; non si potrebbe immaginare lo splendore dell’assunzione della Vergine senza splendide musiche». Non è azzardato: schiere di angeli vanno incontro alla loro regina che giunge in corpo e anima. La musica è solenne; trabocca affetto, bellezza, allegria. Tutto è sublime. Alla fine, arriva. E il Figlio, che iniziò l’esser uomo in seno alla Trinità, accoglie sua madre. Nella Musica liturgica si deve riflettere il mistero dell'Incarnazione. (Ramón Saiz-Pardo Hurtado - Pontificia Università della Santa Croce - Roma) L'EUCARISTIA E' "UN AFFACCIARSI DEL CIELO SULLA TERRA" Venerdì 23 settembre 2011Intervento tenuto dal Cardinale Malcolm Ranjith all'Assemblea Ecclesiale della diocesi di Porto - Santa Rufina. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la - Lumen Gentium -, nomina l’Eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). LA MUSICA PER RISCOPRIRE IL MISTERO EUCARISTICO Mercoledì 20 luglio 2011Il centro della fede cattolica passa per il mistero eucaristico, celebrato nella liturgia di ogni messa. Questa è una verità indiscussa che però risulta intaccata e banalizzata dal processo di secolarizzazione.Tuttavia non basta l’analisi critica per recuperare la bellezza e la passione per la liturgia. Così Marco Ronchi, direttore di cori liturgici, esperto di musica sacra e pratica del canto Gregoriano, ha scritto il libro "La musica nella liturgia" edito da Lindau.(Zenit.org) ALCUNI EQUIVOCI SULLA MUSICA PER LA LITURGIA (parte I) Martedì 28 giugno 2011Negli ultimi decenni, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, la musica liturgica ha conosciuto una vita tormentata. Alcuni danno la colpa di questo allo stesso Concilio, altri ritengono che lo stesso sia stato male interpretato.(Zenit.org) IL VELO DEL CALICE E LA BENIDIZIONE DELL'INCENSO Mercoledì 18 maggio 2011Si odono di frequente richiami a volgere l’attenzione all’Oriente cristiano, intanto sono omessi nel rito romano elementi che lo richiamano, come velare il calice e benedire l’incenso.(Zenit.org) LA CHITARRA NON E' IL MALE ASSOLUTO DELLA LITURGIA Martedì 17 maggio 2011[...Io continuo ad amare la Tradizione e a ritenerla vivente, non chiusa e finita in qualche epoca storica ma sempre gravida di avvenire. In base a questo, non posso accettare che stili musicali o strumenti musicali, per quanto meravigliosi, possano essere considerati definitivi e mitizzati, perché li condannerei irrevocabilmente alla sterilità (e, peggio ancora, mi condannerei all’idolatria)...](Zenit.org) UNA BASILICA A CIELO APERTO Lunedì 9 maggio 2011Una basilica a cielo aperto: la messa del Papa a Mestre, un esempio per le future maxicelebrazioni papali. |
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LA LITURGIA ROMANA NELLA SUA CONTINUITA' don Enrico Finotti - la recensione - |
Le monizioni nel Messale di Paolo VI
Alcune considerazioni del card. Joseph Ratzinger
(a cura di Fabio Bertamini)
Un compito «prioritario
» oggi, secondo J.Ratzinger, è quello di
tornare ad un rito non
condizionato dall’arbitrio
e dall’inventiva del
sacerdote o delle comunità
locali. Una celebrazione
connotata da elementi
soggettivi, infatti,
porta inevitabilmente a
misconoscere quale sia il
vero Soggetto nell’azione
liturgica e la natura del
culto che è essenzialmente
adorazione della
Maestà divina.
Il primo passo per superare questo stato di precarietà è quello di prendere coscienza che l’ordinamento della sacra liturgia spetta unicamente all’autorità della Chiesa come ricorda il dettato conciliare al n. 22 della Sacrosanctum Concilium. Il secondo passo, è la necessaria revisione e rettifica di alcune formule presenti nello stesso Messale che tendono a legittimare una certa ambiguità: «sacerdos dicit sic vel simili modo - il sacerdote si rivolge ai fedeli con queste parole o in modo simile…». «Queste formule del Messale uff icializzano in effetti la creatività; il sacerdote si sente quasi obbligato a cambiare un po’ le parole, a dimostrare che egli è creativo, che rende questa liturgia attuale per la sua comunità; e con questa falsa libertà che trasforma la liturgia in una catechesi per questa comunità, si distrugge l’unità liturgica e l’ecclesialità della liturgia». (cf. J. RATZINGER, Opera omnia, XI, pp. 757-758).
Se infarcita di monizioni, la liturgia perde i suoi connotati e si risolve in una didattica sterile dove paradossalmente, il Mistero che si vuole celebrare, rischia di venire oscurato: «Purtroppo si deve dire che nella prassi post-conciliare il carattere di ammaestramento è diventato quasi dappertutto eccessivo, dando alla liturgia addirittura un’impronta scolastica». Ci si è dimenticati che «l’epifania del sacro che si manifesta in segni e parole, è già di per sé “istruzione”». Il Concilio aveva ammonito che i riti dovevano essere per sé chiari e tali di non aver bisogno di molte spiegazioni (cf. Sacrosanctum Concilium, 34).
Lo stesso Concilio «aveva però anche spiegato che si sarebbero potuto inserire nella liturgia delle “ammonizioni” come aiuto alla comprensione. Ma benché avesse raccomandato esplicitamente di essere brevi e di attenersi per lo più ai testi prescritti, ha aperto con ciò una diga dalla quale si sono riversati veri e propri fiumi di parole» (J. RATZINGER, Opera omnia, XI, pp. 779-780).
Ratzinger, inoltre, precisa che «l’accessibilità della liturgia non va confusa con la comprensibilità immediata di ciò che è banale». «E non la si può neppure produrre semplicemente con traduzioni migliori e gesti più comprensibili. La si acquista soltanto mediante un cammino interiore - essa richiede “eruditio”, apertura d’animo, grazie alla quale le dimensioni superiori della ragione si schiudono e si svolge un processo in cui si impara a vedere ed ad ascoltare in modo nuovo (....)».
«La liturgia non può essere trasformata in una
lezione di religione e non la si può salvare con la
banalizzazione. Ci vuole una formazione liturgica
o piuttosto, in generale, una formazione spirituale
(...). Gran parte dei cristiani di oggi si trova de
facto nello stato catecumenale e noi dobbiamo
prendere f inalmente questo dato sul serio nella
prassi» (J. RATZINGER, Opera omnia, XI, p. 783). inizio

L’elemento architettonico destinato alla proclamazione
della Parola di Dio ha conosciuto nel corso della storia
e delle aree rituali evoluzioni e differenziazioni
altalenanti: dagli amboni monumentali di alcune basiliche
medievali (si pensi ad esempio all’ambone di Nicola
Pisano nel duomo di Siena) ai leggii volanti; dai “corni”
dell’altare deputati alla lettura distinta dell’epistola e del
vangelo, fino all’ipertrofia degli amboni nelle chiese
riformate; senza contare la storia parallela, ma non
sempre ben distinguibile del pulpito. Questo per rimanere
in ambito occidentale; in oriente le diversificazioni sono
ancora più accentuate (si pensi, ad esempio, al bema
delle liturgie siro-orientali, che occupa un posto centrale
e rilevante all’interno del tempio).
In molte chiese latine contemporanee si assiste a
un’ulteriore evoluzione: gli amboni tendono a ingrandirsi
e gli altari a rimpicciolirsi. Da cosa nasce questa
rinnovata fortuna dell’elemento architettonico
“ambone”? Nasce da un principio molto diffuso nel postconcilio,
che è quello delle due mense: la mensa della
Parola e quella dell’Eucaristia. In realtà, a livello dei
documenti conciliari e della prima applicazione della
riforma liturgica, l’espressione “due mense” non è molto
ricorrente. Il passo più esplicito è PO 18, dove si legge:
«i fedeli si nutrono della Parola di Dio alla duplice mensa
della sacra Scrittura e dell’Eucaristia». Il contesto non
riguarda direttamente la struttura della liturgia, quanto
piuttosto la vita spirituale dei fedeli (e a maggior ragione
dei presbiteri) che deve essere nutrita dalla Parola e
dall’Eucaristia (cf. PC 6). In DV 21, invece, si afferma
che la Chiesa non ha mai tralasciato «di nutrirsi del
Pane di vita, prendendolo dalla mensa sia della Parola
di Dio, sia del Corpo di Cristo», dove il singolare “mensa”
sembra intendere l’unità della mensa stessa. Il pericolo
dell’espressione “due mense” è infatti quello di perdere
di vista la profonda unitarietà del mistero della Parola
che si fa carne, della profezia che si compie nel
sacramento. Non a caso la costituzione sulla liturgia si
esprime in questi termini: «Le due parti che costituiscono
in certo modo la messa, cioè la liturgia della Parola e la
liturgia eucaristica, sono congiunte tra loro così
strettamente da formare un solo atto di culto» (SC 56).
L’articolazione in due parti è attenuata (“in certo modo”,
lat. quodammodo) e l’unità della messa è affermata con
forza.
Le norme liturgiche (cf. Ordinamento generale del
messale romano n. 309) raccomandano che vi sia un
luogo fisso e specifico per la proclamazione della Parola
di Dio. Questo è essenziale per aiutare il fedele a
distinguere la differenza radicale che sussiste tra la Parola
di Dio e la ridda di parole umane, alcune delle quali entrano
anche nel contesto liturgico (ad esempio gli avvisi e le
didascalie). Per questo la tradizione vuole che l’ambone
sia un luogo elevato, come elevata ed elevante è la Parola
da esso proclamata. Tuttavia sono necessarie alcune
precisazioni:
1) La costruzione dell’elemento architettonico atto alla proclamazione della Parola di Dio diventa pressoché inutile se si abusa di questo luogo, cioè se lo si utilizza per usi impropri, ancorché inerenti la liturgia (ad esempio didascalie, avvisi). L’ambone non è, in altri termini, il luogo del microfono, ma il luogo della Parola di Dio; viceversa, non ogni microfono della chiesa è adatto alla proclamazione della Parola di Dio.
2) L’elemento architettonico è funzionale alla Parola
stessa e in particolare alla Parola proclamata, alla quale
va la nostra venerazione (cf. DV 21) e nella quale è Cristo
stesso a parlare (cf. SC 7). Ciò significa che vanno tenuti
in considerazione altri importanti fattori, quali l’idoneità
del ministro (l’ideale sarebbe che fosse un lettore istituito), la dignità del suo abbigliamento (che deve essere
adeguato all’importanza del servizio che compie),
il decoro del supporto cartaceo del lezionario e
dell’evangeliario. Se costruiamo un ambone in
marmo, decorato di fregi artistici, e proclamiamo
la Parola da una fotocopia, vi è qualcosa da
ripensare... Mette conto, a tal proposito,
rammentare che è il libro della Scrittura a essere
incensato, non l’ambone; è il libro dei vangeli a
essere spesso oggetto di venerazione e di culto,
mentre non risultano devozioni indirizzate
all’ambone.
3) L’ambone, nonostante la sua indubbia importanza, non dovrebbe entrare in concorrenza con la centralità dell’altare. Quest’ultimo, infatti, non è presente nella chiesa in chiave meramente funzionale, ma ha un surplus simbolico imprescindibile: mentre può darsi una chiesa senza ambone, non è pensabile una chiesa senza altare, che è il luogo del sacrificio, il principale simbolo di Cristo-roccia e agnello immolato. L’altare viene incensato, al contrario dell’ambone. L’altare viene consacrato; l’ambone solo benedetto. Per questo mi pare che la riduzione delle dimensioni dell’altare tenda non di rado a costituire una sorta di dualismo e di parallelismo tra le cosiddette “due mense”.
Il maggiore spazio e la migliore fruibilità della
Parola di Dio è uno dei punti caratterizzanti della
riforma liturgica. Purtroppo il sentire comune e
diffuso dei fedeli è ancora molto lontano da
questa prospettiva. Alcuni comportamenti sono
un segnale significativo. Molti fedeli tendono ad
arrivare sistematicamente in ritardo, verso la fine
della proclamazione delle letture. Altri arrivano
puntuali, ma usano del tempo delle letture come
periodo di “ambientamento”, collegandosi,
quando va bene, solo al momento della
proclamazione del Vangelo. La parola
“proclamazione”, poi, non sempre è adeguata
alla realtà dei fatti: spesso si tratta piuttosto di
una lettura piatta, stentata e trasandata della
Sacra Pagina. Insomma: l’elemento architettonico
dell’ambone è importante, ma ancor più
importante è il servizio complessivo che
compiamo nei confronti della Parola, e che passa
attraverso molteplici attenzioni. In gioco è la
comprensione, particolarmente cara allo spirito
della riforma liturgica, che il mistero di Cristo è
una realtà profondamente unitaria. La comprensione
sintetica ci sarà data solo quando saremo
nella dimensione dell’Eterno. Finché siamo
pellegrini sulla terra, la nostra comprensione non
può che essere analitica. Da questo discende la
pedagogia dell’anno liturgico e la struttura stessa
della messa, con le sue parti e le sue articolazioni
che rendono presente in diverso modo l’unico
mistero di Cristo (cf. SC 7). Inizio
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Ultimo aggiornamento: 23-Gen-2012 |
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