ENTRA PER LEGGERE GLI ARTICOLI INTERI DEL NUOVO NUMERO

 




 

digitare da tastierino la password riportata alla sezione "IN QUESTO NUMERO" dell'ultimo numero cartaceo
RADIO MARIA
GLI INSEGNAMENTI DEL
CONCILIO VATICANO II

secondo lunedì del mese ore 21,00
a cura di don Enrico Finotti
NEWS E ARTICOLI VARI

I SETTE SACRAMENTI

don Enrico Finotti

 

 

Il tesoro della Chiesa


Qual è il tesoro della Chiesa?

I sette Sacramenti.

Che i Sacramenti siano il tesoro della Chiesa risulta immediatamente evidente non appena si consideri che essi sono Cristo stesso, risorto e vivo, presente a noi oggi nell’atto di operare sacramentalmente la nostra Redenzione.
Se già Pio XII definì la liturgia come il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa (PIO XII, Mediator Dei, 20) ; e l’Anno liturgico come Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato… in questa vita mortale… allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri…, perennemente presenti ed operanti… (PIO XII, Mediator Dei, 163), tanto più tale definizione si addice ai sette Sacramenti, che sono la punta di diamante di quell’azione misteriosa con cui Cristo opera in ogni azione liturgica e nella estensione dell’Anno liturgico.
Nessuno certo dubiterà che Cristo Gesù sia il tesoro della Chiesa, ora i Sacramenti sono la sua emanazione vitale, proprio come allora quando tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc 6, 19). Ecco perché san Leone Magno poté affermare: Quanto del nostro Redentore era visibile è passato nei Sacramenti (PL54, 398).
Inoltre se già in ogni Sacramento vi é la virtus salvifica del Signore, nel santissimo Sacramento dell’Eucaristia Egli è presente in modo ‘vero, reale e sostanziale’ (Cfr. Concilio tridentino), un modo tanto singolare e misterioso, che suscita la nostra adorazione con un vero culto di latria.
Perciò i Sacramenti costituiscono il momento più alto e più intenso della vita della Chiesa, che è la vita della Grazia soprannaturale, ossia quella Vita divina che scaturisce dalla santissima Trinità e che ci è comunicata, mediante il Verbo incarnato, nella potenza dello Spirito Santo, in diversa misura e sotto diversi aspetti, in relazione alla finalità di ogni Sacramento da Lui istituito.
I sette Sacramenti della Chiesa sono:

Il Battesimo
la Confermazione
l’Eucaristia,
la Penitenza,
l’Unzione degli infermi
l’Ordine
il Matrimonio.

CON I SACRAMENTI NON SI SCHERZA

Intervista a mons. Nicola Bux

 

 

In relazione al tema di questo nostro numero della rivista: La celebrazione dei Sacramenti, segnaliamo ai lettori un recente libro di Monsignor Nicola Bux dal titolo: Con i sacramenti non si scherza, ed. Cantagalli, 2016. Il libro è avvalorato dalla prestigiosa prefazione di Vittorio Messori, che fra l’altro afferma: «Alla base di tutto quanto succede nella Catholica ormai da decenni, c’è […] quella “svolta antropo-centrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio”. La sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il cielo, l’orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità».


A mons. Bux abbiamo rivolto alcune domande per cogliere in ognuno dei sette sacramenti almeno un aspetto su cui riflettere e lavorare per una maggiore qualificazione celebrativa. A Lui un cordiale ringraziamento, sia per il dono del suo libro, sia per questa intervista concessa alla nostra Rivista, che qui proponiamo ai nostri lettori.

Il canto dell’assemblea nella celebrazione liturgica
Mo. Aurelio Porfiri

 

 

Uno dei temi portanti della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è stato quello di far partecipare più intensamente l’assemblea al canto durante la celebrazione liturgica in nome del concetto di partecipazione, così caro ai fautori della riforma. Ora, certamente questo è un concetto di grande importanza e lo scopo è anche nobile e va anche dovutamente coltivato. Purtroppo, come è avvenuto per altre cose, si è fatto di questa partecipazione non un concetto positivo, ma un’arma contro qualcos’altro, il coro, la cappella musicale, la musica facente parte del patrimonio di musica sacra tanto esaltato dallo stesso Concilio, il canto in lingua latina. Le macerie di questo aspro confronto sono sotto gli occhi e, quel che è peggio, nelle orecchie di tutti.


Si partiva da un principio, esplicitato nel Motu Proprio “Tra le sollecitudini” di san Pio X del 22 novembre 1903. Questo principio così si enuncia: “Essendo, infatti, Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti, è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio, dove appunto i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima ed indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa”. Questa frase è stata citata e ricitata da tutti, per avvalorare, secondo le loro intenzioni, il concetto che l’assemblea debba fare il più possibile ad ogni costo. Ma in realtà, spesso si è omesso quanto seguiva a questa frase: “Ed è vano sperare che a tal fine su noi discenda copiosa la benedizione del Cielo, quando il nostro ossequio all’Altissimo, anziché ascendere in odore di soavità, rimette invece nella mano del Signore i flagelli, onde altra volta il Divin Redentore cacciò dal tempio gli indegni profanatori. Per la qual cosa, affinché niuno possa d’ora innanzi recare a scusa di non conoscere chiaramente il dover suo e sia tolta ogni indeterminatezza nell’interpretazione di alcune cose già comandate, abbiamo stimato espediente additare con brevità quei principii che regolano la musica sacra nelle funzioni del culto e raccogliere insieme in un quadro generale le principali prescrizioni della Chiesa contro gli abusi più comuni in tale materia”. Certamente è molto meno conveniente citare questa seconda parte di quel paragrafo, in quanto va a cozzare contro la narrativa corrente sulla liturgia, per cui tutti devono fare tutto, senza tener conto delle competenze specifiche e delle possibilità di ognuno ed andando fatalmente a detrimento della dignità della liturgia stessa.

I sacramenti, Maria e la vita soprannaturale

 

“La Chiesa è prima di tutto un mistero, come ci ricorda fra l’altro la costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, il cui primo capitolo... La Chiesa è un mistero perché sotto le apparenze sensibili nasconde una realtà profonda, e precisamente la vita divina della grazia. La Chiesa è un corpo vivente che ha una sua vita, la vita soprannaturale della grazia, grazia da cui promanano le virtù sopran-naturali infuse, soprattutto le virtù teologali della fede, speranza e carità.
In questo senso la Chiesa ha il suo mo-dello perfettissimo nella Beata Vergine Maria. Nel capitolo VIII della Lumen Gen-tium, dove il Concilio parla della Beata Vergine Maria madre e modello della Chiesa, leggiamo, al n. 64, queste bellissi-me parole: «La Chiesa è essa pure la ver-gine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo, e a imitazione della madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo, conserva verginalmente integra la fede, solida la speranza, sincera la carità». E poco più avanti, al n. 65, leggiamo: «La Chiesa, mentre persegue la gloria di Cristo, diventa più simile alla sua eccelsa figura, cioè alla Vergine Maria, progredendo continuamente nella fede, nella speranza e nella carità». Per cui si può corret-tamente dire che la Chiesa vive di fede, di speranza, di carità. Ma c’è anche un altro aspetto della Chiesa.


La Chiesa infatti imita la Beata Vergine Maria non solo nella sua integrità verginale e nella sua fedeltà al suo unico Signore, ma anche nella sua maternità. Sentiamo ancora il Concilio: «La Chiesa, imitando la Beata Vergine Maria, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti per opera dello Spirito Santo e nati da Dio».
Proprio così, la Chiesa è Madre. Non si diceva un tempo «la Santa Madre Chiesa»?; oggi purtroppo lo si sente dire meno. La Chiesa è veramente nostra Madre perché ci genera alla vita della grazia con il battesimo, perché ci nutre e ci santifica con gli altri sacramenti, perché ci guida sulla via della salvezza mediante il suo insegnamento”. (da R. Coggi, Conversazioni sui sacramenti, I, ESD, Bologna 208, pp. 8-11)

I SETTE SACRAMENTI

2016 - anno 9 n. 3

Affidiamo il sito www.liturgiaculmenetfons.it e la rivista Liturgia “culmen et fons” all’aiuto e alla protezione di Maria Madre di Dio e del beato Antonio Rosmini - la redazione -

Le domande dei lettori

A cura della Redazione

 

 

1. Oggi si sente parlare frequentemente di “inclusività”. Mi pare di capire che la parola sia una variante del termine “accoglienza”, delle diverse idee, posizioni culturali, tradizioni, ecc.. Un po’ come il “cercare ciò che unisce e non ciò che divide”. Anche i sacerdoti parlano di “inclusività”, per esempio a proposito dell’ecumenismo e del dialogo con le altre religioni. Mi chiedo: fino a che punto? E’ possibile mettere insieme idee del tutto opposte?

 

Il termine in questione ‘essere inclusivi anziché esclusivi’ è certamente largamente usato soprattutto in relazione alla massa delle opinioni e dei comportamenti che oggi sembrano travolgere la società. Politici, sociologi ed ecclesiastici parlano di costruire ponti piuttosto che erigere muri. E’ il medesimo concetto espresso con altre immagini. Il clima di dialogo sia ecumenico, sia interreligioso trova nel termine ‘inclusivo’ un linguaggio idoneo al percorso verso l’unità di tante componenti che con un comportamento ‘esclusivo’ potrebbero suscitare attriti implacabili e incomprensioni maggiori. Indubbiamente anche Giovanni XXIII fu mosso dalla carità evangelica nel raccomandare ciò che unisce anziché quello che divide.

 

Tuttavia occorre argomentare su questo tema. Si pensi ad un altro binomio molto usato: aut-aut e et-et. Il primo è esclusivo: o-o; il secondo è inclusivo: e-e. In una visione superficiale, conforme a gran parte dell’odierna mentalità, dovrebbe essere del tutto abbandonato l’aut-aut e accettato unicamente l’et-et. Solo a questa condizione, si crede, si potrebbe costruire un accordo sociale, culturale e religioso che risponda alla situazione attuale di globalizzazione. In realtà, però, ambedue devono essere accolti con identica necessità e dignità. Ma come comporre questo binomio, che raccoglie due particelle che sembrano escludersi a vicenda? Nel processo di ricerca e determinazione della verità si deve ricorrere all’aut-aut. La verità, infatti, è una sola e si oppone all’errore. Non è possibile comporre insieme vero e falso, bene e male, Dio e il diavolo: Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? (2 Cor 6, 14-16). Essi sono radicalmente opposti e mai potranno accordarsi. Una presunta loro riconciliazione implicherebbe la negazione e il tradimento della loro stessa identità: Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che danno l’amaro per dolce e il dolce per amaro! (Is 5, 20). Chiunque fa un uso sano della razionalità sa bene che il ‘principio di non contraddizione’ è im-mediatamente evidente ed è così basilare nella struttura intrinseca del pensiero, che mai potrà essere ritenuto superato. Ciò implicherebbe la negazione della stessa razionalità e indurrebbe nella terribile confusione del relativismo irrazionale, dove ogni sicurezza crollerebbe e saremmo travolti dai vortici dell’effimero nichilista. La Chiesa quindi nelle solenni dichiarazioni dogmatiche, con la quali stabilisce in modo definitivo i limiti tra la verità e l’errore, impiega l’aut-aut e lo esprime in formule precise, redatte con termini teologici, tecnici, essenziali e il più possibile inequivocabili. Anche negli altri atti del Magistero, la Chiesa, soprattutto quando espone questioni di fede e di morale, adotta l’aut-aut per insegnare in modo chiaro il dogma e difenderlo da false interpretazioni. Essa sa bene che solo la Verità edifica e libera, ma a prezzo di un continuo combattimento, che divide i figli della luce dai figli di questo mondo (Lc 16, 8), secondo il monito del Signore: Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare una pace, ma una spada (Mt 10,34). La spada di Gesù è quella della parola di Dio, che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione della vita e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e sa discernere i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12). L’aut-aut dichiara questa lotta e impedisce alla Chiesa di percorrere le strade infide di un relativismo irenico e di un pacifismo effimero.

 

Diversamente, entrati nell’orizzonte della verità e rimanendo nel suo recinto sicuro, si dovrà ricorrere necessariamente all’et-et per riconoscere e comporre insieme tutti quei molteplici aspetti e quelle logiche deduzioni, che formano il prisma variopinto e la ricchezza insondabile della verità stessa, che è tuttavia priva di ogni interna contraddizione e unita in ogni sua parte da un’indefettibile coerenza, pur nel suo inarrestabile sviluppo. In tale contesto si svolge il Magistero ordinario della Chiesa, che si caratterizza per la genialità con cui sa comporre in unità ogni aspetto dell’unico dogma della fede, senza facili riduzioni e nella complementarietà delle sue parti. Questo singolare equilibrio è il segno che distingue l’ortodossia cattolica da ogni altra dottrina settaria ed eretica, che nell’ambito dell’unica e universale verità, impiega indebitamente l’aut-aut, eliminando parti sostanziali del Deposito della fede. Ecco in che senso giustamente si esalta l’et-et cattolico, rispetto all’aut-aut eretico. Insomma nessuna soppressione dell’una o dell’altra particella, ma piuttosto chiarezza nell’assegnare il loro specifico ambito di impiego e nel determinare il loro proprio ruolo nell’itinerario verso la verità.


2. Da diversi decenni si mette l’accento sulla “Parola” e in parrocchia il gruppo della Parola è il più prestigioso. Anche nella Messa la liturgia della Parola sembra essere la parte più importante al punto che spesso la liturgia eucaristica scorre via come una questione di orologio. Sembra che i Sacramenti siano secondari e molti li hanno dimenticati anche nella pratica. E’ questa la strada giusta, oppure si deve ritornare a parlare anche dei Sacra-menti?


Innanzitutto è necessario intendere nel modo giusto cosa si intenda per Parola di Dio. Essa è contenuta non solo nella sacra Scrittura, ma anche nella sacra Tradizione e l’una e l’altra devono essere interpretate secondo il Magistero perenne della Chiesa (cfr. DV 10). Diversamente si cadrebbe nella visione riduttiva protestante (sola Scriptura), che oggi è piuttosto diffusa anche fra i cattolici. Inoltre è necessario ricordare che l’integrità della stessa sacra Scrittura è stata salvata dal Concilio tridentino, che definendo il Canone dei libri ispirati, contrastò la riduzione protestante, che escluse parte dei libri biblici, come quello della Sapienza e del Siracide, secondo il canone ebraico.

 

Certamente il rilievo dato all’ascolto liturgico della Parola di Dio è una intelligente disposizione del Concilio Vaticano II, frutto del movimento biblico e liturgico degli ultimi secoli. Tuttavia non si creda che la Chiesa in precedenza sia stata estranea alla Parola di Dio, che ha sempre ispirato in tutti i secoli, pur con modalità diverse, sia il Magistero, sia la predicazione. Si leggano in proposito i monumentali Decreti dei Concili ecumenici e le grandi Encicliche dei Sommi Pontefici e inoltre le omelie dei Padri, gli scritti dei Dottori della Chiesa, le visioni dei mistici e la parte migliore della stessa predicazione popolare.

 

La relazione della Parola con i Sacramenti è strettissima, anzi possiamo dire che la Parola manifesta la sua più intensa efficacia proprio nei Sacramenti ed essi realizzano il momento più incandescente della Parola di Dio. Mai come nei sette Sacramenti la Parola diventa infallibilmente efficace e creativa. Si pensi agli effetti soprannaturali delle formule sacramentali, che sono la quintessenza della Parola di Dio, qui ed ora operante la nostra santificazione. Contrapporre Parola e Sacramento è un non senso, perché il Sacramento è la stessa Parola in atto creativo nell’ordine della Grazia. Affermare che il deficit dei cattolici sia una minor considerazione della Parola e una eccessiva valutazione dei Sacramenti è totalmente erroneo, in quanto sono proprio i Sacramenti il vertice insuperabile dell’efficacia salvifica della Parola di Dio. Senza di essi la Parola rimane priva della sua pienezza operativa.

 

Quando il sacerdote dichiara: Io ti battezzo… Io ti assolvo… Questo è il mio corpo…, che altro dice se non la Parola del Figlio unigenito, che nella potenza dello Spirito Santo proclama e produce realmente le meraviglie della nuova creazione? Non è la medesima Parola che Dio disse in principio: Fiat lux… et lux fuit?

 

Certo ogni volta che viene annunziata la Parola di Dio un segreto flusso di Grazia pervade i cuori degli ascoltatori, che sono chiamati alla fede e alla conversione. Ma dopo aver udito quel primo annunzio è necessario un secondo tocco della Parola, che nel Sacramento ti dona ciò che prima ti aveva promesso: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo (Mc 16, 15). E’ nel Sacramento quindi che la Parola ci rende partecipi della natura divina (2 Pt 1, 4).


3. In occasione delle feste mi sono recata in chiesa per la confessione. Un giovane sacer-dote, del tutto secolarizzato, pretendeva che i presenti si confessassero sedendo accanto a lui in un comune banco della navata. Non c’è stato modo di ottenere un posto più idoneo e allora ho cambiato chiesa… Ma, dico, la confessione non è un sacramento e dove sta la sua dignità… e il rispetto per i fedeli?


Dobbiamo purtroppo riconoscere che troppo spesso i fedeli e le comunità cristiane si trovano a subire una liturgia alquanto sfigurata dagli abusi, che non corrisponde alla forma autentica stabilita dalla Chiesa nei suoi libri liturgici. Il fatto provoca non raramente un’accusa ingiusta al Concilio Vaticano II come causa di tali ambigue applicazioni liturgiche. In realtà è questo costume abusivo che colpisce il Concilio e oscura notevolmente la bontà e l’equilibrio della liturgia rinnovata. In particolare si nota una superficialità pericolosa nell’ab-bandonare i luoghi celebrativi stabiliti per l’ordinaria amministrazione dei Sacramenti, facendo diventare norma l’eccezione.


Il Sacramento della Penitenza ha un suo specifico e tradizionale luogo celebrativo, il Confessionale, che mantiene la sua validità, pur con l’attenzione a renderlo il più possibile idoneo ad una degna amministrazione del Sacramento della Ricon-ciliazione. Esso non solo garantisce la riservatezza del ministro e del penitente, consentendo la segretezza e il riserbo, ma conferisce dignità sacra all’atto sacramentale. Non a caso la tradizione ha decorato con una mirabile arte il Confessionale, rendendolo luogo santo e specchio del mistero soprannaturale, che vi si celebra. E’ necessario quindi che il Sacramento sia amministrato nel luogo suo proprio e che il ministro indossi sull’abito ecclesiastico gli indumenti prescritti. La Confessione, infatti, non è un dialogo amicale o un consulto terapeutico, ma un Sacramento, nel quale il sacerdote in persona Christi accoglie con misericordia, ascolta con carità, pronunzia un giudizio, impone un itinerario penitenziale e assolve con autorità divina: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi (Gv 20, 22-23). Tale mistero non può essere percepito in un contesto spontaneistico e secolarizzato, ma necessita dei segni specifici del ‘sacro’, che rivelano e richiamano esteriormente la presenza del Signore e del suo intervento di salvezza.


La grata, tanto vituperata da alcuni, mantiene comunque il suo valore nel rispetto dei sentimenti e dello sguardo del penitente oltre che del sacerdote. Anch’essa può contribuire a creare quel ‘velo’ che avvolge il mistero e che distoglie da una considerazione troppo umana, sia del ministro che assolve, sia del penitente che si accusa. La tendenza a togliere ogni ‘velo’ nella santa liturgia non rappresenta certo un progresso, ma conduce ad una crescente superficialità, sia nel rapporto con Dio e il suo mistero, sia nel rispetto della persona e dell’insondabile segreto dell’anima.


Sarà quindi necessario, da un lato il restauro e l’uso dei Confessionali storici in continuità con la tradizione; dall’altro la realizzazione di nuovi Confessionali, che non siano unicamente funzionali e confortevoli come un qualunque luogo di accoglienza, ma abbiano la forma e i segni propri di un luogo sacro, che suscita la preghiera, favorisce il silenzio, consente il gesto penitenziale del porsi in ginocchio e permette di celebrare il Sacramento in modo conforme alle norme liturgiche.

© 2010 -2014 - Associazione Culturale Amici della Liturgia - Via Stoppani, 3 - 38068 ROVERETO (TN) - amiciliturgia@virgilio.it