"CULMEN ET FONS" UN PORTALE A SERVIZIO DELLA LITURGIA Venerdì 11 maggio 2012Formazione liturgica. E’ questa la finalità che ha motivato l’Associazione culturale “Amici della liturgia” a pubblicare la rivista trimestrale “Liturgia culmen et fons” ed in seguito a fondare il portale web “Culmen et Fons”. www.daportasantanna.it IL CANTO CHE RIPOSA NEL FONDO DELLE COSE Giovedì 8 dicembre 2011In una certa occasione qualcuno mi domandò se in cielo ci sarà la musica. Non era il momento di lunghi discorsi. Ci pensai un po’, poi risposi: «Senza dubbio; non si potrebbe immaginare lo splendore dell’assunzione della Vergine senza splendide musiche». Non è azzardato: schiere di angeli vanno incontro alla loro regina che giunge in corpo e anima. La musica è solenne; trabocca affetto, bellezza, allegria. Tutto è sublime. Alla fine, arriva. E il Figlio, che iniziò l’esser uomo in seno alla Trinità, accoglie sua madre. Nella Musica liturgica si deve riflettere il mistero dell'Incarnazione. (Ramón Saiz-Pardo Hurtado - Pontificia Università della Santa Croce - Roma) L'EUCARISTIA E' "UN AFFACCIARSI DEL CIELO SULLA TERRA" Venerdì 23 settembre 2011Intervento tenuto dal Cardinale Malcolm Ranjith all'Assemblea Ecclesiale della diocesi di Porto - Santa Rufina. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la - Lumen Gentium -, nomina l’Eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). LA MUSICA PER RISCOPRIRE IL MISTERO EUCARISTICO Mercoledì 20 luglio 2011Il centro della fede cattolica passa per il mistero eucaristico, celebrato nella liturgia di ogni messa. Questa è una verità indiscussa che però risulta intaccata e banalizzata dal processo di secolarizzazione.Tuttavia non basta l’analisi critica per recuperare la bellezza e la passione per la liturgia. Così Marco Ronchi, direttore di cori liturgici, esperto di musica sacra e pratica del canto Gregoriano, ha scritto il libro "La musica nella liturgia" edito da Lindau.(Zenit.org) ALCUNI EQUIVOCI SULLA MUSICA PER LA LITURGIA (parte I) Martedì 28 giugno 2011Negli ultimi decenni, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, la musica liturgica ha conosciuto una vita tormentata. Alcuni danno la colpa di questo allo stesso Concilio, altri ritengono che lo stesso sia stato male interpretato.(Zenit.org) IL VELO DEL CALICE E LA BENIDIZIONE DELL'INCENSO Mercoledì 18 maggio 2011Si odono di frequente richiami a volgere l’attenzione all’Oriente cristiano, intanto sono omessi nel rito romano elementi che lo richiamano, come velare il calice e benedire l’incenso.(Zenit.org) LA CHITARRA NON E' IL MALE ASSOLUTO DELLA LITURGIA Martedì 17 maggio 2011[...Io continuo ad amare la Tradizione e a ritenerla vivente, non chiusa e finita in qualche epoca storica ma sempre gravida di avvenire. In base a questo, non posso accettare che stili musicali o strumenti musicali, per quanto meravigliosi, possano essere considerati definitivi e mitizzati, perché li condannerei irrevocabilmente alla sterilità (e, peggio ancora, mi condannerei all’idolatria)...](Zenit.org) UNA BASILICA A CIELO APERTO Lunedì 9 maggio 2011Una basilica a cielo aperto: la messa del Papa a Mestre, un esempio per le future maxicelebrazioni papali. |
|
- celebrazione dei Vespri della Divina Misericordia - |
IL GALATEO LITURGICO
don Riccardo Pane - cerimoniere arcivescovole di Bologna - da “Avvenire BO7” -
Sulla sigla dei film e i fedeli ritardatari
Nella parrocchia ideale di una diocesi ideale di un
mondo ideale che esiste solo nei sogni dei parroci,
i fedeli arrivano in chiesa almeno 10’ minuti prima
dell’inizio della santa Messa, si inginocchiano
devotamente in silenziosa adorazione, preparandosi
in questo modo alla celebrazione. Ma
nella parrocchia reale di una diocesi reale di questo
realissimo mondo contemporaneo i fedeli arrivano
trafelati e ansimanti allo scoccar della campana,
quando va bene... perché molti tendono ad arrivare
sistematicamente in ritardo, durante la proclamazione
delle letture o – già che ci siamo – dopo
l’omelia. Come si spiegano questi ritardi? Con
l’equazione chiesa = cinema. Diciamo la verità: chi
di noi ha mai provato qualche interesse per la sigla
di un film o per i titoli di coda? Alle volte si ha
l’impressione che la Parola di Dio sia percepita un
po’ come la sigla di un film: una rassegna monotona
e inutile di tutti i protagonisti e di coloro che hanno
preso parte alla realizzazione dello spettacolo, dal
costumista al tecnico di regia. Bisogna nominarli,
per correttezza, ma quello che conta arriva dopo...
E come se non bastasse, il ritardatario passa gran
parte del tempo delle letture a guardarsi attorno
per scegliere il posto ideale,
quasi dovesse trascorrervi il
resto della sua esistenza: non
troppo vicino all’altare per non
passare per bigotto, sufficientemente
vicino all’uscita per
accelerare le operazioni di
sbarco come in aereo, possibilmente
vicino a qualche
amico, per non correre il rischio
di dover scambiare la pace con
uno sconosciuto o, peggio, per
rompere la monotonia della
celebrazione con qualche commento.
Il grado di attenzione
aumenta sensibilmente al
momento del vangelo, ma per la
lettura dell’antico testamento e per l’epistola gli ascolti crollano
a picco. Per fortuna nessuno ha
ancora pensato a legare le
letture della Parola di Dio allo
share, altrimenti saremmo
costretti a tagliare le prime due
letture.
Signor Rossi ... “presente!”
Prima dell’inizio della Messa dovremmo introdurre l’appello nominale dei fedeli, come a scuola, ma per un motivo completamente diverso, non disciplinare e burocratico, ma teologico. Molte delle persone che arrivano sistematicamente in ritardo, o che fanno turismo religioso, cambiando sempre Messa, rivelano un’idea del tutto distorta della liturgia eucaristica: che io ci sia o che non ci sia, la Messa inizia lo stesso, e nessuno se ne accorge; come del resto uno spettacolo teatrale inizia anche se manca qualcuno di coloro che hanno comprato il biglietto.
Dal punto di vista della realtà visibile, questo avviene
anche per la Messa: il parroco non aspetta certo
me; ma dal punto di vista teologico, se guardiamo
al mistero che sta sotto, le cose sono molto diverse.
Io non sono un individuo anonimo e sconosciuto
che si presenta a un appuntamento nel quale
rimarrà isolato nella sua anonima individualità, ma
sono membro di un corpo ecclesiale che si
ricompone nella celebrazione Eucaristica e in essa
si edifica: che io ci sia, o non ci sia, cambia tutto!
Senza di me il corpo ecclesiale inizia la celebrazione
monco, perché l’Eucaristia è per eccellenza il
sacramento di comunione, il
sacramento del Corpo di Cristo:
nutrendoci del Corpo di Cristo
siamo edificati e riedificati nella
comunione del Corpo mistico di
Cristo. Questo è anche il
motivo per il quale una grave
frattura sul piano orizzontale
della comunione ecclesiale
rende la mia comunione eucaristica
un atto profondamente
contraddittorio.
IMMAGINE: Master of Moulins, 1498-99.
Dovremmo allora cercare di superare la nostra concezione individualistica della liturgia e metterci in testa che arrivare puntuale e partecipare alla Messa nella mia comunità parrocchiale o di riferimento, e non dove capita, non è un atto di cortesia e di galateo clericale, ma è costitutivo all’interno della verità stessa di quello che celebro.
Corridoio o finestrino?
Avete mai provato a osservare la gente che entra in chiesa? La scelta dei posti è uno spettacolo sempre molto istruttivo. I giovani e gli adolescenti si mettono assieme tutti da una parte: guai sedersi vicino a un anziano o mischiarsi con gli altri; piuttosto stanno in piedi. Alcuni anziani hanno il posto fisso, e se qualche malcapitato pellegrino ha avuto la ventura di sedersi al loro posto, viene squadrato in modo torvo. Molti stanno in piedi, a braccia conserte, nei pressi della porta, anche se c’è posto nelle panche, quasi in prestito, quasi a voler dire: “non pensate mica che io sia venuto a Messa: sono qui solo di passaggio!”. Le panche, poi, si riempiono inesorabilmente a partire dal fondo, e rimangono vuote quelle vicino all’altare, come a scuola. A scuola, tuttavia, la cosa ha una sua logica: in fondo è più facile leggere i fumetti sotto banco e sfuggire alle interrogazioni. In chiesa questo comportamento ha dell’irrazionale, dal momento che difficilmente il prete interroga i fedeli, e – per grazia di Dio – non mi è ancora capitato nessun fedele che legga i fumetti durante la Messa.
Questo stile apparentemente irrazionale rivela, al contrario, non solo dei fattori psicologici e sociologici (come, ad esempio, la difficoltà delle nuove generazioni a integrarsi e convivere con gli adulti, e l’abitudinarietà degli anziani), ma soprattutto dei fraintendimenti teologici: si fatica a percepire la dimensione fortemente “corporativa” e solidale della liturgia eucaristica, cioè il fatto che nella Messa non agiamo come una somma di individui impermeabili l’uno all’altro, o come spettatori di un rito che non ci appartiene e non ci coinvolge, ma esprimiamo, e siamo costituiti come un unico corpo, unito al suo Capo, che presenta al Padre, per mezzo del Figlio, nell’unità costituita dallo Spirito Santo, l’unico ed eterno sacrificio. Stare sulla porta, cercare il conforto di un gruppo sociologicamente caratterizzato, sono i segni di uno scollamento fra ciò che la liturgia esprime e realizza in sé, e ciò che molti fedeli percepiscono di essa.
La messa è finita potete fare confusione
Non compare fra le formule di congedo del diacono,
ma sembra rispecchiare molto bene quello che
sento in giro. Qualche tempo fa mi sono recato in
una chiesa della bassa padana per provare con i
ministranti una celebrazione importante. Era un
pomeriggio feriale, la chiesa era vuota, i ministranti
non meno di venti, di età compresa fra i 10 e i 20
anni. Ebbene, entrando in quella chiesa sono
rimasto colpito, quasi shoccato. Il lettore sarà
curioso di sapere quale abominio avessero visto i
miei occhi o udito le mie orecchie. È presto detto:
tutti parlavano sotto voce, limitando le parole allo
stretto necessario per svolgere le loro prove.
Ripeto: la chiesa era vuota e non vi era il rischio di
turbare la preghiera di nessuno. Forse per il lettore
tutto ciò sarà normale: per me fu una rivelazione.
Non mi era mai capitato
in nessuna altra chiesa,
soprattutto da parte
di bambini e adolescenti.
Se quei ragazzi
parlavano sottovoce (e
il parlare era giustificato
dalle prove)
senza che nessuno li
richiamasse a questo, il
motivo era chiaro: essi
erano stati educati al
senso del sacro. Fatto
tanto mirabile quanto
inusitato.
Quando va bene, infatti, c’è silenzio durante la celebrazione: prima e dopo è come un festival. Fa piacere vedere tanta gente esplodere di allegria dopo la messa, ma fuori dalla chiesa, non dentro; perché dobbiamo cercare di mantenere quel senso di sacro timore e tremore davanti alla presenza terribile dello Altissimo; terribile non nel senso di ostile e annientante, ma perché travalica enormemente la nostra piccolezza e il nostro peccato con la sua grandezza e la sua santità: “Mosè, non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!” (Es 3, 5). La chiesa non è un salone dove periodicamente si compiono degli atti sacri, ma è un luogo sacro già in se stesso, per la presenza del SS. e per l’unzione che ne ha consacrato l’altare e le pareti. Urge una rieducazione, prima di tutto di noi preti... In chiesa si deve far silenzio anche quando si fanno le pulizie. Inizio
“A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andategli incontro!”
La mezzanotte, come ora di riferimento per unire le due parti della Veglia pasquale: la liturgia della Parola e la liturgia sacramentale.
L’ora della risurrezione non ci è riferita dalla Sacra Scrittura. Essa appartiene al mistero di Dio. La Chiesa esprime questa consapevolezza quando nell’Exultet canta: “O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Per questo la tradizione liturgica sospinge la Chiesa a trascorre le ore notturne della notte santa nella veglia. Anzi la notte pasquale è, fin dall’antichità, una notte di veglia completa, fino all’alba, l’ora in cui il sepolcro è ritrovato aperto e vuoto. Tra le varie ore notturne, tuttavia, trova una considerazione specialissima l’ora di mezzanotte. Essa è legata a precisi eventi biblici, che costituiscono il fondamento della celebrazione notturna della Pasqua.
Ed ecco la grande Ora a lungo preparata
da Dio
per salvare il suo popolo: “A
mezzanotte il Signore percosse ogni
primogenito nel paese d’Egitto…
Notte di veglia fu questa per il Signore
per farli uscire dal paese d’Egitto.
Questa sarà una notte di veglia in
onore del Signore per tutti gli Israeliti,
di generazione in generazione” (Es 12,
29. 42).
- Guercino, Il Risorto appare alla Vergine, olio su tela, 1629 -
Anche il passaggio del mar Rosso avvenne di notte e si concluse sul far del mattino: “…Il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente…Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani…il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto…” (Es 14, 21-27). Forse il tutto si compì in quei tre giorni di cammino nel deserto che Mosé richiese al faraone per celebrare il culto al Signore: “Ci è dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio…” (Es 5, 3). Quei tre giorni sono profezia del vero Triduo pasquale in cui il Signore operò, nella pienezza dei tempi, la nostra redenzione. L’evento della Pasqua ebraica si compie quindi nel contesto di almeno due notti: quella del banchetto pasquale col passaggio dell’Angelo sterminatore, e quella della miracolosa traversata del mar Rosso. La liberazione pasquale, allora, nelle sue fasi salienti, avviene nella notte. Ma è la mezzanotte l’ora segnata da Dio per compiere l’evento decisivo e risolutore: l’Angelo colpisce e il popolo parte: è l’ora della Pasqua. La veglia del mattino, di cui si parla nella notte del passaggio del mar Rosso, è quella della consumazione della liberazione del popolo “Sul far del mattino il mare tornò al suo livello consueto…” (Es 14, 27) e della gioiosa contemplazione delle grandi opere di Dio: in quell’ora nasce il canto di vittoria (Es 15, 1). È fin troppo evidente la profezia della Pasqua del Signore Gesù, quando nel cuore della notte, nell’ora che Lui solo conosce, risorse dai morti e sul far del mattino si mostrò vivo ai suoi discepoli: è questa l’ora dell’Alleluia della Chiesa.
Il libro della Sapienza riprende in tono celebrativo l’evento della Pasqua e offre alla liturgia della Chiesa un ulteriore elemento per indicare l’idoneità dell’ora di mezzanotte per attuare nel tempo la celebrazionememoriale e sacramentale del Mistero nelle sue due fasi costitutive, natalizia e pasquale. “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando come spada affilata, il tuo ordine inesorabile” (Sap 18, 14-15).
Anche il salmo allude alla singolare Ora della mezzanotte: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode” (Sl 118, 62). Veramente nella notte di Pasqua, l’Uomo nuovo, il Signore Gesù, si sveglia e si alza dal sonno della morte e, risorto a vita nuova, rende gloria al Padre; come già nella notte di Natale i vagiti del Bambino divino iniziarono la lode nuova e perfetta al Padre.
Infine, nella parabola evangelica delle dieci vergini lo scoccare della mezzanotte segna l’ora del grande evento: “A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!” (Mt 25). La medesima ora è richiamata dal Signore stesso quando afferma: “E se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!” (Lc 12, 38). Non conoscendo l’ora della risurrezione, la tradizione liturgica della Chiesa fa riferimento ad indicazioni più vaghe, che tuttavia escono dalla stessa bocca del Signore, sulla quale tutto ha un senso e niente è vano. In tal modo l’ora di mezzanotte adombrata nella parabola delle vergini diventa, nella interpretazione mistica della Chiesa, un indizio del possibile ritorno del Signore, non solo nell’ora escatologica, ma anche nella sua prima ora, quando nacque in mezzo a noi e anche quando risvegliandosi dal sonno della morte, ritornò glorioso tra i viventi. In tale prospettiva la mezzanotte divenne l’ora discriminante e il riferimento più eloquente per la liturgia notturna sia natalizia che pasquale. Quando, soprattutto dopo la libertà religiosa, si tese a ridurre la durata della veglia pasquale, essendo ormai celebrata la festa nello splendore del giorno, i Padri si dimostrarono preoccupati di non scendere sotto la mezzanotte e di intrattenere il popolo in veglia almeno fino allo scoccare di quest’ora singolare. Essi motivarono con argomenti degni di nota tale insistenza, ricorrendo appunto ai passi biblici qui riportati. inizio
Il candelabro pasquale
di don Enrico Finotti
1. Nell’antica tradizione
Nella tradizione liturgica antica ha importanza il candelabro pasquale, che ancor oggi è possibile ammirare in alcune basiliche romane e in altre importanti chiese. Il candelabro è un vero monumento in pietra, che si erge stabilmente presso l’ambone. Esso è, infatti, l’arredo liturgico specifico dell’ambone, al quale è strutturalmente congiunto, sia per la sua origine storica, come per il suo significato teologico. Infatti, la proclamazione verbale della risurrezione, che risuona sull’ambone, è resa simbolicamente eloquente dalla luce del Cero pasquale, che dall’alto del suo candelabro, illumina tutta la chiesa. Le sue dimensioni fanno sì che il Cero pasquale sia comodamente visto da tutti e in un certo senso presieda l’assemblea liturgica. La sua solidità e arte, anche senza il Cero pasquale fuori del tempo di Pasqua, rappresenta un permanente richiamo al cuore dell’annunzio evangelico, la risurrezione del Signore.
il trono liturgico in legno dipinto è stato realizzato da
Aldo Ferrari (Volano - TN)
2. Il candelabro pasquale oggi
E’ da favorire nelle nuove chiese l’erezione del candelabro pasquale, inamovibile e artistico: Accanto all’ambone può essere collocato il grande candelabro per il cero pasquale (1). Esso dovrebbe essere pensato fin dal progetto iniziale, come parte integrante del complesso monumentale dell’ambone, evitando che divenga un corpo estraneo, mobile e insignificante. Il candelabro, infatti, è l’arredo più insigne dell’ambone e la sua collocazione stabile presso di esso è certamente da preferire. Nella creazione del candelabro pasquale, però, è necessario realizzare un’opera, che, per la sua dignità e imponenza, possa, anche senza il Cero, avere un suo significato compiuto. Talvolta, infatti, costruito un grande candelabro, solido e splendido, non si ha più il coraggio di togliere da esso il Cero al termine del tempo di Pasqua. Questo succede perché non si è tenuto sufficientemente presente, che il candelabro deve essere, simbolicamente ed esteticamente, completo in se stesso, senza il bisogno di dover assolutamente sorreggere il Cero pasquale. Si pensi in proposito all’impatto visivo, che i grandi candelabri storici esercitano nelle antiche basiliche, pur senza Cero.
3. Un candelabro mobile?
E’ evidente che il candelabro fisso, in linea con l’antica tradizione, è realizzabile per lo più nelle chiese di nuova costruzione, mentre nelle normali chiese storiche si dovrà pensare ad un candelabro mobile. Sarà comunque opportuno che il sostegno del cero pasquale non si riduca ad un semplice ceppo funzionale, ma si ispiri il più possibile alla nobiltà del candelabro, esprimendo nei materiali, nella decorazione e nelle dimensioni, la bellezza e l’importanza di questo simbolo di Cristo Risorto, il Kyrios immolato e glorioso. Un candelabro minore è in ogni caso sempre necessario, sia per custodire il Cero presso il battistero, sia per posizionarlo presso il feretro nelle esequie. E’ inoltre opportuno che il candelabro pasquale, qualora fosse mobile, venga esposto presso l’ambone unicamente nel tempo di Pasqua, per non far scadere la sua dignità con un uso troppo feriale e spostandolo in continuazione.
4. All’ambone e presso il battistero
Il Cero pasquale collega due importanti luoghi liturgici: l’ambone e il battistero. Già nella veglia di Pasqua è evidente tale collegamento. Infatti, il Cero risplende con la sua viva fiamma sull’ambone durante il canto dell’Exultet e, nella successiva liturgia battesimale, come una colonna di luce, precede e guida l’assemblea verso il battistero, dove viene anche immerso nell’acqua del fonte. In tal modo sono descritte ritualmente le vicende dell’esodo biblico, udite nella liturgia della Parola e, con l’eloquenza dei simboli, si prepara l’evento sacramentale del battesimo, che nella santa notte di Pasqua si compie. Possiamo così notare come l’annunzio della risurrezione all’ambone e la sua attualizzazione sacramentale nel battistero, trovino nel Cero pasquale un nobile testimone e una presenza vigile. Per questo l’ambone e il battistero sono le due sedi liturgiche proprie del Cero pasquale: presso l’ambone nella beata Pentecoste (cinquantena pasquale), quando l’eco del grande Annunzio è ancora fresco e vivo, e per tutto il resto dell’anno liturgico presso il battistero, dove il mistero pasquale continua ad operare nel sacramento della rigenerazione.
5. Anche presso l’altare?
E’ importante capire il motivo per il quale, prima della riforma liturgica, il Cero pasquale col suo candelabro venivano posti presso l’altar maggiore dalla parte in cui si leggeva il vangelo. Con la scomparsa dell’ambone, infatti, il vangelo venne proclamato al lato sinistro guardando l’altare, detto appunto in cornu Evangelii. Per questo il Cero pasquale ebbe qui per secoli il suo posto conveniente. Il fatto attesta la coerenza con l’antica tradizione, che da sempre collega il Cero pasquale al luogo nel quale si proclama il vangelo. La disposizione vigente, che permette che il Cero sia collocato, oltre che presso l’ambone, anche vicino all’altare (PS n. 99) sembra essere problematica. Infatti, con la ripresa dell’uso dell’ambone, non ha più senso tenere il Cero e il suo candelabro presso l’altare, ma dovrebbe coerentemente ritornare al suo luogo proprio, l’ambone. Nelle rubriche relative alla Veglia pasquale, inoltre, si permette che il Cero possa essere posto anche nel mezzo del presbiterio (MR, rubriche della veglia pasquale n.17). Ma, ammettere questa possibilità, significa prospettare per il Cero pasquale e il suo candelabro un uso nuovo e una autonomia dall’ambone, che nella storia liturgica non ebbe mai.
6. La normativa liturgica vigente
E’ necessario che sacerdoti e operatori liturgici conoscano la lettera e lo spirito della normativa vigente e la attuino con precisione e buon gusto. Essa, infatti, permette di uscire da visioni parziali e prassi soggettive e unire tutti nel modo di celebrare, stabilito e garantito dalla Chiesa. Con questa adesione convinta e competente si potrà assicurare una retta formazione dottrinale, una solida efficacia pastorale e, per il futuro, un progresso più autentico, più sicuro, più saggio e duraturo.
Il cero pasquale, da collocare presso l’ambone o vicino all’altare, rimanga acceso almeno in tutte le celebrazioni liturgiche più solenni di questo tempo, sia nella Messa, sia a Lodi e Vespri, fino alla Domenica di Pentecoste. Dopo di questa il cero viene conservato con il dovuto onore nel battistero, per accendere alla sua fiamma le candele dei neobattezzati nella celebrazione del Battesimo. Nella celebrazione delle esequie il cero pasquale sia collocato accanto al feretro, ad indicare che la morte è per il cristiano la sua vera pasqua. Non si accenda il cero pasquale fuori del tempo di Pasqua né venga conservato nel presbiterio (2).
7. Il candelabro nel pensiero dei Padri
Il Cero pasquale col suo candelabro trova un mistico commento nelle parole di san Massimo il Confessore:
La lampada posta sul candelabro è la luce del Padre, quella vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo. E’ il Signore nostro Gesù Cristo che, prendendo da noi la nostra carne, divenne e fu chiamato lampada, cioè sapienza e parola connaturale del Padre. E’ questa lampada che la Chiesa di Dio mostra con fede e amore nella predicazione, e che viene tenuta alta e splende agli occhi dei popoli nella vita santa dei fedeli e nella loro condotta ispirata ai comandamenti. Il Verbo chiama se stesso lucerna in quanto, essendo Dio per natura, si fece uomo per dispensare la sua luce. Chiamò lucerniere la santa Chiesa, perché in essa risplende la parola di Dio mediante la predicazione. Questa parola annunziata dalla Chiesa esige di essere posta sulla sommità del lucerniere cioè all’apice dell’onore e dell’impegno di cui la Chiesa è capace. Poniamo la lucerna sopra il lucerniere cioè sulla santa Chiesa, di modo che dall’alta cima di una interpretazione autentica ed esatta, mostri a tutti lo splendore delle verità divine (3). Inizia
_________________________
1 AC, n. 9.
2 PS, n. 99.
3 LO, vol. IV, mercol. 28 sett. tempo ord., Uff. lett., 2a lett.
![]()
© Associazione Culturale Amici della Liturgia - Via Stoppani, 3 - 38068 ROVERETO (TN) - amiciliturgia@virgilio.it |
||
Ultimo aggiornamento: 18-Mag-2012 |
||














