LE REGOLE NELLA LITURGIA

 A cura della Redazione  –  21 aprile 2018

Le attuali regole della liturgia rinnovata, a differenza del passato, sono piuttosto libere e ognuno le gestisce con grande scioltezza. Come mai?  È opportuna questa libertà?

 

La normativa liturgica dovrebbe essere il più possibile precisa e ben determinata. Infatti, la Liturgia è il culto pubblico e ufficiale della Chiesa e in quanto tale deve essere oggettivo e rifuggire ogni deriva soggettiva.

La precisione rubricale all’interno dei libri liturgici conferisce identità a ciò che la Chiesa vuole celebrare, sia al cospetto della Maestà divina, sia davanti all’intero popolo cristiano. Infatti, sia l’eterno Padre si aspetta un culto conforme a quello che è offerto dal suo divin Figlio in indissolubile unione con la Chiesa sua sposa, sia tutta la Chiesa vuole unirsi non al culto privato e soggettivo di alcuni, ma a quel medesimo culto che esercita Cristo, suo capo, e Lei stessa, quale sua inclita sposa.

La dimensione soggettiva della preghiera privata di ciascuno dei fedeli presenti non deve esprimersi se non nel silenzio dei cuori in una partecipazione interiore, cosciente ed attiva, che fa proprio il culto esteriore e oggettivo celebrato dalla Chiesa. Anche la pietà personale di ognuno deve quindi adeguarsi con gioia e riconoscenza ai riti e alle preci che sono espressione pubblica e uff iciale della liturgia della Chiesa: “per ritus et preces” (SC48) deve essere il passaggio obbligato di ogni fedele, che interviene alla celebrazione della sacra liturgia. È in tal senso necessaria la distinzione tra il culto pubblico della liturgia e quello privato della preghiera personale.

Di fatto tuttavia si deve riconoscere che il novus ordo ha assunto una notevole libertà nelle rubriche con modalità precedentemente non previste. In particolare si concedono delle opzioni diverse che possiamo riassumere in questo modo

1.  La possibilità di scelta tra diverse formule già stabilite (es. le formule del saluto iniziale, del congedo e l’introduzione al Pater).

2.  I testi delle varie monizioni brevi con possibilità di riformularle liberamente con altre parole e concetti simili.

3.  Vari altri momenti del rito nei quali è consentito al ministro sacro intervenire con brevi parole.

4.  Gli eccessivi opzional nelle parti di un rito.

Questa impostazione voleva certamente aiutare i fedeli a rendere più intellegibile il significato dei vari passaggi rituali, più varie le formule e favorire il processo di inculturazione. Tuttavia, nella pratica concreta, tali interventi hanno finito per travolgere il rito con una colluvie eccessiva e talvolta impropria di parole umane, infarcendo in modo pesante la nobile semplicità del rito, la sua eloquenza e l’equilibrio delle sue parti.

Il Concilio Tridentino adottò esattamente il metodo opposto: dovendo risanare l’eccessiva libertà del la pratica liturgica dell’epoca e soprattutto difenderla dall’eresia imperante, stabilì un apparato rigoroso di rubriche in modo da richiudere la liturgia cattolica in una corazza sicura e impenetrabile. In realtà in questo modo il Tridentino salvò la tradizione liturgica e la trasmise integra fino a noi.

L’attuale libertà liturgica viene giustificata da motivi pastorali che consentano una maggior flessibilità per adattarsi alle diverse situazioni in cui si celebra. Tuttavia estremizzando questo scopo si è dimenticato che non basta favorire la comprensione dei riti fino a perderne l’identità, ma occorre al contempo elevare i fedeli alle esigenze della liturgia, introducendoli gradualmente a celebrare senza ridurre o alterare i contenuti e le forme dei riti stessi, che non possono mai scadere a tal punto da perdere la sostanza stessa del mistero che devono trasmettere.

Il pericolo di una celebrazione fredda e puramente rubricale è attuale oggi come nel passato. Infatti sia il latino, sia la lingua parlata non esonerano il sacerdote e i fedeli dallo sforzo di una partecipazione interiore e spirituale. Non è certo la maggior libertà rubricale né l’uso del volgare a provocare automaticamente la partecipazione pia, cosciente e interiormente attiva dei sacerdoti e dei fedeli. Questo deve essere affermato in quanto i Santi di tutti i tempi hanno sempre celebrato con grande pietà al di là di ogni forma esteriore in cui la liturgia era prevista.

Se un auspicio si deve fare è che si ritorni a maggior rigorosità rubricale, eliminando con coraggio monizioni e spazi di libero intervento, facendo emergere il genio delle preci e dei gesti propri della liturgia senza indulgere a logoranti chiose e fastidiosi rifacimenti.

 

LA PENTECOSTE (prima parte)

don Enrico Finotti

L’Anno della fede ci invita  ad una più profonda conoscenza dei contenuti stessi della fede riassunti nel Credo e ad una più attenta considerazione del Catecumenato nel contesto dell’Iniziazione, quale riferimento permanente per una continua riscoperta dell’identità cristiana. Questo è stato l’intento dei due numeri pregressi della nostra rivista, che hanno trattato appunto del Credo e del Catecumenato[1]. Il tema della Pentecoste vuole completare il quadro teologico, ricordando che il Credo, senza l’epiclesi pentecostale dello Spirito Santo, rimane lettera morta e concetto senza vita, e anche l’itinerario catecumenale, senza l’interiore mozione dello Spirito, scade in un percorso burocratico, quasi un batter l’aria – come afferma l’Apostolo (1 Cor 9, 26) -, privo di illuminazione interiore e reale conversione. Il mistero della Pentecoste, al contempo soprannaturale e storico, è, dunque, evento imprescindibile e sempre attuale per una permanente riscoperta della fede. Anche l’Anno della fede, senza una sempre nuova irruzione dello Spirito, che rianima le ossa aride del popolo di Dio (Ez 37, 1-14), rimarrebbe una celebrazione superficiale e sterile.

La Pentecoste, infatti, è quella originale epiclesi dello Spirito Santo, che sta alle sorgenti stesse della Chiesa e che compenetra ogni successiva sua attività. E’ con la Pentecoste che lo Spirito Santo dà vigore alla Chiesa in analogia con quanto avvenne agli inizi della creazione, quando il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gen 2,7). Lo Spirito pervade con la sua potenza soprannaturale la proclamazione viva dell’annunzio apostolico[2]; vivifica con sicura efficacia salvifica i segni, le parole e i ministri dei Sacramenti; conduce con energia soprannaturale la sacra Gerarchia e protegge da ogni errore il suo Magistero; suscita la varietà dei carismi e ne garantisce la loro autenticità; custodisce infallibilmente e indefettibilmente il cammino del popolo di Dio fino alla fine dei secoli. La Pentecoste è quindi un fatto permanente ed interiore ad ogni manifestazione storica della Chiesa: lo Spirito Santo, infatti, è il motore invisibile degli organi costitutivi della Chiesa, l’agente principale delle sue celebrazioni liturgiche e il dolce ospite dell’anima di ogni battezzato che vive in grazia santificante. L’insegnamento, il sacramento e il ministero sono quindi interiormente intrisi dal celeste balsamo dello Spirito Santo.

La Pentecoste nell’Antico Testamento (il giorno cinquantesimo)

Nell’Antica Alleanza emergono tre grandi feste comandate da Dio stesso: “Tre volte all’anno farai festa in mio onore”(Es 23, 14)“…nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne…” (Dt 16, 16). Queste tre principali feste furono in qualche modo la profezia delle tre grandi feste liturgiche della Nuova Alleanza: la Pasqua, la Pentecoste e il Natale. La Pasqua e la Pentecoste cristiane mantengono anche una perfetta coincidenza di data con le antiche festegiudaiche, mentre il Natale potrebbe essere adombrato nella festa delle capanne, come segno profetico del Verbo, che ha posto la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14). La Pentecoste in particolare è la solennità del giorno cinquantesimo, che chiude le sette settimane dalla Pasqua. Anche l’estensione di queste feste nelle relative Ottave è un’eredità biblica, che evidenzia nell’insieme del complesso festale l’eminenza di tali  grandi solennità[3].

La Pentecoste nella Chiesa antica (i beati cinquanta giorni)

La caratteristica della Pentecoste cristiana rispetto a quella ebraica sta nelle parole di Tertulliano: “Noi invece, in conformità alla tradizione ricevuta, esclusivamente nel giorno della risurrezione del Signore dobbiamo guardarci non solo dal prostrarci in ginocchio ma da qualsiasi comportamento e da qualsiasi gesto cultuale che esprima angoscia e dolore…Lo stesso facciamo anche durante il periodo di Pentecoste; lo trascorriamo, a diversità degli altri periodi dell’anno, con uguale solennità e viviamo nella gioia”[4] Mentre gli Ebrei celebravano soltanto il giorno conclusivo della festa delle settimane, i cristiani celebrano come fosse un’unica festa la beata cinquantena. Il carattere festivo dell’intero tempo pasquale costituiva la novità liturgica dei cristiani: era il tempo della permanenza del Risorto con i suoi discepoli, che si sarebbe concluso con la grandiosa e mirabile effusione dello Spirito Santo. Questa beata pentecoste emergeva sovrana sul ciclo annuale e, insieme con la Quaresima che la preparava, fu il primo nucleo del nascente Anno liturgico cristiano. L’assenza del digiuno, tanto importante nell’antichità, e la preghiera in posizione  eretta, erano i segni eloquenti che connotavano la grande e protratta festa pasquale. Per questo ancor oggi la Chiesa afferma:“I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di risurrezione alla domenica di pentecoste, si celebrano nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come la grande domenica” [5].

La Pentecoste nel Medioevo (solennità con ottava)

Alla fine dell’epoca antica[6] e nel corso dell’alto Medioevo si impone sempre più il carattere festivo del giorno di Pentecoste, considerato come festa rilevante in se stessa in relazione al mistero che in questo preciso giorno si compì. In tal modo la domenica di Pentecoste si staglia nella sua singolarità rispetto alle altre domeniche di Pasqua e si configura come giorno liturgico di grande solennità, oscurando in parte il suo carattere di chiusura della beata cinquantena e rallentando la sua relazione alla Pasqua[7]. (continua)

 

[1] Cfr. Rivista: Liturgia ‘culmen et fons’: Il Credo dicembre 2012 – anno 5 n. 4; Il Catecumenato, marzo 2013 – anno 6 n. 1.

[2] ANDRONIKOF, vol. II, p. 81, nota (23): “Tutta la verità è resa accessibile mediante la Pentecoste”; p. 155: “A partire dalla Pentecoste, i discepoli ricevono non solo il potere spirituale di accedere a tutto il mistero, ma anche quello di riconoscere il contenuto autentico delle parole del Lògos e quindi di proclamarle e di spiegarle”.

[3] La Pasqua si estende per sette giorni (Es 23, 14-19. 34, 18; Lv 23, 5-8; Nm 28, 16-25; Dt 16, 1-8); la Pentecoste risulta di un solo giorno (Es 34, 22-23; Lv 23, 15-22; Nm 28, 26-31); la Festa delle Capanne si estende per otto giorni (Lv 23, 33-36. 39-44; Nm 29, 12-39).

[4] TERTULLIANO, La preghiera, ed. Paoline, 1984, p. 273.

[5] Congregazione per il Culto Divino, Preparazione e celebrazione delle feste pasquali – Libreria Editrice Vaticana, 1992, p. 63, n. 111

[6] RIGHETTI, vol. II, p. 312: “Il primo sviluppo della solennità pentecostale, che ne accentuò l’autonomia liturgica, si ebbe dal costume che, sul principio del IV secolo, comincia ad imporsi, quasi come legge, di riservare alla vigilia notturna di questa solennità il conferimento del Battesimo a quelli che per qualche motivo non avevano potuto riceverlo nella notte di Pasqua”.

[7] CONSILIUM AD EXSEQUENDAM CONSTITUTIONEM DE SACRA LITURGIA, Commentarius in annum liturgicum instauratum, 21 martii 1969, in Enchiridion Vaticanum, EDB, 1990, vol. S1, n.266: “Ma quando si comunciò a celebrare la festa di Pentecoste unicamente come l’anniversario della discesa dello Spirito santo sugli apostoli (nel VII secolo) e l’unione vitale del giorno di pentecoste con il tempo pasquale andò in dimenticanza, anche alla festa di pentecoste fu assegnata un’ottava”.

LA PREPARAZIONE ALLA PENTECOSTE

I Vespri Maggiori di Pentecoste

1.  La preparazione alla Pentecoste si può dire raccomandata dal Signore stesso, che prima di ascendere al cielo, disse ai suoi Apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di rimanere in perseverante attesa dello Spirito Santo, che Egli avrebbe inviato dal Padre fra non molti giorni. Questi giorni che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste sono per la Chiesa, giorni di preghiera concorde e assidua, di ascolto della Parola di Dio e di gioiosa attesa dello Spirito Santo. Seguiamo l’esempio degli Apostoli e dei discepoli, uniti con Maria Ss. nel cenacolo. Lo Spirito Santo, che sempre il Padre manda su noi, rinnova nella celebrazione liturgica della Pentecoste l’effusione dei suoi doni.

2.  Tra le pratiche di pietà maggiormente diffuse il Direttorio sulla liturgia e pietà popolare colloca la novena di Pentecoste.

La Scrittura attesta che nei nove giorni intercorrenti tra l’Ascensione e la Pentecoste, gli Apostoli «erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (At 1, 14), in attesa di essere «rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24, 49). Dalla riflessione orante su questo evento salvifico è sorto il pio esercizio della novena di Pentecoste, molto diffuso nel popolo cristiano.

In realtà nel Messale e nella Liturgia delle Ore, soprattutto nei Vespri, tale «novena» è già presente: testi biblici ed eucologici richiamano, in vario modo, l’attesa del Paraclito. Pertanto, quando è possibile, la novena della Pentecoste sia fatta consistere nella celebrazione solennizzata dei Vespri (dal Direttorio su pietà popolare e liturgia, Congregazione per il Culto DivinoLibreria Editrice Vaticana, 2002, p. 130, n. 155).

3.  Il rito compone insieme elementi propri dei Vespri del giorno (inno, letture breve, Magnificat, intercessioni e orazioni) con elementi, tipici dei Vespri, che provengono dall’antica tradizione liturgica della Chiesa (rito della luce e dell’incenso). La celebrazione nel suo insieme è analoga ai vespri maggiori di Avvento che preparano il Natale. I riti dell’Invitatorio sono costituiti dal lucernale, le Profezie e il rito dell’incenso.

Nel rito della luce le luci della chiesa sono alquanto ridotte per evidenziare il lucernale nel quale devono risplendere solo il cero pasquale, simbolo del Risorto, ed il braciere col fuoco, immagine dello Spirito Santo. Il fuoco verrà acceso nel contesto del rito della luce, attingendo la fiamma dal cero pasquale.

Il canto delle “Profezie”, estratto di testi biblici, riassume con sette richiami il messaggio profetico dell’Antico Testamento, relativo al dono dello Spirito Santo, effuso con abbondanza nei tempi messianici.

Il collegamento tra i riti di Invitatorio e la salmodia è costituito dall’Inno “Veni creator”; è opportuno sia cantato con solennità, ricorrendo anche alla grande tradizione gregoriana e polifonica.

La salmodia è costituita da cantici del Nuovo Testamento, in quanto la profezia antico-testamentaria è già proposta nell’Invitatorio. In tal modo è messo in luce il carattere di novità della nuova ed eterna Alleanza, inaugurata col mistero della Pasqua – Pentecoste. Le antifone e le orazioni ai cantici sono tolte da collezioni liturgiche approvate (cfr. Messa vigiliare e 1° Vespri di Pentecoste).

Le letture brevi, tratte dai classici testi di s. Paolo relativi allo Spirito Santo, sono quelle della liturgia dei vespri del giorno.

Il responsorio, nel suo versetto variabile, descrive l’azione dello Spirito Santo così come è annunziata dal Signore stesso nel vangelo di Giovanni (14-16) e offre così una sintesi degli insegnamenti di Gesù sul dono dello Spirito da lui promesso e inviato.

Il Magnificat, vertice della celebrazione, è introdotto dall’annunzio di Pentecoste, cantato o proclamato dal diacono o dal cantore o dal lettore all’ambone. Le antifone, del genere delle antifone O, sono alquanto caratteristiche: composte sui sette doni (Is 11, 2) e sui nove frutti (Gal 5, 22) dello Spirito Santo, hanno la struttura letteraria, la modalità di esecuzione e il ruolo analoghi a quelle dei vespri maggiori di Avvento.

Intonata l’antifona dal sacerdote, suona la campana maggiore fino al termine del “Magnificat” per solennizzare il cuore della celebrazione e per richiamare a coloro che stanno in casa la grande invocazione dello Spirito Santo, che l’assemblea dei fedeli compie in chiesa. Al Magnificat si accendono pure tutte le altre  luci della chiesa. Inoltre si incensa l’altare, il cero pasquale e l’immagine della Vergine.

Le intercessioni sono quelle dei vespri dei giorni, che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste.

I riti di congedo, in analogia con i vespri maggiori di Avvento, sono caratterizzati dall’Invito a Gerusalemme, ossia alla Chiesa, affinché si disponga nel giubilo ad accogliere la grande effusione dello Spirito e la universale convocazione dei popoli, che ebbe il suo esordio nel giorno di Pentecoste. I testi, diversi ogni giorno, sono estratti da varie citazioni profetiche.

La formula del congedo, infine, richiama l’invito del Signore (Lc 24, 49) stesso a rimanere in città in attesa del dono dello Spirito Santo. È in obbedienza a tale comando che l’Assemblea cristiana in questi giorni si riunisce in preghiera e gioiosa attesa.

4.  La celebrazione ha carattere solenne. Conviene che tale solennità sia evidenziata dalla convocazione di tutta la comunità parrocchiale, dalla presenza del coro, dei ministranti e dal suono delle campane. L’Eucaristia quotidiana, in questa settimana, potrà esser celebrata al mattino.

Prima della celebrazione si accende il cero pasquale. Per il rito della luce e dell’incenso occorre predisporre in presbiterio un “braciere”, in cui far ardere il fuoco, e sulla mensa dell’altare un incensiere con i carboncini accesi.

Il sacerdote indossa la stola ed il piviale prezioso di colore rosso. Il diacono la stola e la dalmatica del medesimo colore.

È bene metter in evidenza l’immagine di Maria SS., presente con gli Apostoli nel Cenacolo, o ornando con ceri e fiori l’altare principale a lei dedicato, oppure esponendo in presbiterio una sua icona.

Libretto dei Vespri Maggiori di Pentecoste nella sezione “Arretrati”

LA CENTRALITÀ DELLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA

don Ennrico Finotti

Per Consacrazione si intende quel piccolo ‘insieme rituale’ che avvolge le parole del Signore e che si è costituito come un complesso singolare con una propria definizione, posto nel cuore della prece eucaristica, come culmen et fons della prece stessa. La liturgia romana, infatti, prevede che, giunti alla soglia della Consacrazione subentrino delle precise modalità rituali che avvolgendo e compenetrando l’atto consacratorio lo elevano alquanto, quale momento proprio del compimento del grande Mistero. Per questo il sacerdote: – sospende il ritmo celebrativo – muta il tipo di linguaggio passando dal genere narrativo al genere performativo – si inchina leggermente nel pronunziare le parole del Signore – le pronunzia con chiarezza, dignità e somma pietà – eleva le sacre specie e le adora genuflettendo. Questa ritualità mira ad affermare che ciò che le parole del Signore esprimono, qui ed ora lo realizzano.

Tutto questo sembra oggi costituire difficoltà e non è infrequente assistere alla quasi scomparsa del rito della Consacrazione, cuore del divin Sacrificio. Si notano riti consacratori furtivi, veloci, senza alcuna sospensione rituale, senza mutamento del tono di voce e con una notevole semplificazione degli atti adoranti connessi.

Si percepisce insomma un diffuso disagio nel consacrare e una incertezza o comunque perplessità nel porre con dignità, calma e stile i riti consacratori stabiliti. Si nota così una certa schizofrenia tra il senso del mistero che pure incombe e la mentalità prevalente che tende alla sua obliterazione o comunque alla sua riduzione. L’incertezza del sacerdote poi si trasmette nei fedeli presenti e il popolo non coglie più in modo netto quello che succede: se ci si trova davanti ad un evento reale oppure ad un venerabile racconto?

Il problema, di non poco conto, si deve risolvere alla radice, considerando anche i limiti dei presupposti teologici oggi alquanto diffusi. Infatti, nel dibattito postconciliare riguardo alla riforma liturgica si sono evidenziate due considerazioni vere:

1. Nei primi secoli l’intera Prece eucaristica era ritenuta consacratoria, senza preoccupazione del momento preciso in cui la transustanziazione si realizzava.

Naturalmente non mancarono mai testimonianze chiare sul valore determinante delle parole del Signore nell’attuazione del Mistero.

2.  Il confronto con la tradizione orientale ha portato positivamente a considerare l’importanza dell’invocazione dello Spirito Santo (epiclesi), che l’Oriente ritiene formalmente essenziale alla ‘metabolizzazione’ delle specie.

Questi dati sono certo preziosi e utili per assicurare aspetti teologici e liturgici di alto profilo. Infatti, l’unità e la sacralità dell’intero Canone e la forza dell’Epiclesi sono riscoperte preziose e non più rinunciabili. Tuttavia anche la tradizione occidentale ha fatto progressi teologici importanti e altrettanto irrinunciabili:

l’individuazione delle parole del Signore come forma essenziale dell’Eucaristia e la loro valenza epicletica in quanto esse stesse pervase dalla potenza dello Spirito Santo.

I pronunciamenti del Magistero della Chiesa in tal senso sono molteplici e certi. Prescindere dalla tradizione latina per un ritorno archeologico ai primi secoli o per un allineamento con la tradizione orientale non è saggio e non apporta alcun vero arricchimento né alla teologia, né all’ecumenismo, ma piuttosto sarebbe un impoverimento sui due fronti. Occorre allora accogliere di buon grado la scelta della tradizione liturgica romana ed interpretarla con coerenza celebrando con precisione e convinzione i riti che la esprimono.

È allora necessario riscoprire la bellezza della‘ grande forma’ della Consacrazione per conferire splendore liturgico al grande momento ed imprimere con una forza singolare quel senso adorante e sacrificale che oggi è debole e che una vera arte del celebrare, fedele alle indicazioni liturgiche, è in grado di suscitare.

SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO – Prefazione di Aldo Maria Valli – Edizioni Chorabooks 2018

 “Sembra che oggi gran parte della liturgia, almeno nella sua attuazione pratica, si sia ridotta ai soli due movimenti kerigmatico­ catechistico ed epicletico-comunicativo con la scomparsa o la forte riduzione della posizione latreutico-contemplativa”.

Scrive così don Enrico Finotti in una delle sue risposte dedicate alla liturgia. In un primo tempo sembra linguaggio per iniziati, ma don Finotti non lascia mai i suoi interlocutori senza spiegazione. Sempre attento alle osservazioni dei fedeli, l’autore resta colpito dal fatto che una di loro mostri stupore dopo aver visto un sacerdote in preghiera, e di conseguenza si interroga: se nella liturgia la dimensione della preghiera, agli occhi di un fedele comune, non appare più come centrale, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Perché la liturgia è per sua natura preghiera pubblica. E allora ecco la spiegazione: oggi la liturgia privilegia i momenti in cui il sacerdote si rivolge al popolo per annunciare la parola di Dio (posizione kerigmatica) e quelli in cui si volge ai fedeli per agire su di loro con i medesimi gesti di Gesù (posizione epicletica), ma non favorisce i momenti in cui il sacerdote, rappresentando il Signore alla testa del popolo (posizione latreutica), dovrebbe rivolgersi a Dio come l’assemblea e guidare i fedeli nella lode e nell’adorazione.

Nella liturgia attuale c’è dunque come uno scompenso, un disequilibrio, ed è evidente che tutto ciò ha a che fare con la posizione del sacerdote. Una posizione che, nella liturgia riformata dal Concilio Vaticano II, è funzionale all’idea di Messa intesa come mensa, ma non come sacrificio.

Chi difende la riforma voluta dal Concilio accusa facilmente di “tradizionalismo” tutti coloro che si pongono il problema della posizione assunta dal sacerdote durante la Messa. Ma non si tratta di nostalgia e non è una fissazione. Si tratta invece di entrare nel significato profondo dell’azione liturgica. E, se si fa questo passo, la questione del conversi ad Dominum non può non apparire come decisiva. Come scrive bene don Finotti, “si deve riconoscere che celebrare la parte sacrificale della Messa (dall’offertorio alla comunione) rivolti nel medesimo senso verso il quale guarda l’intera assemblea, secondo la tradizione costante della Chiesa, suscita in modo immediato ed efficace quel comune (sacerdote e popolo) guardare ad Deum che è costitutivo della liturgia”.

Le domande che i fedeli pongono al liturgista sulla rivista Liturgia: culmen et fons riguardano un po’ tutto: dalla veglia di Natale alla Via Crucis, dalle feste patronali alla settimana per l’unità dei cristiani. Inoltre molti desiderano entrare nel dettaglio delle questioni, interrogandosi in modo sempre più specifico. Per esempio: che cos’è precisamente un rito e quali sono le sue componenti? Chi gestisce le regole della liturgia rinnovata? Qual è l’importanza dell’abito sacerdotale? Che fine ha fatto la liturgia delle ore?

Il pregio di don Finotti sta nella capacità di unire rispetto del sacro e buon senso. La parola chiave è equilibrio. Che significa rispettare la gerarchia dei valori. Alla Messa si va non per mettere in scena una cena, ma per rinnovare il sacrificio eucaristico. Non si va per esibire la creatività umana, ma per rendere gloria a Dio. Non si va per gratificare il protagonismo del sacerdote o dell’assemblea, ma per pregare e adorare. Solo se i valori vengono messi nella giusta gerarchia l’azione liturgica che ne scaturisce risulta corretta.

Importanti sono le parole che don Finotti dedica all’equivoco circa l’autenticità della liturgia, come se autentico corrispondesse a spontaneo. Rispondendo a una domanda che parla del mito dell’ “animazione” della Messa, mito modernista che è fonte di infiniti abusi, l’autore spiega: “Autentico non è ciò che è spontaneistico e irriflessivo, ma l’autenticità esige adesione alla verità e forza di volontà per realizzare nelle opere lo splendore del vero, del buono e del bello. L’oggettività è quindi una condizione imprescindibile dell’autenticità, che è invece inquinata da un soggettivismo sterile privo di ogni riferimento veritativo. La vera autenticità è il frutto maturo di un itinerario che implica la ricerca intellettuale, la formazione spirituale e l’esercizio della volontà. La disciplina e il sacrificio nella costante obbedienza alla Chiesa sono condizioni necessarie per raggiungere tale virtù, mantenerla e difenderla. L’errore in tale materia provoca una disaffezione per l’intero impianto liturgico oggettivo della Chiesa (Messa, sacramenti, sacramentali, anno liturgico, ecc.) e una sostituzione a tutto campo con creazioni soggettive private o comuni, una ‘liturgia’ soggettivistica che non rappresenta il pensiero di Cristo, non contiene il suo mistero e perciò non salva. Essa è in fin dei conti un atto idolatrico e una pia illusione, il riflesso sempre cangiante dei propri sentimenti e delle sensibilità del ‘gruppo celebrante’. Ma così la dimensione soggettiva e privata del gruppo ha preso il posto di quella oggettiva e pubblica del popolo, quale referente primario della liturgia”.

Credo che queste parole andrebbero stampate e distribuite in tutte le chiese, a beneficio dei fedeli ma anche dei sacerdoti. In nome del mito dell’animazione liturgica (del tutto arbitrario e fondato unicamente sul protagonismo umano) c’è stata un’imposizione dello spontaneismo. Sembra un controsenso, eppure è ciò che è avvenuto.. E i risultati sono sotto gli occhi, e le orecchie, di tutti.

Ovviamente la liturgia spontaneista va di pari passo con l’immagine di un Dio buonista, come nota giustamente un lettore che scrive: “Siamo ormai impregnati di una concezione riduttiva del concetto di Dio:un Dio buonista che ha deposto ogni sua maestà e che sollecita una confidenza quasi banale”. E a questo Dio buonista ci si accosta, di conseguenza, “col linguaggio feriale e immediato, non più attento al senso dell’adorazione che fu richiamato a Mosè presso il roveto ardente”.

È drammaticamente vero. E di questa incapacità di distinguere il sacro dal profano fa le spese la liturgia. Il che non è problema formale, perché quando si parla di liturgia la forma è sostanza.

E qui don Finotti va dritto al nocciolo della questione: “È un dato constatabile che è ormai molto diffusa una mentalità buonista su Dio per cui Egli è ritenuto così disponibile a noi e così facilmente accessibile da negare ogni sforzo di purificazione e di ricerca nel conoscere la sua volontà, discernere la sua parola e seguire le sue leggi. Un Dio buonista, facile nel rapporto e privo di ogni oscurità , diventa il riflesso della nostra psicologia, illudendoci davanti ad un idolo frutto della nostra fantasia. Un’idea a buon mercato di un Dio del tutto asservito ad ogni nostra inclinazione talvolta viene giustificata con il ricorso al termine evangelico Abbà, quasi che questa confidenza eliminasse ormai ogni residuo di maestà, di grandezza e di mistero. Un Dio così prossimo a noi da essere del tutto fungibile ad ogni nostra estrosità diventa un ‘dio fai da te’, che in definitiva ammette ogni capriccio della nostra fragile e contorta psicologia. Con una simile visione di Dio ogni forma liturgica è compromessa fin dalle sue radici più profonde in quanto il soggettivismo estremo intacca le basi stesse della spiritualità e del concetto di Dio e del rapporto intimo con lui nella vita spirituale”.

Occorre riconoscere che, oggi, ci vuole del coraggio per parlare così. Ma ilnodo sta tutto qua. Il degrado nell’azione liturgica è frutto di una teologia distorta, che ha messo l’uomo, e non Dio, sull’altare. Una teologia che chiede di celebrare l’uomo, non Dio.

Scrive ancora don Finotti : “Se si perde il senso interiore dell’adorazione e della soggezione alla maestà di Colui che rimane sempre ineffabile e al di là della nostra portata, non ci si può aspettare una forma liturgica conforme a precise regole oggettive e ispirata al gusto della grandezza e del mistero, connaturale alla forma classica della liturgia della Chiesa nell’intero arco della tradizione. È allora evidente che tutti coloro che sono vittime di una simile visione preferiscano lo spontaneismo, fuggano ogni sottomissione a norme rituali, e ritengano autentica una celebrazione il più possibile libera come la Messa celebrata in un prato o in un contesto ricreativo. La libertà estrosa del rapporto interiore con Dio privo di ogni orientamento oggettivo, di ogni verifica dottrinale conforme ad una sana ortodossia e di una consonanza con la tradizione disciplinare maturata nei secoli, si riflette in una liturgia in accordo con questo fragile stato interiore, che si declina nelle espressioni più disparate e contraddittorie che scaturiscono da una spiritualità già malata e selvaggia fin nei reconditi sentimenti dell’anima. La infinita bontà e misericordia di Dio non possono mai essere disgiunte dalla sua giustizia, la sua vicinanza e accondiscendenza non possono mai spogliarsi dalla sua maestà e il rispetto dei diritti divini non può mai essere disatteso impunemente dalla creatura, che ‘senza il creatore svanisce’ (GS36). Quindi la celebrazione retta della liturgia non può mai prescindere dal retto concetto di Dio e dalla recezione completa e sinfonica dei suoi attributi divini. La sana teologia sta quindi sempre alla base di una retta liturgia”.

Che cosa aggiungere? Soltanto un sentito ringraziamento a don Enrico Finotti per questo suo servizio alla verità.

Aldo Maria Valli

RIFORMA NELLA CONTINUITÀ (seconda parte)

don Enrico Finotti

Il rifiuto di celebrare presso i luoghi celebrativi storici nelle nostre Chiese, dopo la riforma liturgica, è stato un abuso che ha provocato danni profondi nella mentalità del popolo di Dio, oltre che fornire l’occasione di compiere gravi danni al patrimonio artistico delle nostre chiese. Se, invece, si fosse continuato ad usare con fedeltà i luoghi celebrativi storici, conformandosi al genio artistico proprio di ciascuna chiesa, il passaggio sarebbe avvenuto nella continuità della tradizione.

Occorre perciò ritrovare l’equilibrio e adeguare il novus ordo alla situazione liturgica e artistica della maggioranza delle nostre chiese, ritornando a celebrare con dignità nei luoghi liturgici classici, riutilizzandoli con intelligenza, equilibrio, moderazione e serenità d’animo. Una situazione diversa si prospetta per le nuove chiese, che tuttavia non possono essere progettate con una creatività totale, sciolta da ogni vincolo tradizionale, liturgico e teologico.

Quali furono le cause di questa applicazione rivoluzionaria della normativa liturgica? Qualche riflessione potrebbe essere interessante:

 1.  Le disposizioni contenute nella prima edizione delle Premesse al Messale Romano (1970) in ordine ai luoghi celebrativi (Praenotanda, cap. 5°: Disposizione e arredamento delle chiese per la celebrazione dell’Eucaristia, nn.253-280) sembrano riguardare esclusivamente una chiesa di nuova costruzione e non tenere presente a sufficienza la situazione delle chiese tradizionali. Ora, pochissime comunità sono alle prese con una nuova chiesa o con chiese di recente costruzione. La maggioranza delle comunità cristiane, infatti, celebra in chiese storiche, legate intimamente alle caratteristiche proprie del loro stile. È evidente che nessuno può pensare di attuare una rivoluzione architettonica e liturgica nella grande maggioranza delle chiese paleocristiane, romaniche, gotiche, rinascimentali, barocche, ecc., soprattutto in considerazione del loro valore artistico, storico, spirituale e liturgico. Esse dovranno essere conservate nella loro integrità, secondo il genio dell’epoca in cui furono edificate.

Per la maggioranza dei fedeli si tratta dunque di celebrare la nuova liturgia in chiese che non potranno mai essere radicalmente ‘adeguate’ e il novus ordo deve poter essere applicato ivi in modo rispettoso, senza ricorrere ad interventi radicali ed inopportuni. Tuttavia, avere a disposizione nelle Premesse al Messale una normativa che teneva presente unicamente la configurazione di una chiesa nuova, potrebbe essere stato insufficiente per impostare l’adeguamento liturgico nel senso della continuità. Molte volte, purtroppo, si trasferirono in modo letterale e diretto queste disposizioni generali, imponendole drasticamente alle chiese tradizionali. Sarebbero state invece opportune delle indicazioni più complete e flessibili, mirate a salvaguardare la continuità e il valore dei luoghi celebrativi precedenti, consacrati da una secolare tradizione, affermandone la loro validità e complementarietà rispetto alle nuove normative: voci diverse di una ricchezza liturgica inesauribile e creativa. Sembra, al contrario, che un protratto silenzio abbia favorito un’applicazione forzata delle nuove rubriche, avallando un certo sospetto e sfiducia nelle strutture liturgiche preesistenti, ereditate dalla tradizione e ritenute valide da tutti fino al Concilio.

2.  Una mentalità pregiudiziale, infatti, ha in parte condizionato l’applicazione della riforma liturgica. Si tratta di un giudizio critico e di una mentalità sospetta sulla liturgia e sull’edificio sacro preconciliari, quasi che essi fossero l’espressione di una secolare deviazione dalla norma classica della liturgia e il segno, ormai alquanto sedimentato, di un processo di corruzione della forma autentica della liturgia latina. Di contro vi è stata una apertura entusiasta e talvolta ingenua alla nuova liturgia, come riscoperta del vero culto ecclesiale, che doveva essere attuata con il massimo zelo pastorale. In tale visione non poteva venir considerato il valore della continuità storica della liturgia e ancor meno essere valutato il genio proprio di secoli, di visioni teologiche e situazioni Ecclesiali, che vennero annoverati superficialmente come periodi di decadenza. Fu facile cadere nella tentazione di credere che la riforma liturgica fosse un nuovo inizio e che tutto l’esistente fosse da ripensare o correggere.

Questa mentalità, comprensibile, ma ingiusta, condizionò alquanto il processo di eccessiva spinta verso una liturgia sempre più attualizzata, ma anche sempre più lontana dalle basi tradizionali che dovevano assicurare quella continuità sostanziale che ne garantiva l’identità e la validità dei suoi contenuti.

Il Magistero della Chiesa tuttavia seppe contenere nei giusti limiti il processo di riforma e fissarlo nelle sue coordinate essenziali.

In realtà il culto liturgico della Chiesa è sempre stato in ogni epoca uno strumento valido e legittimo di efficace santificazione del popolo cristiano. È tuttavia evidente che nella sua espressione umana anche la liturgia ha subito l’influsso sia del genio e della sapienza dei santi e dei grandi dottori, sia della  mediocrità e della debolezza degli uomini peccatori. In tal senso essa è semper reformanda come la stessa Chiesa.

Siffatta continuità sostanziale della liturgia, che si snoda nel flusso dei secoli, deve essere percepita dal popolo di Dio e in tal modo potrà essere apprezzato con gratitudine l’apporto valido di tutte le generazioni cristiane, anche di quelle, che una visione talvolta miope, ritiene del tutto superate o troppo lontane dalla nostra sensibilità attuale. È su questa base che sarà possibile un rinnovato e proficuo incontro tra l’esperienza odierna della recente riforma liturgica e la grande tradizione dei secoli.

3.  Una ulteriore causa potrebbe essere il vasto decentramento nell’applicazione della riforma liturgica, affidata ad una molteplicità di commissioni periferiche: dalle Conferenze episcopali alle singole diocesi. Questo poliedrico decentramento ha accolto sul piano concreto visioni discordanti e realizzazioni affrettate, talvolta senza sufficiente riflessione, gradualità e sapienza pastorale. Ciò ha consentito una larghissima sperimentazione, non sempre in linea con le disposizioni della Chiesa e con una corretta interpretazione della stessa riforma liturgica.

L’ampio ventaglio degli organi applicativi ha pure favorito una certa anarchia nella quale anche ogni singolo sacerdote si sentiva autorizzato ad intervenire secondo una creatività del tutto soggettiva e locale. In tal modo chiunque ed ovunque poteva fare qualsiasi cosa. In una simile contingenza la mentalità pregiudiziale della rottura col passato e la creatività, senza riferimento alle leggi contenute nei libri liturgici, ebbero libero campo. Una normativa generale più precisa e dettagliata, unita ad interventi più regolari e pertinenti da parte dell’autorità, avrebbero potuto forse contenere maggiormente le deviazioni.

In questo stato di cose e alla luce degli effetti di una attuazione sconnessa della riforma liturgica cosa è possibile fare oggi?

La nostra rivista ha carattere culturale e non ha titolo di intervento nel campo delle disposizioni pastorali, che competono esclusivamente all’autorità ecclesiastica. Essa tuttavia cerca di mettere in luce alcuni temi, suscitare interessi, aprire orizzonti di indagine, creare mentalità, condividere auspici, dibattere problemi, ecc.

A cinquant’anni dal Concilio è possibile avere una visione più equilibrata e disincantata della riforma liturgica, riconducendola dentro i giusti limiti di equità, buon senso ed apertura mentale.

In sintesi potremmo offrire tre indicazioni che riteniamo necessarie per suscitare una rinnovata mentalità capace di mantenere il senso vivo della riforma nella continuità , scongiurando qualsiasi pericolo di rottura con la tradizione ed ogni chiusura preconcetta verso un legittimo e coerente progresso:

1.  è necessaria una visione ampia e positiva dello sviluppo del culto nella storia della Chiesa, che senza negare o minimizzare i limiti, consideri il valore sostanziale e indefettibile della liturgia, superando quei pregiudizi ideologici, che sono il frutto di visioni teologiche, spirituali, storiche ed ecclesiali parziali o erronee. Occorre, dunque, saper accogliere ed apprezzare il genio dell’Oriente e dell’Occidente, dell’antichità e della modernità, del romanico e del barocco, del gotico e del rinascimentale, ecc. Solo con questa apertura mentale sarà possibile una riconciliazione con gli edifici sacri di tutte le epoche e con le molteplici forme liturgiche prodotte nei secoli e sempre valide, pur nella loro diversa attualità e opportunità: apporti differenti e complementari per esprimere il mistero, che resta sempre ineffabile.

2.  Non si dovrà allora tornare a stravolgere la disposizione interna delle chiese storiche, quanto piuttosto celebrare il novus ordo con quella elasticità che lo caratterizza e che consente di adattare i nuovi riti alla fisionomia specifica dei luoghi celebrativi propri di ciascuna chiesa, senza forzature stridenti ed inopportune: l’altar maggiore nelle chiese storiche col suo orientamento ad Deum completa e arricchisce l’altare ad populum nelle chiese recenti; il tabernacolo monumentale sull’altare centrale sottolinea un aspetto valido e complementare al tabernacolo disposto nella apposita cappella; il pulpito, che può essere adattato per la proclamazione solenne del vangelo, si compone con l’ambone usato ordinariamente; la balaustra mantiene sempre il suo scopo classico di distinzione e protezione dell’area presbiteriale; la cantoria e l’organo possono assolvere ancora un servizio in solenni celebrazioni, nelle quali la Schola sappia comporre con equilibrio e competenza le pagine più valide del patrimonio musicale della Chiesa con le esigenze del novus ordo; il confessionale storico richiama il senso sacro del sacramento della penitenza che non può ridursi ad un dialogo psicologico-umanitario; il battistero alla porta della chiesa invita ad un cammino processionale e richiama l’inscindibile rapporto con l’atrio e l’ingresso; ecc.

Naturalmente è all’autorità della Chiesa che compete sia l a valutazione come l’effettiva attuazione di eventuali ed ulteriori disposizioni in materia di riforma liturgica. Senza la sua guida anche la liturgia, come la dottrina e la pastorale, sarebbe preda di scuole private e verrebbe gestita da leaders contingenti.

3.  La recente riforma liturgica del Vaticano II non deve essere considerata come un mitico inizio dell’unica forma autentica della liturgia, finalmente ritrovata, né essere ritenuta una conquista ormai insuperabile, quasi a stornare ogni tentativo di ripensamento verso un ulteriore cammino di ricerca. L’ordo vigente non è che una delle tante tappe del percorso storico della liturgia: una forma che non è ancora stata sufficientemente verificata nel tempo e sotto tutti gli aspetti (teologico, liturgico, spirituale, pastorale, ecc.).

L’apertura serena e motivata ad intraprendere emendamenti, potenziamenti, ulteriori indagini, migliori sintesi e più m irate s celte, è un atteggiamento di vigilanza intellettuale e di sensibilità pastorale, non una forma patologica tipica di nostalgici o detrattori del Concilio. È evidente che una simile apertura deve essere sempre accompagnata da una adeguata formazione liturgica condotta su basi oggettive e coniugata costantemente con la imprescindibile docilità alle prescrizioni della Chiesa e del suo Magistero. Il papa Benedetto XVI, già da cardinale, ebbe modo di esprimersi ripetutamente in ordine ad una riforma liturgica sempre più attenta e rispettosa del mirabile mistero che essa contiene e trasmette:

«[Occorre] un nuovo dibattito più disteso, nel corso del quale sia possibile cercare il modo migliore per mettere in pratica il mistero della salvezza. Tale ricerca va compita non condannandosi reciprocamente, ma ascoltando attentamente gli uni gli altri e, fattore ancor più importante, ascoltando la guida intima della liturgia stessa. Non si giunge ad alcun risultato etichettando le posizioni come‘preconciliari’, ‘reazionarie’, ‘conservatrici’ oppure come ‘progressiste’ ed ‘estranee alla fede’; serveuna nuova apertura reciproca alla ricerca del migliore compimento del memoriale di Cristo» (in U.M. LANG, Rivolti al Signore, Prefazione p. 8).

IL CULTO GRADITO A DIO

“Sono un lettore assiduo della vostra rivista e vi ringrazio per la preparazione e la chiarezza che sapete offrire sui vari argomenti. Ma ogni volta che ricevo la rivista, dopo aver letto con interesse e curiosità gli articoli, mi chiedo: Come dire queste cose agli altri e come realizzare ciò che viene suggerito? Eppure dite la verità e sento che è questa la strada giusta, perché, e voi lo dimostrate, questa è la visione della liturgia secondo il pensiero della Chiesa… In realtà voi vi riferite sempre alle leggi liturgiche stabilite dalla Chiesa, ma è appunto queste leggi che fanno problema perché sembra che tutto debba essere libero, spontaneo e continuamente variabile… Tutto vero ciò che dite, ma quanti raccolgono questi insegnamenti? … Condivido con voi questa ardua missione!” (Un giovane parroco)

La crisi culturale odierna ha la sua radice ultima nel soggettivismo che vuole opporsi alla visione oggettiva della realtà. La crisi della ragione che non è più ritenuta capace di cogliere la realtà nella sua dimensione oggettiva e ancor meno di raggiungere le verità assolute trascendenti (metafisica) mina alle basi la possibilità di una teologia razionale e oggettiva e per ciò stesso sicura e condivisa. La crisi della fede che, senza un fondamento razionale scade in un fideismo sterile, non prevede contenuti certi e dogmi dichiarati e insuperabili, ma si riduce ad un vago e vaporoso sentimento religioso.

Infine la morale non accetta più il suo fondamento oggettivo nella legge naturale impressa dal Creatore nelle sue creature, ma pretende una continua revisione ideologica a seconda delle situazioni e dei desideri contingenti. In questo impressionante quadro di totale insicurezza culturale anche la lex credendi, la lex orandi e la lex vivendi trasmesse fedelmente dalla tradizione cristiana sono alquanto insidiate e non hanno più una cordiale accettazione da parte degli stessi fedeli.

Qui, dunque, si può capire il motivo per cui la liturgia intesa nella sua forma oggettiva nella coerente continuità con la tradizione pur nello sviluppo omogeneo delle sue parti, non abbia la dovuta considerazione. Il soggettivismo imperante ed esteso in tutte le dimensioni umane fondamentali, razionale, spirituale e morale non consente un’assunzione serena della forma oggettiva della liturgia che suppone precise leggi, chiare strutture rituali e ben definiti contenuti eucologici.

A questo punto occorre rientrare in se stessi, guardare in faccia il problema, approfondire l’argomento e fare una scelta coerente. Infatti, la lex credendi, come la lex orandi e la lex vivendi non sono lasciate al capriccio soggettivo, ma appunto in quanto lex sono intrinsecamente costituite da norme oggettive, nella loro sostanza valide per tutti e in ogni epoca. I riti liturgici in particolare sono tali proprio perché riconosciuti dalla Chiesa, approvati e pubblicati nei suoi libri liturgici.

È questa assunzione, riconoscimento, approvazione e codificazione da parte della Chiesa che stabilisce la natura liturgica di un atto cultuale e ne garantisce la sua efficacia davanti a Dio, alla Chiesa nella sua universalità e ad ogni fedele che si unisce alla celebrazione della liturgia. Una mentalità soggettivistica non potrà far altro che fuggire la liturgia ed esercitare il culto fuori di essa in una permanente precarietà creativa e senza alcuna garanzia soprannaturale.

Tale atteggiamento porterà ad uscire anche dalla lex credendi perdendo il dogma della fede e dalla lex vivendi travolti dal turbine infido e mutevole di una coscienza lasciata a se stessa ed esposta ad ogni aberrazione. Non è certo questa la via di Dio e la strada della salvezza.

La legge divina presiede all’atto originale della creazione ed è il contenuto della rivelazione in ogni sua fase dall’Antico al Nuovo Testamento. La legge evangelica porta a compimento quella antica (Mt 5, 17) e riconduce a quella delle origini (Mt 19, 8). Nulla è caotico, ma tutto è coerente e significativo nell’opera di Dio, il quale è Logos sussistente e dal quale ogni creatura riceve una reale partecipazione alla sua impronta razionale: … a immagine di Dio lo creò (Gen 1, 27).

Solo su questa base teologica sarà ancora possibile celebrare la sacra liturgia in perfetta osservanza delle sue leggi e in piena conformità al suo spirito.

RIFORMA NELLA CONTINUITÀ (prima parte)

don Enrico Finotti 

Il Magistero della Chiesa, sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha messo in luce la necessità di coniugare il progresso dottrinale e la riforma pastorale, effettuati dal Concilio, con la continuità della vita della Chiesa nell’arco dei secoli, evitando ogni pericolo di rottura, sia in senso modernista, sia in senso tradizionalista. 

In questa luce è doveroso verificare anche la riforma liturgica e la sua concreta attuazione dagli anni postconciliari fino ad oggi per poter celebrare bene il culto divino, conoscerne adeguatamente la teologia, correggere coraggiosamente gli abusi e promuovere una sempre più degna celebrazione dei santi misteri.

Una prima considerazione deriva da una situazione verificatasi, soprattutto nell’immediato postconcilio, in tutta la Chiesa, anche se con intensità e caratteristiche diverse nelle varie aree.  Nell’applicazione concreta delle nuove disposizioni liturgiche si è prodotta in molti casi una discontinuità a tutto campo, che interessò pressoché tutti i luoghi celebrativi all’interno delle chiese storiche:

 1. L’altare maggiore fu quasi universalmente abbandonato e sostituito con un altare alternativo, perlopiù posticcio. In questo modo rimasero inutilizzati i monumentali altari della gran parte delle chiese. Essi furono ritenuti inabili fondamentalmente per due motivi: per l’impossibilità di poter celebrare la Messa rivolti al popolo e per l’eccessiva distanza fisica dall’assemblea. La determinazione e la fretta con le quali avvenne il cambiamento provocarono nei fedeli un sentimento di rottura con la tradizione e l’emarginazione repentina dell’altare tradizionale apparve come un segno della discontinuità, proprio nel cuore stesso della liturgia, il Sacrificio divino. Tale situazione perdura ancor oggi, e, dopo cinquant’anni, sembra si stia risvegliando l’interesse per riprendere una adeguata riflessione in merito. Questa rinuncia all’uso dell’altare maggiore storico rimane, comunque, il segno più evidente di una discontinuità tra il prima e il dopo.

2.  Il tabernacolo, posto al centro dell’altare maggiore, è stato vuotato e abbandonato in nome di una posizione laterale del SS. Sacramento. I fedeli osservarono con una certa sorpresa il Santissimo in un tabernacolo minore, confinato in un angolo talvolta angusto della chiesa, e si domandavano il motivo per il quale il tabernacolo storico, splendido e grandioso dovesse rimanere vuoto. Ciò contribuì a ridurre il senso dell’adorazione e del culto eucaristico e a diffondere il pregiudizio che la precedente tradizione fosse ormai inadeguata.

3.  La balaustra fu rimossa con decisione, ritenendo che questo fosse un procedimento del tutto normale, sia in nome del nuovo modo di ricevere la santa Comunione, sia per togliere ogni barriera tra la navata e il presbiterio. Anche questo fatto però ebbe un effetto di rottura con la precedente tradizione, che sempre aveva mantenuto vari elementi di protezione dell’altare e del suo ambito sacro.

4.  Il pulpito fu dismesso in modo ancora più radicale ed universale, senza premettere una saggia verifica di un possibile suo impiego nella liturgia rinnovata. Il ricorso a leggii mobili ha però abbassato la dimensione solenne della proclamazione liturgica della Parola di Dio e ha cancellato, con la rimozione affrettata di molti pulpiti, la testimonianza plastica della costante considerazione che la Chiesa ha sempre avuto per la predicazione. Occorre riconoscere che l’introduzione dei microfoni aveva già innescato un processo di ricorso esclusivo alla funzionalità, a scapito del simbolo e della dignità della celebrazione.

5.  Il battistero fu quasi generalmente abbandonato in nome della visibilità dell’intero rito del battesimo. L’effetto fu la chiusura del battistero storico, il posizionamento del fonte in luoghi impropri e non di rado l’uso permanente di un bacile mobile.

6.  La cantoria classica fu ritenuta non più conforme al novus ordo e sostituita con altri spazi, spesso architettonicamente e funzionalmente inadeguati alle chiese tradizionali. La schola cantorum scese nella navata, ma non raramente distolse l’attenzione dei fedeli e fece barriera tra l’assemblea e l’altare. L’organo subì delle forzature, o venendo ricollocato in luoghi non adatti all’architettura della chiesa, oppure, nella maggioranza dei casi, venendo sostituito con altri strumenti e usato solo per concerti. Connesso a questo è il problema del radicale abbandono dell’antica tradizione musicale (gregoriano e polifonia) e il subentro quasi esclusivo di prodotti moderni, ancora privi di una adeguata verifica. Ciò ha creato un profondo senso di rottura con la tradizione liturgica precedente, imponendo nella mentalità comune un pregiudizio sistematico e acritico, secondo il quale l’intero patrimonio della musica sacra del passato sarebbe del tutto superato. Il collasso di gloriose corali e il vuoto che ne conseguì ne fu il frutto amaro.

7.  Il confessionale poté sembrare quasi offensivo della dignità della persona e fu sostituito, sia nella penitenza individuale, sia nelle celebrazioni comunitarie, da una conversazione personale e dialogica, fatta in uno spazio qualsiasi della chiesa, senza riguardo per la scelta di un luogo celebrativo specifico e degno. E’ raro ancor oggi l’uso del confessionale nell’Iniziazione cristiana dei fanciulli e nelle celebrazioni penitenziali. La ristrutturazione di molti confessionali non è sempre possibile e allora si continua a celebrare il sacramento in luoghi alternativi. Ma in questo modo anche il luogo tradizionale della Penitenza appare non più conforme al vigente rito.

8.  Gli altari minori, in generale, hanno di fatto perso ogni funzione liturgica e in parte anche devozionale. Con il principio ‘dell’altare unico’ la loro presenza fu ritenuta difforme dall’autentica tradizione liturgica e con la considerevole riduzione delle devozioni ai Santi l’unico valore superstite finì per essere quello artistico: la museificazione ne fu effetto conseguente. Non sono da sottacere, purtroppo, anche gravi lesioni a talune loro parti strutturali (rimozione della predella o della mensa) e al loro arredo sacro (candelabri, reliquiari, lampade, tovaglie, ecc.).

9.  La navata non raramente fu privata degli inginocchiatoi ad uso dei fedeli, in nome di un maggior spazio, ma in realtà per una mentalità contraria al valore dello stare in ginocchio. E così anche i fedeli furono confusi, non potendo più compiere adeguatamente tutti gli atti rituali previsti.

10.  L’addobbo tradizionale, conforme ai diversi stili artistici e gusti estetici, subì una quasi totale estinzione in nome di una malintesa ‘semplicità’ e le chiese furono ridotte ad una perenne spogliazione, senza differenza tra le solennità, le feste, i giorni di penitenza e i diversi tempi liturgici. La perdita di splendidi arredi fu la conseguenza e un grigiore permanente mantiene ancor oggi le chiese in un clima di noiosa ferialità. La stessa alienazione, senza discernimento, di solenni apparati per l’esposizione eucaristica e l’emarginazione quasi totale dei paramenti preziosi si inseriscono in questo vortice riduzionistico, che non poté che essere agli occhi dei fedeli la celebrazione della rottura.

Tutte queste sostituzioni, spesso affrettate e radicali, hanno causato nel popolo di Dio l’idea che tutto dovesse cambiare. Nelle chiese storiche, infatti, ogni ambiente si trovò sfasato rispetto al nuovo modo di celebrare e nessun luogo tradizionale sembrava essere ancora adatto alle nuove esigenze liturgiche. Della chiesa rimaneva solo l’edificio, ma l’intero complesso dell’arredo interno sembrava ormai inabile ad assolvere le indicazioni del novus ordo voluto dal Concilio.

Purtroppo questo è stato un abuso e ha provocato danni profondi nella mentalità del popolo di Dio, oltre che fornire l’occasione di compiere gravi danni al patrimonio artistico delle nostre chiese. Se, invece, si fosse continuato ad usare con fedeltà i luoghi celebrativi storici, conformandosi al genio artistico proprio di ciascuna chiesa, il passaggio sarebbe avvenuto nella continuità della tradizione.

Occorre perciò ritrovare l’equilibrio e adeguare il novus ordo alla situazione liturgica e artistica della maggioranza delle nostre chiese, ritornando a celebrare con dignità nei luoghi liturgici classici, riutilizzandoli con intelligenza, equilibrio, moderazione e serenità d’animo.

Una situazione diversa si prospetta per le nuove chiese, che tuttavia non possono essere progettate con una creatività totale, sciolta da ogni vincolo tradizionale, liturgico e teologico. (continua)

L’ ‘ARTE DEL CELEBRARE’ NEL CUORE SACRATISSIMO DI GESÙ

L’ ars celebrandi è una questione di amore. Il cuore del sacerdote dev’essere plasmato in modo soprannaturale dalla potenza del Cuore di Gesù, in modo da poter dire con l’Apostolo “non sono più io che vivo, ma Cristo in me”.

don Enrico Finotti

 

Riscoprire il sacerdozio cattolico significa confrontarsi con la dottrina della Chiesa che lo delinea nelle tre potestà, che sono proprie del Signore Gesù e che sono state partecipate in modo sacramentale ai suoi ministri. Il munus docendi, santificandi e gubernandi sono atti soprannaturali che il Risorto continua ad esercitare nella sua Chiesa, attraverso coloro che sono a Lui assimilati, mediante l’Ordine sacro, e che agiscono ‘in persona Christi’.

Essere sacerdoti significa proprio questo esercitare in Cristo il suo medesimo ministero di salvezza: annunziare con la sua autorità il vangelo; celebrare i suoi gesti salvifici nei sacramenti; condurre in Cristo il popolo di Dio verso il Regno.

Nelle catechesi del mercoledì, a conclusione dell’anno sacerdotale, il papa Benedetto XVI ha voluto lasciare quasi in eredità ai sacerdoti il richiamo e il commento ai tria munera, che essi devono comprendere ed esercitare con sempre maggior efficacia. I sacerdoti devono poter raccogliere, come frutto dell’Anno sacerdotale, una rinnovata arte nell’esercizio del loro ministero. Ossia sono chiamati a maturare sempre più nella triplice arte che definisce e qualifica il loro ministero nella Chiesa: nell’ars docendi, annunziando, digne et competenter, la Parola di Dio; nell’ars celebrandi, celebrando il culto divino con somma pietà; nell’ars gubernandi, conducendo con saggezza, nella ‘comunione gerarchica’, il gregge del Signore.

Ed ecco che l’ars celebrandi, in particolare, trova la sua regola fondamentale nel Cuore di Gesù. Come si fa a celebrare bene? Chi può esibire una vera ars celebrandi? A quale modello ispirarsi?

La risposta sta proprio nel Mistero: il sacratissimo Cuore di Gesù. Il Kyrios, immolato e glorioso, che ora sta alla destra del Padre per intercedere continuamente per noi, è l’unico Sommo Sacerdote a cui ispirarsi e il suo Sacrificio pasquale, offerto una volta per sempre nel tempo e reso eterno presso l’altare del cielo, è l’unica liturgia che il Padre gradisce. Ogni vera ars celebrandi deve impersonare quest’unico Liturgo e compiere quest’unico suo Sacrificio. Il fatto che le grandi solennità dell’Anno Liturgico sbocchino nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, indica che il Cuore di Cristo è la sorgente dell’intera opera della nostra redenzione: tutto scaturisce da questa ‘fornace ardente di carità’. È l’amore l’anima e il motore delle diverse fasi del Sacrificio che ci ha redenti: per amore Egli si fece uomo; per amore si immolò sulla croce, fu sepolto, risuscitò e ascese al cielo; dal suo cuore trafitto scaturì per tutto il genere umano lo Spirito Santo che effuse con potenza nella Pentecoste. L’amore è quindi la cifra segreta che configura ogni piega delle parole e degli atti umano-divini del Signore. Egli riflette in ogni espressione del suo essere l’infinita carità della Trinità divina: l’amore del Padre e dello Spirito Santo si rendono visibili e disponibili a noi nel Cuore sacratissimo di Gesù.

Il sacerdote allora celebra bene i riti liturgici se è pervaso dallo stesso amore soprannaturale di Cristo. L’ars celebrandi è una questione di amore. È necessario che il cuore umano del sacerdote sia plasmato in modo soprannaturale dalla potenza del Cuore di Gesù, in modo da poter dire con l’Apostolo ‘non sono più io che vivo, ma Cristo in me’. Senza l’abito infuocato della carità soprannaturale i riti diventano freddi e si apre la via infida o dell’autoinvenzione o del formalismo. Esso, infatti, non è l’osservanza precisa delle norme liturgiche, indispensabile per una celebrazione che voglia essere tale, ma posizione meccanica di riti senza il cuore, nei quali la devozione interiore è assente o insufficiente, la fretta travolge la contemplazione, la solennità è dimenticata, la sacralità è compromessa. Senza il Cuore di Cristo, che arde nel sacerdote celebrante, tutta la ritualità collassa deviando su strade sbagliate: o ponendo riti abitudinari, minimali e senza vita interiore o ricercando un illusorio supplemento di cuore nell’inventare soggettivismi sterili e populistici invocando dal consenso umano ciò che si è perduto nell’unione col Signore.

Il Sacratissimo Cuore di Gesù non è avvolto solo dalla fiamma ardente della sua infinita carità, che esprime i sentimenti che albergano in questo Cuore che ha tanto amato il mondo, ma è al contempo trapassato dalla lancia e circondato di spine. L’immagine ci rimanda al tipo di liturgia che questo Sommo Sacerdote ha celebrato e continuamente celebra: il Sacrificio. Ogni sacerdote è costituito per celebrare sotto i veli sacramentali quell’immolazione sacrificale e gloriosa che il Signore ha compiuto nel suo Mistero pasquale. La sua Morte e Risurrezione sono i due tempi fondamentali del rito liturgico che il Padre continuamente gradisce quale sacrificio di soave profumo.

La vera ars celebrandi allora deve saper introdurre con frutto ministri e fedeli nella partecipazione viva al mistero della morte e risurrezione del Signore. Essere coinvolti in questa immolazione sacrificale è la meta più vera e l’unico obiettivo necessario dell’ars celebrandi. Tutto il resto è corollario che può essere compreso e giustificato nella misura in cui concorre nel modo più proficuo a introdurre misticamente i fedeli in quell’unico Sacrificio, il solo che può aprirci le porte del Regno dei cieli. Ed ecco che nel Sacratissimo Cuore di Gesù il sacerdote trova i sentimenti e le azioni essenziali che lo rendono un perfetto liturgo, affinando sempre più la sua ars celebrandi. Sono i sentimenti e le azioni stesse del Signore Gesù. La carità di Cristo riveste le facoltà spirituali del sacerdote e l’immolazione con Cristo delinea l’azione liturgica che egli compie in modo sacramentale e che deve diventare la sua personale unione mistica con Lui. L’ars celebrandi, allora, mira verso una grande meta: la santità; e i Santi ne sono il modello più vero e insuperabile. Ecco perché i fedeli di tutti i secoli sono attratti e edificati dalla celebrazione mirabile di sacerdoti santi.

Si comprende, infine, come il Cuore rimandi al dono totale, e sia a fondamento della vita verginale del sacerdote. Proprio il contatto con questa ‘fornace ardente di carità’ genera i vergini. Per questo i tria munera che costituiscono il ministero del sacerdote si completano con la sponsalità. Il sacerdote, mediante l’assunzione libera del celibato per il Regno dei cieli, è introdotto nella  profonda intimità del Cuore di Gesù e, in Lui diventa, come Lui, Sposo della Chiesa. Mentre esercita l’autorità del Signore per il bene dei fratelli, trasmette insieme la tenerezza sponsale del Cuore di Cristo, che ama la sua Chiesa e per Lei offre la sua vita.

L’ars celebrandi allora contempla qui le sue radici e tutto il resto, previsto dalle leggi liturgiche stabilite dalla Chiesa, troverà una attenta e convinta osservanza proprio perché la mente, il cuore e la volontà del sacerdote saranno fondate nelle profondità soprannaturali del Cuore di Gesù.

IL SILENZIO E LA DEVOZIONE…

 

In passato i sacerdoti mostravano un rispetto sacro delle norme liturgiche e traspariva in loro il timore di non averle osservate in modo preciso. Questo loro esempio suscitava anche in noi fedeli i medesimi sentimenti e si stava in chiesa in silenzio e con devozione. Oggi non esiste più niente di questo. Va bene tutto e il suo contrario e qualora si dovessero fare delle osservazioni si è pure rimproverati (Un sacrista).

Questa situazione è il sintomo della caduta totale del diritto liturgico, che non risparmia gli edifici e i luoghi di culto; i ministri sacri nel loro abbigliamento, linguaggio e comportamento; i riti con le loro leggi, ritmi e simboli; ecc. Tutto è abbandonato ad uno spontaneismo senza freno, che viene pure ritenuto liberante e autentico. In realtà il sacrum liturgico viene sostituito fatalmente dal più gretto costume profano intessuto di secolarizzazione e di luoghi comuni propri della mentalità mondana e terrenista. Il collasso del soprannaturale è drammatico e il respiro dell’eterno è estinto. Il funzionalismo esasperato di una prassi sociologica travolge ogni prospettiva mistica e la salus animarum lascia il posto alla ‘promozione umanitaria’ di un mondo senza Dio e chiuso nell’orizzonte materiale.

Come uscire da questa situazione? Con una coraggiosa e precisa osservanza del diritto liturgico.

Quando in un campo riarso la terra sterile non produce più niente se non sterpi, basta una copiosa irrigazione perché riprenda vita e la vegetazione diventi rigogliosa. Così se sul terreno sterile di una liturgia profanata e secolarizzata si riprende con determinazione ad osservare il diritto liturgico in ogni sua parte subito la celebrazione si rianima, si riveste di sacralità e trasmette con mirabile efficacia la Grazia divina.

Il diritto liturgico, infatti, è il canale della grazia soprannaturale, che si riversa copiosa attraverso le mediazione dei riti e delle preci stabilite dal Signore e dalla sua Chiesa.

Allora quando i luoghi sacri saranno avvolti dal silenzio, i sacri ministri rivestiti con i loro nobili abiti liturgici, i riti svolti con gravità interiore ed esteriore, le preci elevate con solenne maestà, i canti e la musica ispirati alla verità e alla santità del dogma; quando ogni cosa sarà resa docile al diritto stabilito da Dio e conforme alla tradizione ricevuta dai Padri come parte sostanziale del depositum fidei; allora il popolo cristiano sarà rispettato nei suoi diritti di popolo sacerdotale e sarà condotto da pastori fedeli a risalire dalle cose visibili fino alla contemplazione di quelle eterne.