LE DIDASCALIE NELLA PRASSI CELEBRATIVA – seconda parte

 

“I riti splendano per nobile semplicità, siano chiari nella loro brevità e senza inutili ripetizioni, siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC34).

Alla luce di queste splendide ed inequivocabili parole è possibile ritrovare la giusta impostazione ed operare i necessari emendamenti per una riqualificazione dell’azione liturgica nella sua bellezza ed efficacia.

Alcune considerazioni sul costume abusivo, ormai largamente invalso, offrono argomenti per una necessaria riflessione:

RUOLO E PERICOLI DELLE DIDASCALIE NELLA PRASSI CELEBRATIVA – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

Nella riforma liturgica del Vaticano II si prevede, fra gli altri, il servizio del commentatore e si dà la possibilità di intervenire con didascalie in vari momenti della celebrazione:

“Anche i ministranti i lettori, i commentatori, e i membri della schola cantorum svolgono un vero ministero liturgico” (SC 29).

“Si cerchi anche di inculcare in tutti i modi una catechesi più direttamente liturgica, e negli stessi riti siano previste, quando è necessario, brevi didascalie da farsi con formule prestabilite o simili, dal sacerdote o dal ministro competente, ma solo nei momenti più opportuni” (SC35/3).

Queste monizioni furono certo opportune negli anni immediatamente successivi al Concilio, quando si doveva introdurre i fedeli al nuovo modo di celebrare. Infatti, si trattava di spiegare le novità e dare, anche durante lo svolgimento dei riti, le necessarie indicazioni sui gesti da compiere e le parole da dire.

LA MISTAGOGIA – seconda parte

DON ENRICO FINOTTI

La celebrazione liturgica è intesa come segno visibile della presenza e dell’azione efficace ed invisibile di Cristo nella potenza dello Spirito: la liturgia è vista e spiegata dai Padri come storia della salvezza in atto, qui ed ora. Per questo san Leone Magno afferma:

Ciò che era visibile nel nostro Salvatore è passato nei suoi misteri[1]

La successiva storia della Chiesa sarà sempre in linea con tale impostazione pur con accentuazioni diverse.

Uno sviluppo di assoluta importanza è quello offerto dalla teologia scolastico-medioevale. San Tommaso D’Aquino pone il principio dell’accesso all’ente a partire dal creato, percepito dai sensi. E’ nota la sua definizione del concetto di verità:

« Veritas: Adaequatio intellectus ad rem. Adaequatio rei ad intellectum. Adaequatio intellectus et rei. » « Verità: Adeguamento dell’intelletto alla cosa. Adeguamento della cosa all’intelletto. Adeguamento dell’intelletto e della cosa»[2].

LA MISTAGOGIA: DAL VISIBILE ALL’INVISIBILE – prima parte

Luca Signorelli, Comunione agli Apostoli, 1512 – Museo Diocesano di Cortona

A CURA DELLA REDAZIONE

La mistagogia ha il suo fondamento più eccelso e la sua sorgente primaria nel mistero dell’Incarnazione del Verbo, che la liturgia natalizia romana esprime con queste mirabili parole:

Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili   (prefazio I di Natale).

LA COMUNIONE FUORI DALLA MESSA

Sintesi della 57° Trasmissione a Radio Maria “Gli insegnamenti del Concilio Vaticano II ” a cura di don Enrico Finotti – La trasmissione è andata in onda nella serata di lunedì 9 luglio 2018.

Tre premesse

  1. Comunione extra Missam e Adorazione eucaristica

La Messa si estende con due importanti ‘appendici’: la comunione fuori della Messa e l’adorazione eucaristica. Ambedue queste realtà devono essere intese in stretto collegamento e dipendenza dalla Messa, dalla quale scaturiscono e della quale estendono i frutti:

– la Comunione extra Missam è il prolungamento dei riti di comunione, parte integrale della stessa Messa;

– l’adorazione eucaristica è l’estensione permanente, possibile in ogni ora del giorno e della notte, di quel culto di latria che è dovuto al santissimo Sacramento conservato nel tabernacolo.

La grazia del divin Sacrificio raggiunge gli assenti mediante la comunione extra Missam e si intensifica, mediante l’adorazione eucaristica, in tutti coloro che sostano con fede e devozione presso la santissima Eucaristia.

Possiamo in tal modo dire che la Comunione extra Missam e l’adorazione eucaristica sono due canali di grazia, che fluiscono dal Sacrificio e raggiungono, da un lato i fedeli assenti alla celebrazione della Messa, dall’altro i fedeli adoranti in ogni altro altro momento fuori della celebrazione eucaristica.

La Chiesa raccoglie i riti sia della Comunione extra Missam, sia del culto eucaristico in un apposito libro liturgico intitolato «Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico» edito dalla Sacra Congregazione dei Sacramenti e culto divino in data 4 gennaio 1978.

L’AMBONE OGGI

Chiesa di S. Maria del Lago Moscufo (PE)

 

DON ENRICO FINOTTI

 

 

La riforma liturgica ha voluto conferire alla proclamazione della parola di Dio tutta l’importanza che conveniva e per questo ha riproposto il luogo celebrativo dal quale la parola di Dio fosse convenientemente proclamata e spiegata come parte integrale dell’azione liturgica. Così oggi si ritorna con decisione all’ambone, riprendendolo nel suo migliore ruolo storico e classico. Non si tratta tuttavia di un semplice ritorno archeologico, ma le odierne circostanze implicano un’assunzione dell’antico ambone con caratteristiche conformi ai nostri tempi e alle esigenze dei riti oggi vigenti.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano afferma:

L’importanza della parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunziata, e verso il quale, durante la Liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli. Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile. L’ambone, secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri ordinati e i lettori possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli. Dall’ambone si proclamano unicamente le letture, il salmo responsoriale e il preconio pasquale; ivi inoltre si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera universale o preghiera dei fedeli. La dignità dell’ambone esige che ad esso salga solo il ministro della Parola. E’ conveniente che il nuovo ambone sia benedetto, prima di essere destinato all’uso liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano (OGMR 309).

L’AMBONE – 3. Il luogo dell’annunzio di Cristo, morto e risorto – 4. Sguardo sereno a un passato glorioso

Guido da Como, Pulpito, metà del XIII secolo, Pistoia, Chiesa di San Bartolomeo in Pantano

 

DON ENRICO FINOTTI

  1. Il luogo santo dell’annunzio di Cristo, morto e risorto

Sia l’ambone, come, con caratteristiche diverse, il pulpito, attestano nei secoli l’importanza dell’annunzio della parola di Dio, che non è mai venuto meno nella Chiesa. Posti in una posizione adatta alla migliore acustica, non si riducono a un semplice luogo funzionale, ma sono sempre stati pensati e realizzati come luoghi celebrativi per esprimere visivamente, mediante il genio dell’arte, l’evento misterico di ‘Dio che parla al suo popolo’. Il candelabro pasquale, che si erge grandioso e solenne presso l’ambone nel primo millennio, come arredo suo specifico, afferma il cuore della predicazione cristiana: Cristo è risorto! e interpreta quel primo annunzio, che l’Angelo diede alle donne all’ingresso del sepolcro vuoto il mattino di Pasqua. L’intronizzazione su di esso del Cero pasquale – nuovo e prezioso –  nella veglia pasquale proclama che il Vangelo della risurrezione, cantato nella notte santa, è veramente l’esordio della proclamazione evangelica, che si estenderà in tutto il ciclo festale della Chiesa. Quando nel secondo millennio cristiano prevalse la considerazione mistica sull’umanità sofferente del Signore, l’attenzione si concentrò sul Crocifisso, che prese il posto dell’antico e glorioso candelabro. In tal modo risuonano con forza le chiare parole di san Paolo: Noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio (1 Cor 1, 23). I due millenni si esprimono così con sottolineature differenti, ma complementari, proclamando gli aspetti fondamentali dell’unico mistero pasquale, secondo le parole dell’Apostolo: Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1 Cor 15, 1-2a. 4-4).  In una attenta considerazione si potrà osservare come gli elementi assunti nella storia secolare dall’ambone-pulpito siano altamente consoni e mirabilmente complementari nell’espressione visiva e artistica dell’intero evento salvifico, che la Chiesa annunzia: il Cristo morto (crocifisso) e risorto (candelabro), che, con l’effusione perenne dello Spirito Santo (ciborio con la colomba), attualizza il mistero della salvezza nell’oggi della Chiesa.

Bariano, pulpito in legno
  1. Sguardo sereno a un passato glorioso

Il pulpito, anche se non più in uso, deve essere comunque conservato e rispettato, soprattutto se artistico e monumentale, quale testimonianza eloquente di fronte al popolo di Dio di come l’annunzio della Parola, seppure con modalità diverse, abbia sempre avuto grande considerazione nella Chiesa. Molti pulpiti ricchi di arte e di storia, possono diventare meta di una ricca catechesi sulla Parola di Dio, rivolta soprattutto ai bambini dell’Iniziazione cristiana, ma anche ai fedeli, che in tal modo ameranno ancor più le loro chiese e le sapranno valorizzare per una crescita spirituale e anche culturale. Una accurata presentazione artistica, rivolta ai molti visitatori e turisti, potrebbe certamente diventare un’ottima occasione di  evangelizzazione. A tal proposito, sarebbe bene preparare dei fedeli, che, con una adeguata formazione artistica, unita ad una cosciente vita di fede, si impegnassero in un autentico apostolato nel contesto della nuova evangelizzazione.

Occorre perciò saper valorizzare i pulpiti, ancora esistenti nelle nostre chiese, evidenziando il linguaggio dell’arte con cui i nostri padri hanno venerato la parola di Dio, e proponendo un intelligente uso di essi almeno in circostanze di particolare solennità. Il canto dell’Exultet nella veglia pasquale, ad esempio, e il vangelo della risurrezione, potrebbero essere proclamati dal pulpito storico – monumentale (cf. Messale Romano, rubriche della Veglia pasquale n. 18). E’ vero che molti pulpiti, per quanto siano eminenti nell’arte e famosi nella storia, non sono adatti all’uso liturgico, sia per l’eccessivo decentramento nella navata e la distanza dall’altare, sia per l’accesso esiguo adatto per il solo predicatore. Tuttavia ve ne sono di quelli, che per la loro posizione frontale, la relativa vicinanza al presbiterio e la comodità dell’accesso potrebbero, con opportuni adattamenti, essere assunti, anche stabilmente, a servizio della liturgia solenne.

 

L’AMBONE – Il ‘luogo della Parola’ nel primo e nel secondo millennio – L’ambone e il pulpito nel segno della continuità (seconda parte)

Giovanni Pisano, Ambone, Cattedrale di Pisa

 

DON ENRICO FINOTTI

  1. Il ‘luogo della Parola’ nel primo e nel secondo millennio

Con una certa approssimazione potremmo distinguere la storia del luogo della Parola in due fasi, relative al primo e al secondo millennio, evidenziandone gli aspetti tipici, ma anche la continuità della indefettibile predicazione del vangelo nella Chiesa.

L’ambone classico compare nell’edilizia cristiana dei primi secoli come il luogo dal quale la parola di Dio, in tutte le sue parti (lezioni, salmi, vangelo), è proclamata e poi spiegata nell’omelia. Esso si presenta con caratteristiche del tutto singolari e importanti: è monumentale, stabile, prezioso nei materiali, ricco di simboli.  Nell’epoca più antica è duplice: l’ambone maggiore per il vangelo e quello minore per le altre letture, l’uno di fronte o sovrapposto all’altro, sempre nella navata, talvolta nel recinto della schola cantorum, ma comunque prossimo al presbiterio e all’altare con i quali interagisce. L’ambone è luogo liturgico la cui funzione si esplica all’interno della celebrazione e consente l’accesso processionale dei ministri nello svolgimento dei riti. Per questo non si riduce ad un semplice leggio, ma offre una spazialità più ampia in cui diaconi e accoliti possono sostare nella solenne proclamazione liturgica della parola di Dio. Arredo del tutto singolare e monumentale dell’ambone storico è il candelabro pasquale, che è testimoniato da importanti esemplari conservati ancor oggi. Potremo dire che in antico il candelabro sta all’ambone, come il ciborio sta all’altare.

L’AMBONE – Quando Dio parla al suo popolo (prima parte)

 

DON ENRICO FINOTTI

La Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium afferma:

Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche… è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si leggono le sacre Scritture (SC 7).

Questa breve affermazione contiene in estrema sintesi il mistero di Dio, che parla al suo popolo. Occorre però estrarre dalla semplicità e condensazione dell’espressione quegli aspetti impliciti, che costituiscono le condizioni essenziali, perché tale mistero si attui nella pienezza dei suoi elementi. Si tratta quindi di evidenziare tali contenuti e di argomentare su di essi.