IL DIRITTO LITURGICO NELLA RIVELAZIONE seconda parte

Dio parla a Mosè dal roveto ardente – Sandro Botticelli  1482 – Cappella Sistina, Vaticano

DON ENRICO FINOTTI   –  23 maggio 2018

Ma il diritto liturgico è una creazione romana, o, come oggi si dice, un’inculturazione operata dalla Chiesa di Roma, oppure ha radici più remote?

Il diritto liturgico ha le sue origini nella stessa Rivelazione, anzi è radicato fin dalla Creazione. Il diritto liturgico insomma è stabilito da Dio stesso che consegna all’uomo il modo giusto di adorarlo e di rendergli un culto gradito ed efficace.

Nel comando che Dio fin dal principio diede all’uomo «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 1,17) é integralmente già contenuta la sostanza del diritto liturgico, che nella successione dei secoli subirà molteplici sviluppi e determinazioni, quali applicazioni diversificate e contingenti nelle mutevoli situazioni storiche e culturali dell’umanità.

All’uomo non è consentito servire il Signore ‘a ruota libera’, ma soltanto osservando quelle leggi che il Signore stesso ha posto alla libertà dell’uomo per riguardo all’immensa dignità divina del Creatore e per l’autentica salvezza dell’uomo stesso, sua creatura.

L’intera vita di Adamo, appena uscito dalle mani del Creatore, doveva essere un culto integrale, soave e gradito a Dio; ma la condizione di questo gradimento era l’adorazione, che Adamo doveva al suo Creatore, non tentando di usurpare la Sua maestà divina, pretendendo di stabilire da se stesso il bene e il male, ossia mangiando indebitamente del frutto dell’albero della vita.

Questa regola (Canone), originale e imprescindibile, stabiliva il diritto liturgico per tutti i tempi: l’adorazione, ossia l’obbedienza totale, nobile e filiale della creatura al Creatore.

Adamo avrebbe dovuto rendere a Dio un culto secondo ciò che Dio stesso aveva stabilito in modo che i diritti di Dio e i diritti dell’uomo fossero nel giusto equilibrio, per la gloria di Dio e la felicità dell’uomo.

‘Essere come Dio’ fu in realtà un voler celebrare il culto in affronto a Dio, senza Dio, al posto di Dio. Qui sta il crollo originale della liturgia, che coincide col crollo di tutta l’esistenza dell’uomo. Un rapporto errato con Dio, ossia un culto sbagliato inquina e debilita tutto il panorama della vita dell’uomo e dell’universo a lui affidato e sottomesso.

Ogni abuso liturgico, ossia ogni culto inventato dalla fragile ed effimera creatività dell’uomo senza alcuna obbedienza alle disposizioni divine, ha nel peccato originale il suo referente sorgivo.

Questo ruolo divino nel disporre il diritto liturgico si manifesta con crescente eloquenza e magnificenza in tutto il corso della successiva storia della salvezza.

Già Mosè nella sua risposta al faraone d’Egitto dichiara la competenza esclusiva di Dio nell’indicare le modalità per tributargli un culto legittimo: «Andremo nel deserto, a tre giorni di cammino, e sacrificheremo al Signore, nostro Dio, secondo quanto egli ci ordinerà!» (Es 8, 23).

Poi sul monte Sinai la legislazione liturgica che Dio consegna a Mosè è alquanto estesa e precisa anche nei particolari: «Guarda – disse – di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Eb 8, 5; Es 25, 40).

Tale legislazione è descritta con cura in ben sette capitoli del libro dell’Esodo (Es 25 – 31). Anche la concreta realizzazione delle disposizioni liturgiche ricevute da Dio sul Sinai occupa ben sei capitoli interi (Es 35-40). L’intero libro del Levitico riguarda le norme e l’organizzazione del culto. Ulteriori determinazioni della legislazione liturgica occupano consistenti parti di alcuni libri biblici (es. Nm 28-30; Dt 12. 15. 16; ecc.).

Tutte queste indicazioni divine saranno rese operative nella lunga marcia del popolo errante nel deserto, che appare quanto mai simile ad una processione in tutto conforme alle norme sacre di un diritto liturgico stabilito da Dio, che avrà il suo apogeo nella presa di Gerico (Gs 6, 1-16).

Giunti nella terra promessa e terminata la vita nomade si sa quanta cura Davide e il figlio Salomone abbiano impiegato nella costruzione del tempio e nell’organizzazione delle solenni celebrazioni liturgiche (1 Re 5-9; 1 Cr 22-26; 2 Cr 1-8).

Ebbene possiamo affermare, senza tema di esagerazione, che l’intera vita del popolo eletto è impostata sul diritto liturgico, rivelato da Dio sul Sinai e attuato da Mosè, da Davide, Salomone e dalle classi sacerdotali (1 Cr 24) fino all’avvento del Messia. In particolare, le modalità della ricostruzione e dedicazione del tempio da parte dei fratelli Maccabei testimoniano quanto sia fondamentale l’osservanza del diritto liturgico in piena continuità con la tradizione dei padri (2 Mac 10, 1-8).

Nella pienezza dei tempi il Signore Gesù in persona interviene con estremo rigore nella purificazione del culto e del luogo santo: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» (Gv 2, 13-22). Egli ammonisce i suoi ascoltatori affinché non sostituiscano il culto stabilito da Dio con «un imparaticcio di usi umani» (Is 29, 13): «Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt, 15, 9).

Il Signore insomma vuole che i suoi discepoli, ritornino al vero culto delle origini ed esige che tale culto, sulla scia dei profeti, sia autentico: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15, 8).

Sarebbe non conforme a verità ritenere che il Signore abbia semplicemente abolito le forme del vero culto stabilito da Dio, in nome di una creatività spontaneistica del tutto aliena dalla Rivelazione biblica. Infatti Egli venne per purificare il culto e riportarlo alla santità delle origini, ma non per abolirlo o spogliarlo di quelle leggi che sono il riflesso stesso della legge eterna di Dio: «Non sono venuto per abolire ma per dare compimento» (Mt 5, 17).

Il Signore, stabilendo la sostanza del Sacrificio e dei sacramenti, fissa le linee portanti del diritto liturgico, che poi saranno ulteriormente esplicitate dalla Chiesa. Senza l’osservanza di questo diritto sostanziale e originario si annichilisce l’azione salvifica di Cristo verso di noi. Senza tale diritto divino, che definisce i ‘santi segni’ nella loro oggettività, i gesti salvifici (sacramenti) del Salvatore cadono nel nulla e il Suo Sacrificio incruento si riduce appena ad un vago ricordo psicologico di un evento passato. Senza un preciso diritto liturgico il rito diventa evanescente, liquido, indefinito ed anche il suo contenuto evapora in un soggettivismo sterile e deviante. 

IL DIRITTO LITURGICO – CANONE O ANAFORA?

Cosimo Rosselli – Ultima Cena  1482 – particolare 

 DON ENRICO FINOTTI   –  22 maggio 2018

Prima parte: canone o anafora?  

La più importante tra tutte le orazioni (eucologie) liturgiche è la prece eucaristica, nella quale e mediante la quale si compie sacramentalmente nel tempo il mistero della nostra Redenzione. Il sacrificio incruento della Croce, infatti, si attua nel cuore di questa grande prece ed è questo il motivo che la eleva ad una dignità eccelsa e la circonda di tanta venerazione e cura in tutti i secoli.

Nella liturgia romana l’unica prece sempre in uso fino al Vaticano II è il Canone Romano e ancor oggi è, fra le altre di nuova composizione, quella più eminente ed occupa il primo posto.

Il termine latino Canone significa regola e precisamente regola di azione (Canon actionis), ossia norma da seguire per elevare a Dio un culto conveniente e per realizzare un complesso di azioni rituali conformi e degne del Sacrificio sacramentale istituito e comandato dal Signore.

In Oriente, invece, la medesima prece è detta Anafora, che significa elevazione orante della mente e del cuore a Dio e che trova il suo perfetto compimento nell’offerta a Lui del sacrificio incruento del Suo divin Figlio.

E’ evidente che i due termini sottolineano due diversi aspetti del medesimo mistero: mentre l’Oriente col termine Anafora (oblatio – offerta ) fa’ riferimento al movimento interiore dell’azione sacrificale quale spirituale elevazione rivolta ad Patrem per Filium in Spiritu Sancto, l’Occidente col termine Canone (Canon actionis sacrificii) indica le regole esteriori necessarie per l’attuazione visibile ed integra di tale Sacrificio.

E’ migliore la prospettiva orientale o quella romana?

Si tratta di due sensibilità diverse, ma complementari. L’Oriente, più incline alla mistica, contempla i contenuti misterici della prece, che si eleva nel suo moto ascendente ad Deum. In tal senso il termine Anafora ne è adeguata espressione linguistica. Roma, invece, conforme al suo genio pratico e alla sua determinazione giuridica, considera la prece sotto l’aspetto concreto del suo attuarsi rituale e delle leggi liturgiche che esso impone per essere un atto sotto ogni aspetto valido e legittimo. Il termine Canone quindi è il più adatto ad esprimere quella prassi liturgica, che garantisce la rationabilis oblatio istituita dal Signore.

Ogni prece sacramentale, quelle orientali e quella romana, portano in sé sia la dinamica ascendente del sacrificio (Anafora), sia le norme liturgiche (Canone) che configurano la sua forma valida e legittima per poter accedere alla Maestà divina.

Questa spiccata attenzione giuridica non è solo consona al genio romano in quanto tale, ma lo è pure al ruolo della Chiesa Romana, quale Chiesa che presiede a tutte le Chiese. Infatti alla Chiesa Romana compete tener saldi i termini basilari affinché ogni Chiesa possa verificare il suo essere nella comunione cattolica riguardo alla professione della fede, alla celebrazione dei sacramenti e alla disciplina universale.

In tal senso a Roma continua ad essere attuale la decisione che gli Apostoli assunsero nel primo Concilio, quello di Gerusalemme: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie […] » (At 15, 28).

Il termine Canone, quindi, è quanto mai adatto ad un ruolo di governo, che richiede, soprattutto per il Sacrificio divino, norme essenziali e chiare per assicurare la ierarchica communio e verificarla continuamente. Roma, infatti è chiamata a proclamare a tutte le Chiese: In necessariis unitas, in dubiis libertasin omnibus caritas («unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte») [1]. Anche la nobile semplicità (SC 34) a cui si ispira il rito romano e che ne costituisce la sua genialità, attesta quella sostanza necessaria del diritto liturgico, che Roma custodisce e che è richiesta a tutte le Chiese per attuare sacramentalmente l’opera della nostra Redenzione. Non a caso quindi Roma è scelta dalla divina Provvidenza per essere la sede della Ecclesia omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput [2].

Possiamo allora dire che se il termine Anafora richiama il sacro, ossia il mistero in essa contenuto e attuato, il termine Canone, invece, richiama il diritto, ossia quell’insieme di norme, che consentono al mistero di essere adeguatamente celebrato nello spazio e nel tempo e comunicato, qui ed ora, per la salvezza dei credenti.

Ed ecco i due pilastri basilari su cui si erge l’edificio liturgico: il sacro e il diritto. Senza il sacro il diritto rimane un involucro vuoto e senza il diritto il sacro perde la sua identità, la sua forma e la sua stessa sussistenza. Sono dunque due termini indissolubili come, per analogia, l’anima e il corpo nell’uomo o la natura divina e la natura umana nel Verbo incarnato.

Ecco perché né all’Oriente può mancare il diritto, né a Roma il sacro(continua)

 

[1] Espressione attribuita a sant’Agostino d’Ippona.

[2] Scritta sulla facciata della basilica di san Giovanni in Laterano a Roma.

IL SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE NEL GIORNO DI PENTECOSTE

 

A CURA DELLA REDAZIONE

20 maggio 2018

 

La celebrazione della Confermazione nel giorno stesso di Pentecoste è certamente l’ideale, ma questa coincidenza è da noi rara. Talvolta il sacramento è celebrato in feste per niente adatte al mistero suo proprio e si sente il disagio. Cosa dire?

 E’ bene fare una premessa ricordando le famose parole di Tertulliano: “Ogni giorno è del Signore, ogni ora e ogni tempo è buono per il battesimo: la differenza riguarda la solennità, non la grazia” (Tertulliano, Sul battesimo, 19, 1-3).

Come la notte di Pasqua è, secondo l’antica tradizione della Chiesa, la sede più opportuna per conferire i sacramenti dell’Iniziazione cristiana e in particolare il battesimo, così il giorno di Pentecoste è quello più consono per impartire la Confermazione ai fanciulli già battezzati fin dalla nascita. Ciò è espresso proprio nel rituale vigente della Confermazione, quando nell’interrogazione rivolta ai cresimandi si dice: Credete nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e che oggi, per mezzo del sacramento della Confermazione, è in modo speciale a voi conferito, come già gli Apostoli nel giorno di Pentecoste? Il giorno di Pentecoste è quindi il giorno storico nel quale si compì quell’evento di grazia che è la discesa con potenza dello Spirito Santo e che viene reso attuale per ciascuno mediante il sacramento della Confermazione. La Pentecoste è la festa naturale e la cornice più appropriata per la celebrazione della Confermazione in quanto vi è la perfetta corrispondenza tra il ricordo del mistero pentecostale e la sua attuale realizzazione nell’evento sacramentale celebrato.

Anche il Catechismo Tridentino aveva stabilito: “Vige nella Chiesa di Dio la consuetudine, scrupolosamente rispettata, di amministrare questo sacramento soprattutto nel dì di Pentecoste, perché proprio in questo giorno gli apostoli furono rafforzati e confortati dall’effusione dello Spirito santo. Così ricordando il grande fatto, i fedeli potranno riflettere meglio sui grandi misteri, che a proposito di questa sacra unzione vanno considerati” perciò: “I fedeli dovranno essere istruiti intorno alla natura, all’efficacia, alla nobiltà di questo sacramento (cresima), sia nel giorno di Pentecoste, specialmente designato per la sua amministrazione, sia in altri giorni, che ai Pastori appariranno adatti” [1].

Si tratta di superare quella mentalità pragmatica che tende a celebrare i sacramenti, eccetto il caso di necessità, slegati dai giorni liturgici propri stabiliti nell’Anno liturgico. In particolar il Battesimo solenne, la Confermazione e la prima Comunione[2] hanno un legame naturale col tempo pasquale e si dovrebbe superare decisamente il costume superficiale di celebrare tali sacramenti in feste o giorni completamente estranei al mistero proprio di questi sacramenti. Si pensi alla Confermazione o alla prima Comunione celebrate in feste mariane o feste di Santi o anche in tempi liturgici con tematiche fortemente caratterizzate e non idonei ad accogliere e commentare adeguatamente il mistero di questi sacramenti.

Per quanto riguarda la Confermazione potremo dire che – eccetto il caso della presenza del Vescovo, ministro originario di questo sacramento, che per necessità visita le parrocchie in diversi momenti dell’Anno liturgico – la Confermazione venga conferita dai suoi Vicari il più possibile nello stesso giorno di Pentecoste o almeno nel tempo pasquale.

[1] CATECHISMO TRIDENTINO, ed. Cantagalli, Siena, 1981, p. 233 e 246.

[2] Congregazione per il Culto Divino, Preparazione e celebrazione delle feste pasquali – Libreria Editrice Vaticana, 1992, p. 65, n. 114: “E’ opportuno inoltre che i fanciulli facciano in queste domeniche la loro prima comunione”.

 

LA VEGLIA DI PENTECOSTE

A CURA DELLA REDAZIONE

19 maggio 2018

La Veglia di Pentecoste sembra trovare un consenso crescente, ma succede di tutto con totale creatività: si va da una celebrazione, ad uno spettacolo, ad una conferenza, a delle testimonianze, ecc. Cosa ci offre oggi la liturgia della Chiesa?

 Una raccomandazione ricorrente in vari libri liturgici e documenti della Chiesa è quella relativa alla Veglia di Pentecoste, fatta ad immagine della Veglia pasquale e celebrata nelle ore serali della vigilia. Le indicazioni della Chiesa sono esplicite:

“Sul modello della Veglia pasquale, si introdusse nelle diverse chiese la consuetudine di iniziare con una veglia altre solennità: tra queste primeggiano il Natale del Signore e la Pentecoste”[1]“…Significativa importanza ha assunto, specie nella chiesa cattedrale ma anche nelle parrocchie, la celebrazione protratta della Messa della Vigilia, che riveste il carattere di intensa e perseverante orazione dell’intera comunità cristiana, sull’esempio degli Apostoli riuniti in preghiera unanime con la Madre del Signore…”[2].

Si sa che la Chiesa fin dalla più remota antichità ebbe una Veglia anche a Pentecoste e che essa era fondamentalmente una riduzione di quella pasquale, una sede supplementare per conferire i sacramenti dell’Iniziazione cristiana per coloro che non avevano potuto riceverli nella notte di Pasqua. Tale Veglia, celebrata in seguito al mattino della vigila di Pentecoste, come del resto avvenne per la Veglia pasquale, fu soppressa con la riforma delle rubriche del 1960. La riforma liturgica riprende l’invito a celebrare questa Veglia, naturalmente in tempi e con criteri del tutto rinnovati in analogia alla Veglia pasquale. L’attuale Messa vigiliare, infatti, offre un ricco lezionario (quattro lezioni dall’antico Testamento con relativi salmi e orazioni) per celebrare un’autentica Veglia di Pentecoste, non più al mattino, ma nell’ora più consona dopo i primi vespri. E’ vero che si tratta al momento di un’offerta di materiale utile e di una raccomandazione, ma la strada è aperta e coloro che desiderano curare la liturgia di Pentecoste ne hanno mezzi e indicazioni opportune[3].

Anche se non viene esplicitamente affermato, la Veglia potrà essere arricchita da un adeguato lucernale, essendo celebrazione notturna e, in analogia con la liturgia battesimale della Veglia pasquale, si potrà pensare ad una liturgia crismale, che mediante una solenne professione di fede rinnovi nei fedeli il dono dello Spirito Santo ricevuto nel sacramento della Confermazione. Le classiche quattro parti della Veglia pasquale possono così rispecchiarsi anche nella Veglia di Pentecoste: liturgia della luce, liturgia della parola, liturgia crismale, liturgia eucaristica. La libertà che attualmente la Chiesa permette con indicazioni alquanto generali potrebbe offrire l’occasione per determinare con più precisione e competenza una Veglia di Pentecoste che possa stare all’altezza qualitativa della Veglia pasquale ed edificare così i fedeli con una ritualità degna della solennità del mistero celebrato. Il pericolo che può insidiare la pastorale odierna è quello, da un lato di lasciar perdere queste indicazioni liturgiche abbassando la Pentecoste ad una normale domenica priva della tipicità dei riti previsti dalla tradizione, dall’altro lato di sostituire alla Veglia celebrazioni fragili di composizione privata e continuamente variabili secondo gli umori del momento, che sarebbero prive del valore e dell’efficacia propri di un’azione liturgica. L’impegno serio e qualificato di alcune comunità-pilota potrebbe offrire nel tempo una forma liturgia più determinata e degna della nobiltà e caratura di un vero atto liturgico, che la Chiesa potrebbe in futuro assumere e approvare per l’edificazione dell’intero popolo di Dio.

[1] PRINCIPI E NORME PER LA LITURGIA DELLE ORE, n. 71

[2] Congregazione per il Culto Divino, Direttorio su pietà popolare e liturgia – Libreria Editrice Vaticana, 2002, p. 131, n. 156.

[3] Congregazione per il Culto Divino, Direttorio su pietà popolare e liturgia – Libreria Editrice Vaticana, 2002, p. 130 – 132, n. 155 – 156.

 

IL TABERNACOLO – LA NORMATIVA VIGENTE parte terza

 

DON ENRICO FINOTTI

18 maggio 2018

Dopo il Concilio Vaticano II la disposizione liturgica del tabernacolo è condizionata da due scelte specifiche: la celebrazione della Messa verso il popolo e la ragione del segno. Sulla base di queste due condizioni si comprendono le normative vigenti che definiscono il posto per la custodia della santissima Eucaristia.

a. E’ evidente che il tabernacolo sulla mensa dell’altare, soprattutto se monumentale, non consente di celebrare rivolti al popolo. La diffusione universale di questo modo di celebrare ha portato prevalentemente alla separazione dei due luoghi liturgici. In alcuni casi il tabernacolo di piccole dimensioni continua ad essere mantenuto sull’altare, soprattutto in cappelle esigue.

b. L’altro motivo è così espresso: In ragione del segno, è più conveniente che il tabernacolo in cui si conserva la SS. ma Eucaristia non sia collocato sull’altare su cui si celebra la Messa (OGMR 315). La ragione del segno viene ulteriormente spiegata nelle premesse al Rito della Comunione fuori della Messa e Culto eucaristico (RCCR6) dove, riferendosi alla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium n.7, si afferma: “Nella celebrazione della Messa sono gradualmente messi in evidenza i modi principali della presenza di Cristo nella Chiesa. E’ presente in primo luogo nell’assemblea stessa dei fedeli riuniti in suo nome; è presente nella sua parola, allorché si legge in chiesa la Scrittura e se fa il commento; è presente nella persona del ministro; è presente infine e soprattutto sotto le specie eucaristiche: una presenza, questa, assolutamente unica, perché nel sacramento dell’Eucaristia vi è il Cristo tutto e intero, Dio e uomo, sostanzialmente e ininterrottamente. Proprio per questo la presenza di Cristo sotto le specie consacrate viene chiamata reale, non per esclusione, come se le altre non fossero tali, ma per antonomasia. Ne consegue che, per ragion del segno, è più consono alla natura della sacra celebrazione che sull’altare sul quale viene celebrata la Messa non ci sia fin dall’inizio, con le specie consacrate conservate in un tabernacolo la presenza eucaristica di Cristo: essa infatti è il frutto della consacrazione, e come tale deve apparire. Tale intento è certo importante in quanto vuole mettere in luce le varie forme della presenza del Signore nelle azioni liturgiche e dare a ciascuna la possibilità di essere percepita e valorizzata. Tuttavia, non deve essere assolutizzato. Infatti, la tradizione liturgica attesta anche un incontro col SS. Sacramento immediatamente prima della celebrazione eucaristica stessa, soprattutto quella stazionale del Papa o del Vescovo. L’Ordo Romanus I ci informa che nella processione introitale il Papa sosta per venerare i Sancta che gli sono portati dagli accoliti, che a loro volta recano i doni presantificati presso l’altare, affinché il Pontefice nel rito dell’immixtio li infonda nel calice (RIGHETTI, Storia liturgica, Ancora edizione anastatica, 1998, vol. III, p. 164 ). Ancor oggi nell’ingresso corale del Vescovo, prima della Messa stazionale o nella visita pastorale, è prevista una breve adorazione davanti al SS. Sacramento (CE79 e 1180). Anche in alcune Liturgie Orientali l’Eucaristia è custodita sulla mensa dell’altare insieme con l’Evangeliario e la Croce. Per questo, se da un lato deve essere osservata con precisione la normativa attuale della Chiesa, non si deve disdegnare di celebrare su un altare sul quale vi è già il SS. Sacramento, né, a determinate condizioni, escludere che il tabernacolo possa essere posto permanentemente sull’altare della celebrazione. Occorre inoltre osservare che soltanto nel caso in cui il SS. Sacramento è effettivamente fuori dal presbiterio nella sua cappella propria si realizza visivamente la ragione del segno. Infatti, anche se assente dalla mensa dell’altare, nella gran parte dei casi il tabernacolo si trova comunque nell’orizzonte ottico dei fedeli che guardano all’altare mentre seguono la celebrazione eucaristica.

c. L’ Institutio generalis del Messale Romano del 1970 recita: Si raccomanda vivamente che il tabernacolo in cui si conserva la santissima Eucaristia sia collocato in una cappella adatta alla preghiera e alla adorazione privata dei fedeli. Se però, data la struttura particolare della chiesa e in forza di legittime consuetudini locali, tale sistemazione non fosse possibile, il Santissimo venga collocato su qualche altare o anche fuori dell’altare in posto d’onore e debitamente ornato (IGMR 276).

La Chiesa, oggi, sceglie come posto ideale per il tabernacolo la cappella, distinta dalla chiesa, degna e adatta alla preghiera personale dei fedeli. Il costume tradizionale e costante, che costituisce la regola nella liturgia pontificale – Si raccomanda che il tabernacolo, secondo un’antichissima tradizione conservata nelle chiese cattedrali, sia collocata in una cappella separata dall’aula centrale…(CE49) – viene proposto a tutte le chiese. Nelle chiese di nuova costruzione sarà facile realizzare con le qualità necessarie la cappella del SS. Sacramento. Invece nella maggioranza delle chiese storiche tale cappella non esiste e perciò si prevedeva che il Sacramento fosse conservato su un altare laterale o in un altro posto d’onore. Questa disposizione, tuttavia, ha provocato qualche difficoltà in quanto il SS. Sacramento è stato posto in linea con le devozioni e così fu privato della sua centralità e della sua unicità. In molte chiese il grande tabernacolo dell’altar maggiore rimane ancora vuoto e il SS. Sacramento giace in un tabernacolo laterale e dimesso. Ciò ha contribuito al collasso della pietà eucaristica nei fedeli e ha ridotto la portata dogmatica dell’Eucaristia e la sua assoluta preminenza nella chiesa.

Fu certamente opportuno allora l’emendamento introdotto nell’ Ordinamento Generale della terza edizione del Messale Romano (2000) che recita: …Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del vescovo diocesano: a. o in presbiterio, non però sull’altare della celebrazione, nella forma e nel luogo più adatti, non escluso il vecchio altare che non si usa più per la celebrazione; b. o anche in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, che però sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli (OGMR315).

Nel medesimo Ordinamento assegnare alla normativa sul tabernacolo il penultimo posto (OGMR314-317), immediatamente prima delle norme relative alle immagini sacre (OGMR318), potrebbe insinuare una certa marginalità, prossima alle devozioni. Di esso si dovrebbe trattare subito dopo l’altare e prima degli altri luoghi liturgici, come già è contemplato nel vigente Cerimoniale dei Vescovi (CE49).

Alla luce di queste indicazioni possiamo raccogliere alcuni elementi di sintesi.

Nelle chiese nuove sarà possibile progettare la cappella del SS. Sacramento fin dall’inizio curando i criteri liturgici stabiliti:

–  Essa dovrà essere distinta e non separata dall’aula della chiesa, essendo uno dei luoghi liturgici specifici e più importanti della chiesa stessa. Non si dovrà, perciò, far valere al suo posto la cappella feriale o un oratorio esterno alla chiesa anche se comunicante con essa.

–  Dovrà essere unica ed eminente. Non sarà una della serie delle eventuali altre cappelle devozionali e dovrà distinguersi tra tutte per l’architettura ed emergere per l’arte.

– Sarà ben visibile, facilmente accessibile e adatta all’adorazione e alla preghiera personale, in modo che i fedeli possano con facilità e con frutto venerare, anche con culto privato, il Signore presente nel Sacramento (RCCE9).

Nelle piccole chiese ,dove non si potrà costruire una apposita cappella, l’Eucaristia dovrebbe essere conservata nel presbiterio e in luogo centrale, per evitare che i simboli prevalgano sulla Realtà e i cuori dei fedeli siano intiepiditi nel sentire la Presenza adorabile del Signore.

Nelle chiese storiche nelle quali già vi è la cappella del SS. Sacramento il problema non esiste. Nella maggioranza di esse, però, tale cappella non c’è e il Sacramento è da sempre conservato nel tabernacolo dell’altar maggiore. In questo caso esso rimane il luogo più degno e opportuno per custodire l’Eucaristia. E’ necessario inoltre osservare che adattare alla custodia del Sacramento una cappella, per quanto suntuosa, ma eretta per il culto della SS. Vergine o di un Santo potrebbe interferire nella percezione piena della Presenza eucaristica, perché i fedeli vi accorrono per venerare l’immagine o il corpo santo. In ogni caso si dovrà evitare un altare laterale o un altro luogo qualunque privo di un proprio spazio e di una spiccata dignità. A tal proposito è indispensabile acquisire un concetto più equilibrato di adattamento, che abbia rispetto di soluzioni diverse intervenute nel corso dei secoli ed eviti di piegare ad ogni costo alla visione attuale la configurazione architettonica artistica e liturgica delle chiese storiche. In tale prospettiva il tabernacolo dovrebbe essere mantenuto lì dove fu originariamente progettato: l’edicola eucaristica in certe rare chiese antiche; il tabernacolo monumentale sull’altar maggiore delle chiese barocche; la cappella del SS. Sacramento nelle chiese che ne possono disporre; ecc. Solo così la tradizione della Chiesa si esibisce in tutta la sua varietà e ricchezza e il mistero eucaristico è descritto nell’ampio ventaglio delle sue realizzazioni storiche, che rivelano soluzioni variabili, riverbero di  visioni teologiche successive e complementari, ma sempre valide e legittime.

Queste indicazioni di principio contengono esigenze di coerenza con la dottrina della fede, che devono essere conosciute e valutate prima di procedere alla realizzazione pratica del luogo per la custodia della santissima Eucaristia. E’ necessario che una corretta teologia eucaristica stia alla base della costruzione o dell’adattamento del tabernacolo per assicurare ai fedeli una catechesi, una celebrazione e una spiritualità complete sotto ogni aspetto del Mistero. Questa molteplice educazione deve sgorgare dalla posizione e dalla forma dello stesso tabernacolo, che deve poter significare e comunicare con l’immediatezza e l’eloquenza dell’arte quella realtà invisibile e soprannaturale che custodisce.

Si potrà dire che queste norme sono ancora legate all’architettura classica, ma che non possono valere per quella moderna, così diversificata e nuova nella composizione delle varie parti di una chiesa. Tuttavia, questi principi valgono comunque. Infatti, il tabernacolo in una chiesa cattolica dovrà essere sempre quel luogo santo ed eminente che custodisce tutto il bene spirituale della Chiesa, Cristo stesso, nostra Pasqua e Pane vivo che dà vita agli uomini (PO5; RCCE1). 

Il papa Benedetto XVI nella sua Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum caritatis espone con chiarezza l’interpretazione più attuale della normativa relativa al tabernacolo:

“In relazione all’importanza della custodia eucaristica e dell’adorazione e riverenza nei confronti del sacramento del Sacrificio di Cristo, il Sinodo dei Vescovi si è interrogato riguardo all’adeguata collocazione del tabernacolo all’interno delle nostre chiese. La sua corretta posizione, infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. E’ necessario pertanto che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tal fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell’edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l’altar maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell’Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante. Nelle nuove chiese è bene predisporre la cappella del Santissimo in prossimità del presbiterio; ove ciò non sia possibile, è preferibile situare il tabernacolo nel presbiterio, in luogo sufficientemente elevato, al centro della zona absidale, oppure in altro punto ove sia ugualmente ben visibile. Tali accorgimenti concorrono a conferire dignità al tabernacolo, che deve sempre essere curato anche sotto il profilo artistico. Ovviamente è necessario tener conto di quanto afferma in proposito l’Ordinamento Generale del Messale Romano. Il giudizio ultimo su questa materia spetta comunque al Vescovo diocesano” (in Supplemento a L’Osservatore Romano, n. 60, mercoledì 14 marzo 2007, n. 69).

IL SENSO TEOLOGICO DEL TABERNACOLO – seconda parte

DON ENRICO FINOTTI

17 maggio 2018

L’identità e il ruolo del tabernacolo eucaristico non possono attingere soltanto ad una indagine storica, ma è necessaria soprattutto una riflessione teologica. Le basi teologiche, infatti, sono quelle che possono mutare, emendare o perfezionare, sia le scelte storiche del passato, sia quelle della prassi liturgica attuale. Senza teologia eucaristica, infatti, si è facilmente esposti o all’archeologismo o al funzionalismo pastorale.

L’altare e il tabernacolo – a livello di principio – sono inseparabili. Questa affermazione, a prima vista, potrebbe creare difficoltà, ma, alla luce di una serena argomentazione si comprenderà la verità.

L’altare è il luogo santo sul quale si compie in modo sacramentale il Mistero pasquale della nostra Redenzione. In modo simultaneo nel cuore della Prece Eucaristica si attualizza la Presenza del Signore, il suo atto sacrificale e la sua forma di cibo e bevanda. Presenza Sacrificio e Convito sono tre aspetti indissolubili e sincronici del grande Mistero che con la Consacrazione è donato alla Chiesa.

L’altare è anche il simbolo più qualificato, che esprime con la sua stessa struttura le tre dimensioni del Mistero che su di esso si compie. Infatti: la sua dignità e centralità è il segno di Cristo presente nella Chiesa quale Capo dell’assemblea liturgica; come ara in pietra ed elevata richiama il Sacrificio della Croce, attualizzato nella celebrazione dei santi misteri; la sua mensa ricoperta con la tovaglia ricorda il sacro convivio in cui ci è dato il Pane santo della vita eterna e il calice dell’eterna salvezza. L’altare in tal modo porta impresse su di sé simbolicamente le coordinate fondamentali dell’Eucaristia.

Separare dall’altare il Sacramento, a celebrazione conclusa, crea per sé qualche disagio, sia all’altare come al tabernacolo. Infatti, l’altare improvvisamente si spegne e la sua vita passa al tabernacolo. Se in antico l’altare era l’incontestato luogo sacro al quale tutti si volgevano durante e dopo la celebrazione, essendo il Sacramento custodito nella sagrestia, con il tabernacolo in chiesa, ma separato dall’altare, si crea una bipolarità, che dopo la celebrazione va decisamente a favore del tabernacolo, perché i fedeli, istruiti dal dogma della fede, accorrono lì dov’è la realtà, lasciando in disparte il simbolo. La statua o il ritratto scompaiono quando la persona viva è presente. Ecco perché il papa Paolo VI potrà affermare del tabernacolo e non dell’altare che è il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese (Credo del popolo di Dio 1968) e Benedetto XVI dirà che la presenza eucaristica nelle nostre chiese in qualche modo assicura che la liturgia sia sempre celebrata. Già il beato card. Ildefonso Schuster espresse così il medesimo concetto:“…la santissima Eucaristia conservata perennemente nelle chiese dà carattere di perennità al Sacrificio incruento dell’altare…”(Liber sacramentorum, Casale Monferrato, ed. Marietti, 1932, vol. I, p. 24). Infatti Cristo, anche dopo l’offerta del sacrificio, allorché viene conservata l’Eucaristia nelle chiese o negli oratori, è veramente l’Emmanuele, cioè ‘Dio con noi’. Giorno e notte resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità (RCCE2).

Ma anche il tabernacolo subisce danno dalla separazione dall’altare. Infatti esso richiama soprattutto la reale presenza, ma non altrettanto quella virtus sacrificalis, che non abbandona mai l’Agnello immolato e glorioso; e neppure quella forma convivialis, che rimane insita nel Sacramento, il quale, prima o poi, dovrà essere assunto nella comunione. In altri termini, l’altare è il miglior interprete del tabernacolo, perché garantisce l’espressione simbolica di tutti gli aspetti del Mistero. L’autentica formazione eucaristica del cristiano, infatti, implica una triplice attenzione: la percezione adorante della Presenza del Signore, l’unione al suo Sacrificio e il nutrirsi degnamente del suo Corpo e del suo Sangue. L’insufficienza di uno o l’altro di questi aspetti o la loro non adeguata composizione ha portato talvolta a visioni dottrinali, a prassi pastorali o  a itinerari spirituali non sempre conformi alla completezza del Mistero nell’equilibrio delle sue parti: “Per ben orientare la pietà verso il santissimo Sacramento dell’Eucaristia e per alimentarla a dovere, è necessario tener presente il mistero eucaristico in tutta la sua ampiezza, sia nella celebrazione della Messa che nel culto delle sacre specie, conservate dopo la Messa per estendere la grazia del sacrificio” (RCCE4).

Per questo le norme liturgiche stabiliscono che l’esposizione del SS. Sacramento avvenga normalmente sull’altare, affinché il senso del Sacrificio e il rimando alla Comunione sacramentale non siano estranei dall’Adorazione:“Nelle esposizioni si deve porre attenzione che il culto del santissimo Sacramento appaia con chiarezza nel suo rapporto con la Messa” (RCCE90) e “La pisside o l’ostensorio si colloca sulla mensa dell’altare…”(RCCE110). Questa relazione tra l’altare e la SS. Eucaristia è affermata anche dall’invocazione tradizionale: Benedetto Gesù nel santissimo Sacramento dell’altare (RCCE237)

Si comprende allora come il rapporto altare-tabernacolo non sia questione secondaria, ma coinvolga la teologia, la catechesi, la liturgia, la spiritualità e la retta devozione del popolo di Dio. Siccome la storia ci offre soluzioni variabili e la teologia ci richiama all’unità del Mistero, si dovrà essere aperti a normative diversificate, ma sempre attenti a non posporre la presenza personale – vera, reale e sostanziale – del Signore ai suoi simboli.

 “Nessun dubbio quindi che tutti i fedeli in linea con la pratica tradizionale e costante della Chiesa cattolica, nella loro venerazione verso questo santissimo Sacramento, rendano ad esso quel culto di latrìa che è dovuto al vero Dio. E se Cristo Signore ha istituito questo sacramento come nostro cibo, non per questo ne è sminuito il dovere di adorarlo” (RCCE3).

IL TABERNACOLO – La storia (prima parte)

DON ENRICO FINOTTI

16 maggio 2018

Il Concilio Vaticano II offre il criterio previo ad ogni intervento di riforma nella Liturgia quando afferma:

Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della Liturgia deve essere sempre preceduta da un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale (SC 23).

Anche riguardo al tabernacolo per la custodia della santissima Eucaristia è necessario percorrere questa triplice indagine per impostare su solide basi il significato e la funzione di questo importante luogo liturgico.

 

  1. La storia del tabernacolo.

La conservazione, l’adorazione e la comunione alla santissima Eucarestia al di fuori della celebrazione del Sacrificio sono sempre state presenti nella prassi liturgica della Chiesa. Questa affermazione oggi potrebbe suscitare una immediata perplessità e reazione. Bisogna allora intendersi bene ed argomentare con precisione. Certamente la custodia pubblica e solenne, come i riti del culto eucaristico (esposizione, benedizione, processioni, ecc.) sono maturati nei secoli ed hanno uno sviluppo storico ben definito. Tuttavia il fatto che l’Eucarestia sia sempre stata conservata, intimamente adorata e frequentemente assunta anche fuori della celebrazione è inconfutabile. Conservazione, adorazione e comunione fuori della Messa, sono, quindi, elementi originali, insiti nelle radici stesse della liturgia e rilevabili nell’esperienza cultuale della Chiesa fino dalle sue prime manifestazioni. La santissima Eucaristia, infatti, veniva consegnata ai diaconi per gli assenti e i fedeli stessi, laici ed eremiti, la portavano con sé nelle loro dimore per cibarsene frequentemente. La custodia eucaristica nasce così nelle case dei cristiani per conservare con circospezione il Sacramento. E’ evidente che quella cura con la quale conservavano e ricevevano il Pane santo non poteva essere altro che quell’adorazione intima e profonda che già san Paolo esigeva – ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11, 28-29) – e che s. Agostino ribadiva – Nessuno si ciba di questo pane senza prima averlo adorato. Ed ecco che i tre aspetti riserva, adorazione e comunione sono inscindibili in quanto l’uno è finalizzato agli altri: il sacramento è conservato perché con spirito adorante si possa assumere anche ogni giorno. In analogia con le case anche le chiese dovevano avevano un luogo di conservazione dell’ Eucaristia, destinato ad avere maggior necessità nella misura che veniva scomparire l’uso domestico. Il luogo veniva chiamato Pastoforio (Oriente) o Sacrarium (Occidente) (RIGHETTI, Storia liturgica, Ancora edizione anastatica, 1998, vol. I, p. 546 ), un locale presso l’altare. Conservare, adorare e comunicare alla santissima Eucaristia fuori della Messa, quindi, non sono sintomi di una corruzione intervenuta successivamente, ma, nella loro sostanza, sono aspetti connessi alla forma primitiva della celebrazione dei santi Misteri.

Nel secondo millennio il SS. Sacramento tende ad uscire dal segreto ed entrare progressivamente nelle chiese in modo pubblico e sempre più solenne. Ne sono testimonianza la piccola capsa, detta Propitiatorium, posta sulla mensa dell’altare o la Colomba eucaristica pendente sopra l’altare. E’ interessante osservare che, appena il Sacramento esce dal segretarium, subito individua l’altare come sua dimora, lì dove era nato. Ben presto le esigenze della sicurezza e lo sviluppo crescente del culto eucaristico portarono a forme monumentali, come le edicole eucaristiche, che dovettero di necessità lasciare l’altare per creare un loro spazio architettonico autonomo. Tuttavia il sacramento non rientrò più nel segreto del sacrario, ma iniziò la sua ascesa trionfale, confortata dallo sviluppo del dogma e della spiritualità eucaristica.

In seguito al Concilio tridentino il tabernacolo, già monumentale, non teme di salire sull’altare stesso, quale suo luogo proprio: il tabernacolo, infatti, contiene ontologicamente vivo e vero quel medesimo Mistero che sull’altare si celebra. Se questa fu la norma più diffusa e raccomandata, tuttavia, la Chiesa, almeno nella liturgia pontificale, non volle lasciare l’antico costume, che distingueva l’altare dalla riserva eucaristica. Al contempo si doveva accettare il progresso dogmatico e le forme nuove del culto eucaristico, che imponevano ormai una custodia pubblica, visibile e solenne della SS. Eucaristia. In tal modo, nelle cattedrali e nelle collegiate, si eresse la cappella del SS. Sacramento che, pur distinta dalla navata ne era collegata e con la sua preziosità e sacralità veniva ad essere il Sancta sanctorum della chiesa stessa.

QUALI SONO LE COMPONENTI DI UN RITO, CHE SI DEVE INTENDERE PER RITO SACRO?

A CURA DELLA REDAZIONE

16 maggio 2018

Sento frequentemente parlare di riti, ma non ho mai approfondito il tema. Chiedo: quali sono le componenti di un rito, che si deve intendere per rito sacro?

L’argomento richiederebbe un vasto e impegnativo trattato, che non può trovare spazio in una risposta come è questa. Si può tentare tuttavia di riassumere le componenti di un rito sacro in questo modo: parole, gesti, abiti, arredi, luoghi e tempi. In questi sei elementi potrei in qualche modo raccogliere l’intera complessità rituale dei riti liturgici.

* Parole: la parola all’interno del rito si declina in molteplici espressioni, quali: il silenzio, la parola detta sottovoce, la parola proclamata ad alta voce e la parola cantata. I ministri ordinati e le scholae lectorum et cantorum, ne dovrebbero essere gli interpreti qualificati. Anche il suono delle campane e dell’organo sono strumenti correlati di indubbio valore, ormai accreditati dall’esperienza celebrativa della Chiesa.

* Gesti. In modo analogo anche i gesti corporei hanno molteplici manifestazioni: i gesti del volto (es. sguardo al cielo, adorante, contemplativo, dimesso, meditativo, attento, espressioni meditative come volto pensante, occhi chiusi, capo chino, ecc.), i gesti delle mani e delle braccia (mani elevate, giunte, stese o benedicenti), i gesti con l’intero corpo (prostrazione, inchino, genuflessione, l’incedere processionale, stare in piedi, in ginocchio, seduti, ecc.).

* Abiti. Gli abiti sacri o paramenti, nella loro varietà, funzionalità, preziosità e nei loro significati mistici, rivestono i sacri ministri, ne elevano la loro dignità e istruiscono il popolo cristiano in ordine ai misteri da essi presieduti.

* Arredi. Gli arredi sacri sono veramente molti e possono essere rappresentati nella loro varietà da alcuni che emergono su tutti: il Calice e la patena, la Croce preziosa, l’Evangeliario. Calice, Croce ed Evangeliario sono gli arredi liturgici che più spiccano nell’arte paleocristiana e che richiamano simbolicamente il mistero della Parola proclamata e del Sacrificio incruento dell’altare.

* Luoghi. L’edificio della chiesa, i luoghi celebrativi al suo interno (altare, tabernacolo, ambone, sede, ecc.), l’arte sacra, gli addobbi e i simboli liturgici, sono l’ambiente idoneo per la celebrazione dei riti sacri e la loro abilitazione non è curata soltanto sul piano umano, ma anche su quello soprannaturale, mediante la Dedicazione.

* Tempi. Le Ore quotidiane dell’Ufficio divino, la domenica, le solennità e le feste, i tempi sacri, i giorni penitenziali e l’intero Anno liturgico, segnano i tempi e le scadenze per elevare con proprietà e ordine un culto santo, che sia conforme alle disposizioni divine, ossia a quei ritmi che il Creatore ha fin dall’inizio impresso nella creazione e che il Redentore ha stabilito negli eventi della sua vita terrena, santificando nelle tappe del suo mistero pasquale giorni e ore singolari.

Ebbene i riti della Chiesa fanno uso di tutti questi elementi e li organizza in modo diversificato, seguendo determinate leggi nella continuità di una secolare tradizione. Come si può notare l’uso intelligente, appropriato e ordinato di tutti questi “codici espressivi” crea la bellezza, la ricchezza, la solennità e l’incisività di un rito. E’ necessario però non ridurre il rito al solo codice verbale, abbassandolo ad un sermone, evitando, per pigrizia, fretta, impreparazione e mancanza di fede e di amore, il ricco ventaglio delle espressioni liturgiche, che con tanta genialità e spirito soprannaturale la Chiesa ha edificato e stabilito nella sua esperienza liturgica bimillenaria.

LA LITURGIA DELLE ORE IN PARROCCHIA

A CURA DELLA REDAZIONE – 14 maggio 2018

Nelle lezioni formative per le guide liturgiche straordinarie,  il docente ha parlato con tanta insistenza sulla Liturgia delle Ore. Ma ci riesce alquanto difficile realizzarlo in comunità. O meglio, è partecipato in quei giorni nei quali è presente il parroco. Quando invece ci siamo noi come laici spesso ci si deve accontentare di recitarlo da soli. Andare avanti? Come?

E’ certo che la celebrazione della Liturgia delle Ore in parrocchia deve essere ben organizzata. Come? Costituendo un gruppo stabile per questo peculiare servizio. Come vi è il Consiglio pastorale, i catechisti, la corale, la charitas, ecc., così vi deve essere, non una generica commissione liturgica, che promuove la liturgia in generale, ma uno specifico gruppo addetto alla celebrazione regolare della Liturgia delle Ore. Inoltre, come ogni associazione parrocchiale è orientata al bene comune dell’intera comunità, così questo gruppo è costituito per tener viva la preghiera, non solo a nome dell’intera comunità locale, ma anche di tutta la Chiesa. Questo senso di rappresentanza impegna a realizzare un servizio liturgico aperto a tutti i fedeli, che intendessero partecipare, senza inconsistenti chiusure. Anzi deve il più possibile essere una forza di richiamo affinché un numero di fedeli il più possibile ampio partecipi all’Ufficio di lode.

Il gruppo è formato da uomini e donne, religiosi e laici, che danno il loro nome per il servizio richiesto. Si dovrà scrivere una turnazione regolare, distribuire i compiti (guida, lettore, cantore, ecc.) e stabilire dei regolari incontri di formazione per l’abilitazione ad una celebrazione competente, degna e devota.

Quante associazioni, nella secolare storia delle nostre parrocchia hanno sostenuto, con forme e statuti diversi, molteplici iniziative oranti! Si pensi alle note Confraternite con i loro impegni specifici in ordine ad importanti esercizi di culto. In epoche nelle quali i pii esercizi del popolo cristiano in qualche modo sostituivano la liturgia, tali associazioni furono determinanti nella crescita spirituale della nostra gente: le Quarantore e le processioni eucaristiche, il rosario e le processioni mariane, le pratiche devozionali verso i Santi e il suffragio per i defunti, ecc.. Tutto questo patrimonio non deve essere disperso, come purtroppo avvenne in un malinteso postconcilio, ma riqualificato e potenziato. Ebbene il Concilio Vaticano II ci chiama ad ulteriore passo di qualità: elevare il popolo alla liturgia e condurlo a celebrarla nel modo più integro e completo possibile. La liturgia non rinnega i precedenti pii esercizi, sempre raccomandati dalla Chiesa, ma ora chiede di essere essa stessa privilegiata e assunta da quel popolo che, per il Battesimo e la Confermazione, ne è il legittimo celebrante. Ciò è conforme all’antica e perenne tradizione, che il Concilio Vaticano II ha inteso riprendere su solide basi dottrinali e rilanciare in una rinnovata pastorale:

Così avvenne che il Concilio venne a trattare della Liturgia in genere e della preghiera delle ore in particolare  con tale ampiezza e accuratezza, con tale impegno e frutto, che ben difficilmente si può riscontrare qualcosa di    simile in tutta la storia della Chiesa (LC, Introduzione).

La sfida è aperta. A ciascuna comunità spetta la risposta, sotto la guida illuminata e lo zelo dei suoi pastori.