IL MISTERO DELL’AVVENTO

Anonimo seicentesco, Madonna del Parto, conservata nella Chiesa di S. Pietro, Leonessa (RI)

DON ENRICO FINOTTI

 

L’Avvento, mettendo la Chiesa in comunione con l’evento della lunga preparazione alla prima venuta del Salvatore, nel tempo che intercorse tra Adamo e Cristo e specialmente nella vicenda storica d’Israele, attualizza l’attesa del Messia, ravvivando nei fedeli l’ardente desiderio della sua “triplice venuta”: egli, infatti, venne nell’umiltà della carne, viene misticamente nella celebrazione dei santi misteri, verrà alla fine dei tempi nella gloria.

Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza.

Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a  possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”. [1]

“Ora egli viene incontro a noi in ogni luogo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno”.[2]

 

La liturgia dell’Avvento, tuttavia, pone l’attenzione in modo speciale al tempo che immediatamente precedette la venuta del Salvatore, quando la secolare attesa del Messia raggiunse la piena maturità e si espresse con la massima intensità: è il tempo dell’annunzio, della nascita, della predicazione e della testimonianza di Giovanni Battista, il Precursore, e della presenza di Maria SS., l’Immacolata Vergine Madre, che ricevendo l’annunzio dell’angelo accolse nel grembo il Verbo fatto carne. In questa cornice di riferimento, gli annunzi dei Profeti, soprattutto quelli del profeta Isaia, assumono una singolare eloquenza ed esprimono il loro senso definitivo.

Egli fu annunziato da tutti i profeti, la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo”.[3]

 

I VESPRI DEI DEFUNTI – seconda parte

  1. I vespri votivi fra l’ottava

La carità del suffragio è talmente importante e costante nella tradizione della Chiesa che viene raccomandata non solo nel giorno dei Defunti, ma anche per l’intero ottavario (dal 1 all’8 novembre) offrendo la possibilità di lucrare l’Indulgenza planaria, applicabile alle anime del purgatorio, una volta al giorno, mediante la visita al cimitero[1].

Tale pratica tuttavia è lasciata all’iniziativa individuale. I fedeli, in realtà, oltre ai normali pii esercizi (es. Rosario), in questi giorni, non hanno stimoli particolari da parte della liturgia. Per questo qui si propongono i vespri votivi dei defunti da celebrare in forma comunitaria e solenne nelle ferie che intercorrono tra il 2 e l’8 novembre. Con questa celebrazione i fedeli ricevono uno stimolo orante più efficace per disporre gli animi ad una recezione più cosciente dell’Indulgenza plenaria di suffragio. Inoltre sono introdotti, mediante il rito, ad un maggiore approfondimento dei vari aspetti del mistero, celebrato nell’annuale Commemorazione dei fedeli defunti.

I VESPRI DEI DEFUNTI – prima parte

 

DON ENRICO FINOTTI

Il Concilio Vaticano II ribadisce la dottrina perenne della Chiesa quando afferma:

Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli Angeli con Lui (Mt 25,31) e, distrutta la morte, non Gli saranno sottomesse tutte le cose (1Cor 15,26-27), alcuni dei Suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, passati da questa vita, stanno purificandosi, e altri godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino qual è”; tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui (Ef 4,16). L’unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo, non è minimamente interrotta, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali (LG 49).

LA CENTRALITÀ E IL PRIMATO DELLA LITURGIA NELLA DOTTRINA SULL’ECUMENISMO – seconda parte

Benedetto XVI e Bartolomeo I di Costantinopoli

 

4.  Parlavamo dunque della validità del sacramento dell’Ordine – e quindi dell’Eucaristia – presso i fratelli separati. Il sacramento dell’Ordine conferisce quindi un autentico carattere ecclesiale alle comunità cristiane, che lo hanno conservato integro, anche se non possiedono ancora la piena unità con l’unica Chiesa Cattolica. Cosa possiamo dire al riguardo?

Se poi si considera la validità dell’Ordine sacro negli orientali separati, diventa ancor più evidente la comunione.

Laddove i sacramenti dell’ordine e dell’eucaristia siano validi, si può teologicamente parlare di Chiesa.

In Lumen gentium n. 15, infatti si distinguono i termini: Chiesa e comunità ecclesiastica.

Ciò dimostra come talune confessioni cristiane possano essere chiamate Chiese per la permanenza in loro della validità dell’ordine e dell’eucaristia[1]

LA CENTRALITÀ E IL PRIMATO DELLA LITURGIA NELLA DOTTRINA SULL’ECUMENISMO – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

1.  Abbiamo visto che nella comprensione del mistero della Chiesa vi possono essere due prospettive complementari quella liturgica e quella giuridica. Tuttavia abbiamo messo in risalto il primato del sacramento, della liturgia, sul diritto. Queste due prospettive non sono in contraddizione ma aprono la strada a due modi complementari di vedere ed interpretare la realtà della Chiesa.  Dalle due diverse accentuazioni nell’ecclesiologia – quella giuridica e quella sacramentale – nascono anche due diverse accentuazioni della dottrina sull’ecumenismo?

Anche riguardo alla dottrina sull’ecumenismo la liturgia apre a una visione più ampia e profonda.

Infatti il sacramento – in particolare l’eucaristia e l’ordine validi – hanno sempre consentito il riconoscimento dello statuto ecclesiale delle comunità cristiane che li hanno conservati, anche se con una non ancor piena unità.

LA LITURGIA NEL POSTCONCILIO: TRA RINNOVAMENTO E CRISI – seconda parte

4.  E’ possibile individuare alcune cause che stanno alla radice degli attuali abusi liturgici?

 Ciò che potrebbe sorprendere è il fatto che proprio quando la liturgia ebbe ricevuto una così solenne tematizzazione e ‘consacrazione’ a coronamento degli sforzi secolari del movimento liturgico e in una così solenne assise come un Concilio Ecumenico, si ritrovi, nella ormai nota crisi postconciliare, a percorrere sentieri così precari e a produrre frutti talora così sconcertanti.

«Quo vadis Liturgia? […] Non di rado si resta ammirati di fronte a iniziative in campo liturgico, scritti, fotografie, conferenze, per le quali vengono in mente le parole di Giobbe: ‘mi si rizzarono i peli del corpo’ […]. Dove vai, liturgia, o piuttosto, dove la state portando, liturgisti e pastoralisti? La via della riforma sicura, luminosa, ampia, spaziosa è quella indicata dalla Chiesa e dal Supremo Pastore; ogni altra via è falsa» (A. Bugnini, La riforma liturgica, p. 256).

LA LITURGIA NEL POSTCONCILIO: TRA RINNOVAMENTO E CRISI – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

1.  Il dono della riforma liturgica del Vaticano II per la vita della Chiesa

Le scelte conciliari e la conseguente riforma della liturgia furono fonte di un grande rinnovamento spirituale e furono accolte universalmente con grande adesione ed entusiasmo.

I frutti di grazia non tardarono a manifestarsi lì dove l’applicazione della riforma liturgica fu coerente e fedele col magistero della Chiesa, che la guidava con saggezza e la garantiva con la sua autorità.

È ciò che il papa Benedetto XVI ha affermato nel discorso prenatalizio alla Curia romana il 23 dicembre 2005:

“Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio”[1].

IL MISTERO DEL TEMPIO – CASA DI PREGHIERA E DI ANNUNCIO – seconda parte

Cattedrale di Amiens

LA CHIESA È LA CASA DEL POPOLO DI DIO RADUNATO PER LA PREGHIERA

Certamente questo secondo scopo è altrettanto fondamentale. Ma la chiesa è casa del popolo di Dio, perché essa è prima di tutto casa di Dio, luogo della sua presenza. Infatti, lì dove c’è la SS. Trinità c’è la Chiesa: casa di Dio e casa del popolo di Dio, costituiscono un binomio indissolubile e interdipendente. Anzi, più che offrire noi una casa a Dio è Dio stesso che ci invita a stare nella sua casa. La chiesa quale casa della comunità cristiana è, tuttavia, una caratteristica nuova delle chiese cristiane rispetto ai templi pagani. Quelli ospitavano solo la statua della divinità, mentre il culto si svolgeva all’esterno col popolo che stava all’aperto. Con la liturgia cristiana il popolo entra nella chiesa e l’edificio sacro cristiano assume il nome stesso della assemblea convocata: la Chiesa. Infatti mai la Chiesa è tanto Chiesa quanto nel momento liturgico in cui si celebrano i santi Misteri. Per questo occorre che la chiesa-edificio abbia la necessaria funzionalità per lo svolgimento dei riti dell’intero Anno Liturgico e perché il popolo in essa radunato possa con frutto partecipare alla specificità delle azioni liturgiche.

IL MISTERO DEL TEMPIO – L’EDIFICIO SACRO COME ATTO DI CULTO – prima parte

Duomo Cattedrale di Orvieto

DON ENRICO FINOTTI

Perché la chiesa è un dono grande? E perché è doveroso costruire edifici sacri e conservare il grande patrimonio artistico, storico, culturale e spirituale in essi contenuto? Una certa mentalità oggi tende a sminuire il senso delle chiese-edificio come espressioni del culto a Dio e – quando è necessario costruirle – si tende a produrre chiese minimali, povere e possibilmente ‘nascoste’ nel contesto urbanistico. Per di più si dice che Dio vuole i nostri cuori e non i templi, vuole che si aiutino i poveri piuttosto che spendere per i monumenti. Certo con questa mentalità un popolo non troverà entusiasmo ad avere una bella chiesa, né a conservarla e impreziosirla. Si tenderà invece a spogliarla, magari svendendo i suoi arredi , comunque a non apprezzarla, quasi fosse un ‘peccato’ possedere una gran bella chiesa. Succede in conseguenza che la comunità cristiana, seppur inconsciamente, demandi all’ente pubblico la salvaguardia delle sue chiese ridotte alla sola realtà di beni storici e culturali, quasi rinnegando ciò che i padri fecero in passato e percorrendo sentieri ritenuti più ‘evangelici’, che si risolvono tuttavia in opere semplicemente sociologiche e umanitarie, non sufficientemente però impostate sulla dimensione ascendente e soprannaturale del mistero di Dio. Insomma la dimensione antropocentrica – oggi dominante – sembra togliere spessore alla dimensione teocentrica, che ispirò la costruzione delle chiese storiche. Per valutare la portata delle nostre chiese occorre, allora, considerare il valore che la chiesa rappresenta su diversi piani: nei riguardi di Dio, in relazione alla comunità cristiana e i singoli fedeli e in ordine all’evangelizzazione dell’ambiente.