IL CREDO DEL POPOLO DI DIO – terza parte

Sessione solenne del Concilio Ecumenico Vaticano II

V       Il grado di autorità magisteriale del Credo del popolo di Dio pronunziato da Paolo VI

Una grande sicurezza per tutti i pastori e i fedeli cattolici é data dal notevole grado di autorità che tale Professio fidei esibisce. Ciò risulta dall’espressa intenzione magisteriale del Papa e dalla inusitata solennità del protocollo che la presenta. Infatti si dice: «Noi sappiamo che le anime attendono la parola del Vicario di Cristo, e Noi veniamo incontro a questa attesa con le istruzioni che normalmente amiamo dare. Ma oggi Ci si offre l’occasione di pronunciare una parola più solenne»[1].

IL CREDO DEL POPOLO DI DIO – seconda parte

Giovanni Francesco da Rimini- Apostoli Filippo e Paolo – sec. XV

 

III     Rapporto tra il Credo del popolo di Dio di Paolo VI e la Professione di fede tridentina

L’atto di magistero del papa Paolo VI ha un precedente e una singolare analogia nella Professione di fede tridentina, formulata dal papa Pio IV nella Bolla Iniunctum nobis (13 nov. 1564), dopo la chiusura del Concilio di Trento. Con tale testo il Papa intendeva raccogliere in estrema sintesi la dottrina dogmatica definita nel Tridentino in modo che soprattutto il clero e i teologi potessero aderire pienamente e facilmente al dogma della fede e contrastare con efficacia l’eresia ormai dilagante. Alla testo integrale del Credo niceno-costantinopolitano seguivano alcuni asserti dottrinali specifici in ordine ai dogmi appena definiti nel Concilio tridentino e negati dagli eretici. Il Papa ritenne che, data la vastità e l’insidia dell’eresia, occorresse una Professio fidei più dettagliata per troncare alla radice quelle verità che venivano negate. Nella Professione di fede tridentina, quindi, i fedeli avevano una precisa norma per la retta recezione del Concilio tridentino e uno scudo di difesa contro l’eresia. Dopo il Concilio Vaticano I la Professio fidei Tridentina venne integrata con i brevi inserti relativi alle nuove definizioni dogmatiche (infallibilità e primato del Romano Pontefice). La medesima logica fu assunta anche dal papa san Pio X, che, per contrastare efficacemente il modernismo, impose il Giuramento antimodernista, che riproponeva sostanzialmente gli asserti dogmatici definiti nel Concilio Vaticano I, ma non recepiti, anzi rigettati dai modernisti. Ebbene analogamente il papa Paolo VI a tre anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II si trovò nella necessità di promulgare un’ampia e dettagliata Professio fidei con il medesimo intento che ebbe il papa Pio IV dopo il Tridentino e san Pio X nella crisi modernista successiva al Vaticano I. Possiamo tuttavia rilevare che, mentre la Professio fidei Tridentina si limitava ad addizioni aggiunte al testo integrale dell’antico Credo niceno-costantinopolitano, contrastando gli errori dottrinali bene individuati,  la Professio fidei di Paolo VI abbraccia l’intero testo del Credo niceno-costantinopolitano, commentandone ogni sua parte. Ciò fa pensare. La crisi postconciliare si presenta con una tale vastità e profondità che nessun articolo della fede cattolica ne é al riparo. Paolo VI, infatti, percepiva con intima sofferenza il grande pericolo insorgente per l’intero complesso della Fede, quando nella Esortazione apostolica Quinque iam anni (8 dic. 1970) scriveva:

Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla tradizione ininterrotta, che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi[1].

  

IL CREDO DEL POPOLO DI DIO – prima parte

 

I         Rapporto tra la retta interpretazione del Concilio Vaticano II e la retta interpretazione della riforma liturgica

  1. La critica al Vaticano II coinvolge anche la critica alla riforma liturgica

L’odierno dibattito sulla liturgia, sia a livello dottrinale, sia a livello celebrativo, trova ancora una pesante remora nelle contrastanti interpretazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. Infatti, sembra sempre più accreditata e diffusa la critica alla riforma liturgica non solo riguardo alla sua erronea applicazione postconciliare – come é doveroso – quanto piuttosto riguardo agli stessi principi ispiratori assunti dal Magistero conciliare riguardo alla liturgia e soprattutto si nota una crescente perplessità verso la stessa editio typica dei libri liturgici promulgati dai Sommi Pontefici a norma dei decreti del Concilio Vaticano II. Si intende quanto sia teologicamente diversa e delicata la critica diretta ai documenti autentici del Concilio e agli atti autentici dei Sommi Pontefici postconciliari, rispetto alla critica rivolta a studi teologici e liturgici discutibili e a realizzazioni pratiche abusive dei vigenti libri liturgici.

Riflessione sulle solennità natalizie – ET VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITABIT IN NOBIS (seconda parte)

don Enrico Finotti

Seconda parte della trasmissione a Radio Maria  del 12 gennaio 2020

III.    I tre riti singolari della liturgia natalizia

Dopo l’analisi della liturgia natalizia nel suo insieme, possiamo considerare alcuni riti singolari, che la caratterizzano, per scoprire come il mistero dell’Incarnazione, espresso nel versetto Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis, che rappresenta il tema-guida della nostra riflessione, ne sia l’ispiratore e la segreta sorgente.

Ci riferiamo a tre riti in particolare: – il canto dell’inno angelico Gloria in excelsis Deo; – la prostrazione adorante al versetto del Credo Et incarnatus est de Spiritu Santo ex Maria Virgine et homo factus est; – la processione e la venerazione al presepio.

Riflessione sulle solennità natalizie – ET VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITABIT IN NOBIS (prima parte)

Madonna col Bambino detta Madonna della loggia. Autore. Sandro Botticelli (Firenze 1445-1510). Data. 1466-1467 circa. Museo. Gli Uffizi. Collezione. Pittura.

don Enrico Finotti

Prima parte della trasmissione a Radio Maria  del 12 gennaio 2020

Premessa

Con la festa del Battesimo del Signore si conclude il tempo di Natale.

Le varie solennità natalizie sono appena passate con la ricchezza simbolica dei loro riti.

Conviene allora riflettere ancora sui misteri celebrati e riconsiderare con maggior attenzione ai contenuti sottesi alla ricchezza di questi venerandi e antichi riti.

I PII ESERCIZI – seconda parte

DON ENRICO FINOTTI

Trasmissione a Radio Maria – lunedì 9 dicembre 2019 –  seconda parte

  1.  La forma e il contenuto dei Pii esercizi

La differenza tra la Liturgia e i Pii esercizi si nota anche nella diversa forma dei riti e delle preci. Possiamo dire che la Liturgia obbedisce al criterio della nobile semplicità. Tale caratteristica é propria soprattutto della Liturgia Romana, che secondo il genio di Roma porta i tratti dell’essenzialità e brevità nei riti e di austera sobrietà, concisione e precisione nei termini e nello sviluppo delle preci. Se poi si considera il carattere lirico che assume la forma solenne della liturgia eseguita in canto si capisce ancor più quanto sia importante la nobiltà e il ritmo della forma letteraria e dell’andamento rituale. La Liturgia inoltre non può esporre in modo compiuto tutti gli aspetti del mistero celebrato, quasi fosse una lezione di catechesi o un esercizio di pastorale, ma deve limitarsi alle sue linee essenziali e comuni adatte all’assemblea planaria del popolo di Dio. Nella Liturgia i singoli fedeli entrano per unirsi al culto della Chiesa e quindi devono in qualche modo deporre l’assillo variegato delle proprie sensibilità individuali e l’urgenza dei tanti fatti di cronaca relativi alla vita di ognuno. La Liturgia, infatti, é oggettiva e non asseconda immediatamente e pienamente alla pietà individuale dei fedeli.

I PII ESERCIZI

DON ENRICO FINOTTI

Radio Maria – lunedì 9 dicembre 2019 – prima parte

Dopo aver descritto il complesso dei riti liturgici nei suoi fondamentali capitoli: il divin Sacrificio, i sette sacramenti, i Sacramentali, la Liturgia delle Ore e l’Anno liturgico, si richiede un discorso specifico su quelle numerose e varie forme del culto cristiano che sono i Pii esercizi del popolo cristiano. Essi non fanno parte della Liturgia, ma da essa in parte scaturiscono e ad essa devono portare la pietà dei fedeli, affinché il culto divino coinvolga le molteplici richieste e le diverse sensibilità spirituali dei singoli, dei gruppi e delle comunità cristiane raccogliendo ogni alito sincero e fecondo di anelito religioso, che non può trovare una completa e piena espressione nella sobrietà e nella nobiltà proprie del culto liturgico della Chiesa.

L’ALTARE E IL NATALE

Quando in principio Dio creò il cielo e la terra (Gen 1, 1), nel sesto giorno, costruì l’altare, consacrò il sacerdote e fu glorificato da quell’oblazione pura e santa, che da una creazione incontaminata, saliva al cospetto della Divina Maestà. Quell’altare, quel sacerdote e quel sacrificio immacolato era Adamo, l’immagine e somiglianza di Dio, risplendente della grazia soprannaturale, la compiacenza del Creatore, il cuore e il vertice dell’intera creazione, l’immagine di quel nuovo Adamo, che era ancor prima di Adamo e doveva venire nel mondo nella pienezza del tempo per ricapitolare in sé tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1, 10).

L’ALTARE NELLA STORIA

Altare papale – Basilica di San Giovanni in Laterano (Roma)

La storia dell’altare cristiano è molto varia e manifesta la ricchezza insondabile del mistero della nostra fede. Ogni epoca presenta caratteristiche proprie e si esprime con genialità, secondo le diverse sottolineature e sensibilità teologiche dell’identico dogma della fede. Possiamo catalogare quattro fasi nello sviluppo dell’altare: l’altare antico, medioevale, barocco e attuale.

L’ARREDO DELL’ALTARE

CHIESA DEI SS. APOSTOLI E SACELLO DELLE SS. TEUTERIA E TOSCA – VERONA

DON ENRICO FINOTTI

L’altare è ordinariamente corredato da tre principali segni in rapporto ai tre aspetti dogmatici dell’Eucaristia: – la croce, “sopra l’altare o accanto ad esso” (OGMR, 308), che ricorda il Sacrificio pasquale di Cristo che si celebra sull’altare in modo sacramentale; – la “tovaglia di colore bianco” (OGMR, 304), che richiama la santa Cena, forma rituale per la celebrazione dell’Eucaristia ;- “i candelabriin segno di venerazione e di celebrazione festiva” (OGMR,307),  ma anche richiamo alla Presenza reale del Signore risorto e dell’azione del suo Santo Spirito.