IL CREDO DEL POPOLO DI DIO – seconda parte

Giovanni Francesco da Rimini- Apostoli Filippo e Paolo – sec. XV

 

III     Rapporto tra il Credo del popolo di Dio di Paolo VI e la Professione di fede tridentina

L’atto di magistero del papa Paolo VI ha un precedente e una singolare analogia nella Professione di fede tridentina, formulata dal papa Pio IV nella Bolla Iniunctum nobis (13 nov. 1564), dopo la chiusura del Concilio di Trento. Con tale testo il Papa intendeva raccogliere in estrema sintesi la dottrina dogmatica definita nel Tridentino in modo che soprattutto il clero e i teologi potessero aderire pienamente e facilmente al dogma della fede e contrastare con efficacia l’eresia ormai dilagante. Alla testo integrale del Credo niceno-costantinopolitano seguivano alcuni asserti dottrinali specifici in ordine ai dogmi appena definiti nel Concilio tridentino e negati dagli eretici. Il Papa ritenne che, data la vastità e l’insidia dell’eresia, occorresse una Professio fidei più dettagliata per troncare alla radice quelle verità che venivano negate. Nella Professione di fede tridentina, quindi, i fedeli avevano una precisa norma per la retta recezione del Concilio tridentino e uno scudo di difesa contro l’eresia. Dopo il Concilio Vaticano I la Professio fidei Tridentina venne integrata con i brevi inserti relativi alle nuove definizioni dogmatiche (infallibilità e primato del Romano Pontefice). La medesima logica fu assunta anche dal papa san Pio X, che, per contrastare efficacemente il modernismo, impose il Giuramento antimodernista, che riproponeva sostanzialmente gli asserti dogmatici definiti nel Concilio Vaticano I, ma non recepiti, anzi rigettati dai modernisti. Ebbene analogamente il papa Paolo VI a tre anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II si trovò nella necessità di promulgare un’ampia e dettagliata Professio fidei con il medesimo intento che ebbe il papa Pio IV dopo il Tridentino e san Pio X nella crisi modernista successiva al Vaticano I. Possiamo tuttavia rilevare che, mentre la Professio fidei Tridentina si limitava ad addizioni aggiunte al testo integrale dell’antico Credo niceno-costantinopolitano, contrastando gli errori dottrinali bene individuati,  la Professio fidei di Paolo VI abbraccia l’intero testo del Credo niceno-costantinopolitano, commentandone ogni sua parte. Ciò fa pensare. La crisi postconciliare si presenta con una tale vastità e profondità che nessun articolo della fede cattolica ne é al riparo. Paolo VI, infatti, percepiva con intima sofferenza il grande pericolo insorgente per l’intero complesso della Fede, quando nella Esortazione apostolica Quinque iam anni (8 dic. 1970) scriveva:

Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla tradizione ininterrotta, che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi[1].

  

IV     Il linguaggio del Credo del popolo di Dio di Paolo VI riflette il linguaggio dei documenti conciliari

E’ interessante notare come il testo della Professio fidei di Paolo VI sia redatta con quel linguaggio discorsivo e quel tono espositivo che fu assunto anche dai documenti del Concilio. Si riconosce in tal modo una continuità col Concilio Vaticano II, nel modo stesso che la Professio fidei Tridentina era in continuità linguistica con i decreti del Concilio tridentino. Anche se la Chiesa non potrà mai congedarsi dal linguaggio teologico e giuridico e dall’uso in determinati casi dell’anatema, la forma catechistico-pastorale resta comunque una modalità espressiva singolare della Chiesa, madre e maestra, per porgere ai suoi figli la sacra dottrina con il modo stesso che ebbe il Signore nei testi evangelici. Il fatto di maggior rilievo, tuttavia, é che nella Professio Fidei di Paolo VI vi é la composizione tra la continuità indefettibile del dogma nella perenne Tradizione apostolica con quel suo legittimo sviluppo che i Concili ecumenici e gli atti magisteriale dei Sommi Pontefici arrecano nel corso dei secoli sotto la guida dello Spirito Santo. In tal senso Paolo VI nella sua Professio fidei recepisce con tratti misurati e precisi quegli sviluppi dottrinali che il Vaticano II ha enucleato, componendoli nel tessuto inconsutile del dogma indefettibile. La nota locuzione «progresso nella continuità», sempre attestata nella mente della Chiesa, recepita dal Vaticano I secondo l’antico assioma di san Vincenzo di Lerins e recentemente ribadita dal papa Benedetto XVI, era già adeguatamente applicata nella Professio fidei di Paolo VI. Infatti, aspetti importanti soprattutto della dottrina ecclesiologica, tema predominante del Vaticano II (collegialità, infallibilità del Collegio episcopale, retto concetto di ecumenismo e di rapporto con le altre religioni, Chiesa e Regno, ecc.), ricevono nella Professio fidei la loro giusta configurazione e la loro retta interpretazione nell’equilibrio del dogma cattolico. Chi considera attentamente la Professio fidei di Paolo VI trova la chiave interpretativa del Concilio Vaticano II, così come chi legge la Professio fidei Tridentina assorbe in nuce la dottrina del Tridentino. Ecco perché il Credo del popolo di Dio occupa una posizione importante e strategica siglando tempestivamente con autorità magisteriale il Vaticano II e orientando con sicurezza il cammino successivo della Chiesa. Il percorso poi si perfezionerà ulteriormente col Catechismo della Chiesa Cattolica – come dopo la Professio fidei Tridentina fu pubblicato il Catechismo Romano – ma già fin dal primo momento Paolo VI non volle far mancare al popolo di Dio la voce autorevole del Magistero a difesa della giusta recezione del Concilio ecumenico appena concluso. Infatti, afferma il Papa: «…pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli»[2].

[1] PAOLO VI, Quinque iam anni, in EnchVat, III, n. 2875.

[2] PAOLO VI, Omelia del 30 giugno 1968, in EnchVat, III, n. 540.

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