Ultimo numero

numero 1 – anno 11  – marzo 2018

LA “STATIO” QUARESIMALE

 

 

IL TEMPO ADATTO PER LA SALITA AL MONTE

don Enrico Finotti

 

RITO DELLA “STATIO” QUARESIMALE

a cura della Redazione

 

LE DOMANDE DEI LETTORI

a cura della Redazione

 

«Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua»

Don Enrico Finotti

L’antica tradizione liturgica romana dà grande importanza alla celebrazione della Statio[1]. Si tratta di una solenne convocazione di tutto il popolo dell’Urbe in una chiesa di raduno (collecta) per poi raggiungere in processione la chiesa di stazione (statio), dove si celebra una actio liturgica sulla parola di Dio o anche la stessa Eucaristia. Tale celebrazione veniva chiamata anche «litania» in quanto il canto delle litanie dei Santi e dei salmi penitenziali caratterizzavano la processione. Nel tempo di Quaresima le Stationes erano a ritmo quotidiano e il Messale (fino al 1962) ne annotava ogni giorno la chiesa interessata. Se la tradizione stazionale é ormai da secoli scomparsa nella sua forma più popolare e solenne, tuttavia ancor oggi la pratica viene ricordata e riproposta, almeno in forme più ridotte, nel vigente Messale Romano[2] e in altri libri liturgici e documenti magisteriali, che ne danno indicazioni più specifiche[3].

Si deve dire che la Statio affonda le sue radici fin dall’epoca apostolica quando la comunità cristiana praticava una sosta spirituale e penitenziale il mercoledì e il venerdì di ogni settimana dell’anno: in ricordo del tradimento del Signore (mercoledì) e della sua morte (venerdì). E’ pur vero che nella pietà popolare è rimasto, fino a pochi decenni fa, il costume che nei mercoledì e nei venerdì di Quaresima vi fosse una speciale predicazione col canto del Miserere: il «Quaresimale». Tale pratica potrebbe essere ritenuta una traduzione popolare dell’antica liturgia stazionale. Nei secoli successivi, nei venerdì di Quaresima, si cominciò a praticare il pio esercizio della Via crucis, come ancor oggi si continua a fare. Anche la recente riscoperta, nella vita ascetica di molti fedeli, del digiuno del mercoledì e del venerdì, attesta come l’antica disciplina apostolica sia profonda e sempre attuale.

 

La Statio quaresimale

In questo numero si vuole offrire un rito possibile per attuare, nel contesto odierno, la tradizione della Statio quaresimale, opportunamente celebrata nei mercoledì della Quaresima e rispondendo in tal modo all’antica usanza liturgica sopra descritta.

Il rito si compone di quattro parti:

  • la processione penitenziale
  • la liturgia della Parola
  • il canto del Miserere
  • la preghiera di «esorcismo»
Ciascuna parte raccoglie elementi importanti della tradizione liturgica della Quaresima romana in modo che l’insieme offre una sintesi del mistero che la Chiesa celebra in questo tempo sacro.
  1. La processione penitenziale

Ad uno sguardo attento e panoramico sulla liturgia quaresimale romana classica, si noterà un grande movimento di popolo, che ogni giorno viene convocato per intraprendere un itinerario processionale incessante, percorrendo le vie dell’Urbe in ogni sua parte e sostando nelle sue splendide ed antiche basiliche. Si tratta di un coinvolgimento pubblico e corale che il popolo romano realizza con sentimenti di pietà e stile liturgico, in un clima austero e solenne al contempo, di penitenza e di spirituale letizia. Tale  movimento non è casuale, ma affonda le sue radici nella storia della salvezza così come è attestata nella Sacra Scrittura. Il popolo eletto, infatti, ottiene da Dio la liberazione in un laborioso peregrinare nel deserto. Uscito dall’Egitto, terra di schiavitù, varca le acque del mar Rosso verso la libertà, vaga con alterne vicende e pericoli per quarant’anni nel deserto, fino all’ingresso definitivo nella terra promessa, attraverso il passaggio del fiume Giordano. Non a caso la Chiesa propone nell’Ufficio della Quaresima questa mirabile epopea del popolo, che alla guida di Mosè cammina nel deserto. Tale marcia nel racconto biblico ha un carattere liturgico: all’ordine di partenza precedono i sacerdoti con l’Arca di Dio, si alzano le insegne e si intonano i canti rituali. Ebbene la Chiesa in qualche modo intende imitare tale travaglio, convocando il popolo nelle Stationes quaresimali. Essa, pur già entrata misticamente nel regime della grazia di Cristo, non cessa di percorrere con lena il deserto del mondo, nell’attesa definitiva della manifestazione piena del Regno di Dio.

Anche il Signore Gesù, nel vangelo di san Luca, ad un certo punto, con «passo deciso» (Lc 9,51) si dirige verso Gerusalemme per il compimento della sua passione gloriosa. La Chiesa, mediante il «sacramento» della Quaresima, intraprende col suo Maestro questo medesimo viaggio, salendo con Lui il «monte santo della Pasqua». Ed ecco che l’itineranza dell’antico popolo di Dio e quella ancor più determinante del Signore verso la città santa, si realizza nella liturgia quaresimale con segni e simboli eloquenti ed efficaci di grazia.

Il popolo eletto, tuttavia, non vaga senza meta, ma, pur tra tanti sbandamenti e defezioni, tiene lo sguardo fisso nella promessa divina, la terra dei Padri. Dio, che nella sua misericordia anticipa profeticamente la vera meta della salvezza, comanda a Mosè, proprio nel mezzo del deserto, in un momento drammatico di prova, di erigere sull’asta un serpente di bronzo, affinché tutti coloro che venivano morsi dai serpenti velenosi fossero risanati. Quindi il popolo dell’antica alleanza fissava già lo sguardo sul Crocifisso come meta ultima e definitiva della salvezza, varco necessario per l’eterna beatitudine. Allo stesso modo Cristo si dirige «con passo deciso» a Gerusalemme, fissando lo sguardo alla croce che lo attente e che abbraccia fin d’ora nella volontà del Padre. I tre annunzi della passione preparano i discepoli in cammino con lui e la via dolorosa concluderà la sua ascensione al Calvario.

Questo è il significato della processione aperta dal sacerdote che porta la croce. Le due facce, oscura e luminosa, della ‘colonna’ dell’Esodo precedono e accompagnano la marcia’liturgica’ del popolo d’Israele e del nuovo popolo di Dio: l’austerità della croce penitenziale è lo scudo contro il maligno e le tenebre del peccato nella Quaresima; la luce del cero pasquale introdurrà il popolo alla trionfo della risurrezione nel tempo di Pasqua. Issata poi sul suo ceppo con onore, la croce presiede l’intero arco del tempo quaresimale come fulcro di attrazione e vessillo di marcia per il popolo in cammino.

Infine non è casuale il canto antico e tipicamente romano delle litanie dei Santi. Si tratta di una singolare manifestazione del dogma della «comunione dei Santi» che lega in mistica solidarietà la Chiesa militante e peregrinante con quella trionfante degli Angeli e dei Beati. Tale solidarietà spirituale riceve un significato del tutto tipico dalla sosta (statio) sui sepolcri dei Martiri, che hanno irrorato col sangue l’Urbe. Sui loro sepolcri, infatti, si erge l’altare sul quale si rinnova il Sacrificio incruento del Martire del Golgota, da cui i Martiri ricevettero la forza eroica della loro testimonianza.

In conclusione il moto processionale, l’uso della croce penitenziale e il canto della litania dei Santi raccoglie in sintesi, con riti brevi e segni nobili, non solo il vasto prisma della tradizione liturgica antica della Statio romana, ma anche il biblico pellegrinaggio del popolo verso la promessa divina, che in Cristo trova la sua suprema e compiuta realizzazione.

  1. La liturgia della Parola

La proclamazione liturgica della Parola di Dio attualizza il mistero di Dio che parla al suo popolo. Tale evento ebbe una sua estesa realizzazione nei quarant’anni del deserto, che esordirono con i quaranta giorni di permanenza di Mosè sul monte Sinai «facci a faccia con Dio» (cfr. Sir 45,5). L’ascolto della Parola di Dio e l’educazione graduale all’osservanza delle Sua legge ebbe nel tempo del deserto il momento più intenso nel quale vennero poste da Dio stesso le basi dell’alleanza mosaica. Fu un’ esperienza così profonda da essere il modello di riferimento per ogni successivo rinnovamento del patto di alleanza. E’ nel deserto che il popolo, asservito da anni di schiavitù sotto il giogo degli idoli pagani, viene riscattato e riedificato sulle basi solide della legge divina, legge di libertà e di salvezza.

Il Signore Gesù, con i suoi quaranta giorni nel deserto, ricapitola in se stesso la vicenda antica del suo popolo e Lui, il Figlio unigenito, si dispone ad un misterioso e beatificante ascolto della voce del Padre. In Lui ogni ombra di disobbedienza e ogni incertezza e incredulità, che allora insidiarono il popolo, sono ora distrutte dalla perfetta conoscenza e totale adesione alla volontà del Padre suo.

Istruita da questi precedenti biblici, la Chiesa istituisce il tempo sacro dei quaranta giorni proprio per portare a compimento la formazione dottrinale, spirituale e morale dei catecumeni, che nella notte di Pasqua scenderanno nelle acque salvifiche del battistero. Anche il popolo di Dio, pur già rigenerato alla vita soprannaturale della grazia, ne riceve grandi benefici per una continua purificazione interiore verso la santità. E’ in questo tempo di grazia che si sviluppano i grandi riti dell’«Iniziazione cristiana», che mirano ad una sempre più profonda  adesione alla Parola di Dio: il rito dell’Effatà per l’apertura dell’udito spirituale[4] e le tre Consegne (del Credo, del Pater e dei Vangeli)[5] intendono offrire ai catecumeni, e indirettamente riconsegnare a tutti i fedeli, i pilastri portanti della fede che salva. Questi singolari riti catecumenali affermano che ad una catechesi organica impartita dalla Chiesa si deve aggiungere una continua invocazione degli aiuti soprannaturali, che elevano la fragilità di una natura debilitata dal peccato al piano della grazia santificante, che genera i figli di Dio.

Ebbene, è tutto questo processo biblico e liturgico che vi è sotteso alla liturgia della parola stazionale, la quale, mediante un lezionario ben composto, vuole stimolare un ascolto più attento e devoto della Parola di Dio in sintonia con le grandi tematiche quaresimali, che già nel lezionario domenicale si esplicano in tre fondamentali percorsi: il battesimo (anno A), la croce (anno B), la penitenza (anno C) e che trovano un ricco complemento, sia nei riti catecumenali, sia nel lezionario feriale della Messa e dell’Ufficio divino.

L’importanza e la centralità, che nella Statio assume la proclamazione della Parola Dio, è messa in luce dal segno dell’Evangeliario aperto e posto sul suo trono nel mezzo della mensa dell’altare. Tale uso liturgico si collega all’intronizzazione dei Vangeli che presiedevano alle grandi assise conciliari (si veda nei due Concili Vaticani) e che ancor oggi si prevede nella celebrazione del Sinodo diocesano[6]. I Padri del concilio di Efeso (431) affermarono: «Abbiamo deposto nel mezzo del trono il santo Evangelo che ci mostrava Cristo stesso presente»; e i Padri del concilio Niceno II (787) annotarono: «Essendoci seduti tutti, costituimmo presidente Cristo. Fu deposto infatti nel sacro seggio il santo Evangelo»[7].

Anche nell’umile celebrazione stazionale tale segno può essere realizzato con frutto spirituale e dignità rituale. Infatti: «Quando nella chiesa sono proclamate le scritture è Dio che parla al suo popolo» (SC7). E’ Cristo stesso, il Maestro, che istruisce i suoi discepoli.

Infine, nella Statio, ha notevole rilievo l’omelia. Essa si pone in continuità con la grande predicazione quaresimale, che ebbe nei secoli una straordinaria efficacia, al punto da non poter pensare la Quaresima senza una accurata predicazione al popolo. La Statio, quindi, offre l’occasione per un itinerario organico di edificazione dei fedeli per una più profonda assunzione degli impegni battesimali, che essi dovranno rinnovare nella notte di Pasqua. Anche i catecumeni potranno opportunamente intervenire in seno all’assemblea del popolo di Dio nel portare a compimento la loro preparazione in vista dei sacramenti pasquali imminenti. In tal modo si realizza con frutto quella singolare simbiosi tra i catecumeni e il popolo, che in antico risplendeva soprattutto nelle celebrazioni quaresimali.

  1. Il canto del Miserere

Il Miserere rappresenta un elemento liturgico importante, sia nell’antica processione stazionale romana, sia nel più recente «Quaresimale». Nella Statio costituisce il vertice della celebrazione e il momento più alto della tensione spirituale del rito. Possiamo dire che questo salmo è l’«icona» della Quaresima e il ricettacolo dei suoi contenuti essenziali, dal momento che la Chiesa stessa definisce la Quaresima come «sacramento della nostra conversione» (I dom. Quar. colletta).

Il Miserere scaturisce in realtà dall’annunzio della Parola di Dio, come attestano gli Atti degli apostoli, quando: «All’udire l’annunzio della Parola di Dio le folle si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”» (At 2, 37; 3,19).

L’annunzio di Pietro, del resto, non fa che raccogliere la prime parole scaturite dalla bocca del Signore: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc1,15) e ancor prima dal suo Precursore: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2).

Anche il tempo del deserto fu per il popolo eletto un tempo di conversione dall’idolatria dell’Egitto alla novità della Legge promulgata sul monte Sinai. La continua resistenza all’osservanza della Legge divina provocava ogni genere di castighi, che Dio doveva infliggere ad «un popolo di dura cervice» e la mancata e pronta conversione ha impedito alla generazione uscita dall’Egitto di entrare nella terra promessa. La vicenda del deserto fu una continua alternanza tra peccato e conversione. Alla ribellione del popolo: «come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri» (Sal 94,8-9), seguiva il pentimento: «Venite ritorniamo al Signore: ci guarirà egli che ci ha straziato, ci fascerà egli che ci ha percosso» (Os 6,1).

Forte di questi esempi e attenta al vigore delle parole di Cristo e degli apostoli, la Chiesa chiama i suoi figli alla penitenza e, nell’itinerario quaresimale, li invita a prostrarsi con umiltà e fervore per invocare la misericordia e il perdono. Introdotto con la processione penitenziale e lo sguardo fisso alla croce del Signore, il popolo è predisposto all’ascolto della Parola di Dio, in vista di una sincera conversione del cuore. Per questo, udita la Parola nella solenne proclamazione liturgica, la Chiesa intima all’intera assemblea: Flectamus genua (inginocchiamoci) e tutto il popolo si prostra per il canto solenne e grave del Miserere.

Veramente sembra di vedere l’immagine profetica di Gioele: «Suonate la tromba in Sion, proclamate un digiuno, convocate un’adunanza solenne […] e dicano: “Perdona, Signore al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti”» (Gl 2, 16.17). Oppure la conversione di Ninive alla predicazione di Giona: «Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze» (Gn 3,8). Questa intensa e grave prostrazione è pure genialmente espressa con un’insistenza crescente nel noto canto quaresimale: Parce Domine, parce populo tuo, ne in aeternum irascaris nobis. Un rito cosi solenne ed eloquente, se ben celebrato in ogni mercoledì della Quaresima, è in grado di creare un clima liturgico tale da imporsi più per l’evento rituale in se stesso, che per i suoi contenuti testuali. Questo è l’intento del Miserere, posto nel cuore della Statio e che richiede il concorso congiunto di una schola cantorum ben preparata e di una disposizione rituale ben definita e ben condotta. Qui, in qualche modo, si condensano i molteplici Flectamus genua, intrecciati alle lezioni bibliche e ai salmi, che hanno segnato la storia secolare della liturgia penitenziale della Chiesa romana. Qui raggiunge il suo coronamento quella silente apologia con la quale il sacerdote conclude la proclamazione evangelica: Per evangelica dicta deleantur nostra delicta (La parola del vangelo cancelli i nostri peccati). Qui già si ode l’eco di quel grido che si leverà accorato nell’ultima grande e santa Settimana: Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum (Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo)[8].

  1. La preghiera di «esorcismo»

Nella prima domenica di Quaresima si proclama il vangelo delle tentazioni del Signore. Il deserto è, nell’esperienza del popolo di Israele e in quella del Signore stesso, un luogo di tentazione, di prova permessa da Dio per testare la fedeltà del suo popolo, luogo di scontro col Maligno che, suo malgrado, concorre, proprio mediante la tentazione, alla maggior santificazione dei fedeli. Se Dio mette alla prova il suo popolo, non lo abbandona mai, perché «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla» (1Cor10,13). Il Figlio di Dio subisce la tentazione innanzitutto per vincere definitivamente il «principe di questo mondo» e inaugurare il Regno di Dio, ma anche per dare a noi l’esempio di come combattere e resistere e, con la sua grazia, vincere il demonio.

La Chiesa alla luce di questi eventi biblici sa di dover combattere contro il diavolo, come avvenne per il Signore Gesù e, come una madre, accompagna i suoi figli nel tempo austero della Quaresima, fornendo loro gli strumenti soprannaturali per un fruttuoso combattimento. Emergono così gli esorcismi, ossia quelle preghiere forti ed insistenti con cui la Chiesa chiede a Dio la liberazione dallo spirito delle tenebre. Ella sa che quanto più cresce un sincero ed intenso impegno spirituale di ascolto del Signore e di sforzo ascetico per la conversione, tanto più trova l’opposizione del diavolo, che come ben esprime l’etimologia del termine (dia-ballo), vuole dividere la mente e il cuore e la volontà umana dal suo Creatore e Padre. L’antica tecnica, usata per indurre l’uomo al peccato originale, continua inalterata per provocare, se possibile, la nostra perdizione eterna. Non si tratta quindi di semplici preghiere di liberazione a carattere privato, pur valide, ma di interventi pubblici della Chiesa stessa che, con l’autorità ricevuta dal Signore, comanda allo spirito del male di andarsene e far luogo a Cristo, l’unico Kyrios ormai vittorioso, che siede nella gloria immortale.

L’antica storia liturgica rivela quale importanza ebbero gli esorcismi quaresimali, che accompagnavano i catecumeni nell’ultimo tratto del loro cammino verso il fonte battesimale. Ancor oggi si possono usare molteplici testi esorcistici contenuti nel rito dell’Iniziazione cristiana degli adulti [9]. Le tre domeniche centrali della Quaresima (III, IV e V) sono dette «catecumenali»: in esse, infatti si celebrano gli «scrutini»[10], ossia importanti preghiere di esorcismo per sciogliere ogni legame con satana e togliere ogni resistenza all’opera dello Spirito Santo. Dalla storia sappiamo pure che ai tre esorcismi domenicali potevano aggiungersi altri, fino al ben numero di sette[11], che formavano un singolare contrappunto all’intero tempo quaresimale.

Ebbene alla luce di queste indicazioni si propone di concludere le Statio dei mercoledì di Quaresima con un breve esorcismo che, pronunziato sul popolo, invoca da Dio la protezione e la difesa contro lo spirito maligno, come già è accennato nella triplice benedizione prevista per le Messe quaresimali: «Lo Spirito di sapienza e di fortezza vi sostenga nella lotta contro il maligno, perché possiate celebrare con Cristo la vittoria pasquale». La retta dottrina sull’esistenza, la natura e l’opera nefasta del diavolo viene in tal modo trasmessa con equilibrio e precisione per il bene dei fedeli e la difesa delle loro anime dal peccato. Coperti dalla preghiera potente e costante della Chiesa, essi potranno con passo spedito percorrere la «quaresima» della loro vita terrena verso l’eterna beatitudine del cielo. L’esorcismo conclusivo della Statio si collega, estende e completa la colletta, pronunziata nella Messa del mercoledì delle ceneri, con la quale si inizia l’itinerario penitenziale della Quaresima: «O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito».

Dopo la benedizione solenne, propria del tempo di Quaresima, si offre un diverso protocollo di congedo: « Il Signore vi aspetta per farvi grazia … Beati coloro che sperano in lui! ». In qualche modo si intende raccomandare ai fedeli la partecipazione alla successiva Statio per continuare nel cammino della purificazione quaresimale. Il testo scritturistico completo è: «Il Signore aspetta per farvi grazia, per questo sorge per aver pietà di voi, perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in lui! » (Cfr. Is 30, 18).

Alma Redemptoris Mater

La santissima nostra madre e sempre vergine Maria è costantemente invocata nelle azioni liturgiche della Chiesa, in quanto ella è sempre presente, accanto al suo divin Figlio, per ottenere a noi una fruttuosa celebrazione dei santi misteri. Ella è la mediatrice della grazia, che riceve continuamente dalle mani del suo Figlio, unico mediatore presso il Padre. Per questo la liturgia romana non cessa d’invocare la Madonna, soprattutto con l’antifona finale con cui conclude, sia il divin Sacrificio quotidiano, sia il giorno liturgico (compieta). Conviene, quindi, non dimenticare di invocare l’intercessione della Madre, proprio nel momento più impegnativo della nostra conversione: la Quaresima. Tra le meravigliose antifone mariane consegnateci dalla tradizione, l’Alma Redemptoris Mater eccelle per genialità poetica e mistica. Nella libertà di scelta, consentita dalle vigenti leggi liturgiche, si propone proprio questa antifona alla conclusione dalla Statio quaresimale. Infatti il testo è quanto mai adatto a richiamare il mistero del tempo che il popolo cristiano sta celebrando. Si dice infatti: «Soccorri il tuo popolo che cade e anela a risorgere». Nella Quaresima si manifesta più che mai questo assillo del popolo di Dio, che pur cadendo, continuamente vuole risorgere. Qui si descrive il mistero del peccato e quello della penitenza, che tende ad una continua ripresa spirituale. L’anelito alla risurrezione è l’espressione più consona per esprimere la dinamica spirituale della Quaresima, che ci fa’ passare dal peccato alla grazia, dalla fragilità al vigore soprannaturale, dalla morte alla vita in Cristo crocifisso e risorto per noi. Maria è lì con la mano tesa e lo sguardo rassicurante, che ci avvolge col suo manto materno nel momento stesso che stiamo per cadere e, con la sua mediazione di grazia, ci risolleva e conforta nel faticoso cammino verso il «santo monte della Pasqua».

L’antifona inoltre ci richiama al quel grande mistero, che normalmente è celebrato proprio nel cuore della Quaresima: l’Annunciazione del Signore e la sua mirabile Incarnazione nel grembo purissimo di Maria. La solennità del 25 marzo squarcia il velo della penitenza e fa irrompere nella Chiesa un anticipo della gloria della Pasqua. Ebbene proprio tale mistero, inizio della nostra Redenzione viene descritto con una genialità teologica singolare quando nell’antifona si canta: «Tu che accogliendo il saluto dell’angelo, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore». Infine l’invocazione conclusiva: «Madre sempre vergine, prega per noi peccatori», riprende di nuovo il tema penitenziale e, dopo la contemplazione della gloria dell’Incarnazione, ci ricorda il nostro stato di peccatori, che sotto lo sguardo della Madre riprendono con lena il loro cammino verso la Pasqua salvifica.

 

NOTA BENE

  1. 1. Il rito della Statio risponde al monito del Concilio Vaticano II che recita: « Si promuova la sacra celebrazione della parola di Dio […] in alcune ferie dell’Avvento e della Quaresima  […] soprattutto nei luoghi dove manca il sacerdote: nel qual caso diriga la       celebrazione un diacono o altra persona delegata dal vescovo»  (SC 35).
  2. Per questioni di spazio si propone un solo schema di Statio e una forma alquanto ridotta della litania dei Santi.
  3. Alcune parti del rito sono in latino per obbedire al monito conciliare che chiede al popolo di saper cantare in tale lingua le parti più elementari dei sacri riti (cfr. SC 54).
 

[1] Cfr. RIGHETTI, Storia liturgica, vol. II, pp. 146-152.

[2] Cfr. Missale Romanum (MR), Editio typica tertia, 2002: Tempus quadragesimae.

[3] Cfr. Caeremoniale Episcoporum (CE), Editio typica,1984: nn. 260-262; Paschalis sollemnitatis (PS), 1988: n. 16.

[4] Cfr. RICA (CEI, 1978), nn. 200-202.

[5] Cfr. RICA (CEI, 1978), nn. 93-183ss.-188ss.

[6] Cfr. Caeremoniale Episcoporum (CE), Editio typica,1984: n. 1174.

[7] Cfr. DI MAIO, R., Il libro del Vangelo nei Concili ecumenici, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1963, p.10.

[8] Cfr. Officium Majoris hebdomadae, feria V in Coena Domini – feria VI  in Parasceve – Sabbato sancto, ad Matutinum, in I Nocturno.

[9] Cfr. RICA (CEI, 1978), nn. 109-118.

[10] Cfr. RICA (CEI, 1978), nn. 154-180.

[11] Cfr. RIGHETTI, Storia liturgica, vol. II, p. 160.