Ultimo numero

numero 2 – anno 11  – giugno 2018

IN ATTESA DELLO SPIRITO SANTO

 

SPIRITUM SANCTUM DOMINUM ET VIVIFICANTEM, VENITE ADOREMUS!

don Enrico Finotti

 

VESPRI MAGGIORI DI PENTECOSTE

a cura della Redazione

 

LE DOMANDE DEI LETTORI

a cura della Redazione

 

Spiritum Sanctum Dominum et vivificantem,

venite adoremus!

Don Enrico Finotti

Per avere una giusta comprensione dei vespri maggiori di Pentecoste, pubblicati in questo numero, è necessario premettere alcune considerazioni.

1.  Nell’anno liturgico emergono con evidenza tre grandi solennità, che sono da sempre ritenute le tre solennità maggiori della Chiesa. In ordine cronologico sono: il Natale, la Pasqua e la Pentecoste. Esse si elevano sul complesso festale come le tre cime più alte e dominano sovrane tutte le altre solennità, stabilendo gli inizi e l’estensione dei vari tempi nell’anno liturgico. L’eminenza di questi tre giorni liturgici è ben presto espressa con particolari riti, che ne sottolineano la loro unicità e tipicità. Infatti, l’antica tradizione le circonda con una preparazione remota, una preparazione prossima e una estensione celebrativa. Si tratta del tempo di Avvento per il Natale, della Quaresima per la Pasqua e del tempo pasquale per la Pentecoste: preparazione remota; delle ferie maggiori di Avvento per il Natale, delle ferie maggiori di Quaresima per la Pasqua, delle ferie dopo l’Ascensione per la Pentecoste: preparazione prossima; le Ottave di Natale, di Pasqua e di Pentecoste (quest’ultima attualmente solo nella forma extaordinaria): estensione celebrativa. Mediante questi accorgimenti, peraltro molto antichi, le tre solennità risplendono su tutte le altre per la loro preminenza misterica e tipicità liturgica. Il popolo di Dio, in realtà, ha bisogno di stimoli straordinari nel suo itinerario di fede, per cogliere con più attenzione e devozione i gangli vitali e i principali snodi dell’anno liturgico.

2.  I «vespri maggiori» si inseriscono nella preparazione prossima alla grande solennità, ossia nei giorni che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste, e hanno la stessa funzione e le stesse caratteristiche delle ferie maggiori prenatalizie. Per questo tali vespri sono pensati con criteri e struttura analoghi ai «vespri maggiori di Avvento» (già pubblicati in «Liturgia culmen et fons», 2017, n. 4). Questi vespri, specifici e solenni, mirano appunto ad una preparazione più partecipata e fruttuosa, offrendo anche un abbondante materiale per la catechesi sul mistero celebrato.

3.  Si esordisce con l’Invitatorio, che precede i vespri e comprende tre momenti importanti a forte impatto popolare: il rito della luce, le «profezie» e il rito dell’incenso. Questi elementi provengono dalla tradizione antica della Chiesa e dalla pietà popolare, sempre attenta ai simboli e alle forme semplici, brevi e facili da realizzare. L’accensione del fuoco nel braciere, nell’oscurità della chiesa, ricorda con stupore quelle «lingue come di fuoco», che si posarono sugli apostoli (cfr. At 2,3). Infatti, il sacerdote canta: Vieni Santo Spirito riempi il cuore dei tuoi fedeli, e il popolo risponde: Accendi in essi il fuoco del tuo amore. Il fatto che la fiamma sia attinta dal cero pasquale indica con immediatezza il mistero del Risorto che manda il suo Spirito, come afferma il responsorio cantato poco dopo: Cristo Signore, che manda il suo Spirito, venite adoriamo!. Dalla timida fiammella del cero pasquale, attinta sotto le brace nella santa notte di Pasqua, si accende quel fuoco vigoroso, che risplende fulgido in questi vespri, che concludono la «beata cinquantena». Il versetto, che riporta il desiderio ardente del Signore: Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, a cui si risponde: E come vorrei che fosse già acceso!, dichiara l’attesa dello Spirito, che Cristo Gesù effonderà soltanto dopo la sua risurrezione e che la Chiesa riceverà misticamente nella liturgia della Pentecoste. Le «sette profezie» richiamano i più importanti passi biblici, relativi al dono messianico dello Spirito, e consentono una vasta catechesi sul mistero, che il sacerdote potrà opportunamente esporre gradualmente nell’omelia. Si tratta di un testo simile alla «sette profezie» della «novena di Natale», noto dal responsorio: Regem venturum Dominum, venite ad oremus! Cantate nell’oscurità del lucernale, fanno pensare alle tenebre dell’Antico Testamento, quando si attendeva il Salvatore e l’effusione pentecostale dello Spirito veniva annunziata dai profeti. Il rito dell’incenso conclude il solenne Invitatorio. Il fumo, che sale con le sue volute dal braciere posto sulla mensa dell’altare, vuole unire il cuore anelante dei fedeli all’offerta del Sacrificio vespertino del Signore, fonte perenne del dono dello Spirito e il profumo dell’aroma richiama al buon odore di Cristo, che emana da coloro che sono diventati il tempio vivo dello Spirito Santo. Si accende a questo punto una prima parte delle luci per consentire la salmodia vesperale e per esprimere quel graduale ascendere della luce, che sarà piena al canto del Magnificat, vertice della celebrazione.

4.  Secondo l’indicazione della Chiesa – «Quando è possibile la novena della Pentecoste sia fatta consistere nella celebrazione solennizzata dei Vespri»[1] -, i vespri di questi giorni costituiscono la base della celebrazione. Lo splendido inno Veni creator, eseguito con grande solennità, le letture brevi, le intercessioni e le orazioni sono del tutto consone con la preparazione alla Pentecoste. Tuttavia è parso bene integrare i vespri con elementi più idonei ad arricchire e caratterizzare maggiormente il rito, in vista di una celebrazione col popolo, che esige moduli ripetitivi per le parti cantate e forme più colorate per alcuni riti. La «salmodia», identica ogni giorno, è composta di tre cantici del Nuovo Testamento, essendo la profezia già proposta nelle sette strofe dell’Invitatorio. In qualche modo si applica qui la regola che vige per il tempo pasquale, nel quale, sia nella Messa che nell’Ufficio, al posto dei testi dell’Antico Testamento si leggono esclusivamente quelli del Nuovo. I cantici, desunti unicamente dal Nuovo Testamento, quindi, esprimono quella novità che Cristo ha inaugurato con la sua Pasqua, di cui la Pentecoste è pienezza e compimento. In particolare si propone l’«inno alla carità» (1 Cor 13, 1-7­), che pare quanto mai idoneo a descrivere l’azione dello Spirito nel cuore dei credenti, che ricevono da Lui la virtù soprannaturale della Carità divina, segno inconfutabile della presenza in loro dello Spirito Santo. Gli altri due cantici (Col 1, 3. 12-20; Ef 1, 3-10) sono un inno di gratitudine a Dio per i mirabili doni della redenzione che Cristo ci ha procurato col suo mistero pasquale. Le antifone sono perlopiù tolte dai primi vespri della Pentecoste, anticipando in tal modo l’insistente invocazione che esse contengono, mentre le orazioni ai cantici provengono dalla Messa vigiliare di Pentecoste. Il responsorio breve espone, nella successione dei sette giorni, i principali insegnamenti del Signore sullo Spirito Santo (cfr. Gv capp. 14-16), offrendo al sacerdote un ampio materiale catechistico per l’omelia.

[1] Cfr. Direttorio su pietà popolare e liturgia, Congregazione per il Culto DivinoLibreria Editrice Vaticana, 2002, p. 130, n. 155.

(continua)