1. Il Concilio Ecumenico Vaticano II: atto del Magistero supremo e universale della Chiesa Cattolica

don Enrico Finotti

da   Il Concilio Vaticano II, 50 anni dopo 

Il Signore, Buon Pastore, guida sempre la sua Chiesa mediante il ministero del Papa e dei Vescovi in comunione con lui. Essi sono custoditi dallo Spirito Santo, affinché insegnino e governino il popolo di Dio nella verità e secondo il cuore di Cristo. Non si può parlare di fedeltà a Cristo, senza la fedeltà al magistero della sua Chiesa: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10, 16). Non si cammina quindi nel retto sentiero e nella volontà di Dio rifiutando la voce autentica dei Documenti conciliari, che vanno letti in ginocchio[1]. I Documenti autentici del Concilio Ecumenico Vaticano II vanno accettati, meditati e osservati con convinta adesione e obbedienza di fede al magistero supremo della Chiesa Cattolica.

Il papa Paolo VI, come vescovo della Chiesa Romana, invita con fermezza Roma a precedere tutta la Chiesa nell’adesione al Concilio Vaticano II:

Qualunque sia stata la nostra opinione circa le varie dottrine del Concilio, prima che ne fossero promulgate le conclusioni, oggi la nostra adesione alle deliberazioni conciliari dev’essere schietta e senza riserve, volonterosa anzi pronta a darvi il suffragio di pensiero, di azione e di condotta. Il Concilio è stata una grande novità; non tutti gli animi erano predisposti a comprenderla e a gradirla. Ma bisogna ormai ascrivere al Magistero della Chiesa le dottrine conciliari, anzi al soffio dello Spirito Santo; e dobbiamo con fede sicura ed unanime accettare il grande ‘tomo’, cioè il volume, il testo degli insegnamenti e dei precetti, che il Concilio trasmette alla Chiesa. Noi, Chiesa romana, per primi; anche in questo a tutti amichevole stimolo e fraterno esempio, mentre di questa effettiva accettazione dobbiamo essere autorevoli promotori ed interpreti[2].

Il papa Giovanni Paolo II nella Costituzione Fidei depositum per la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, affermava:

Per me – che ho avuto la grazia speciale di parteciparvi e di collaborare attivamente al suo svolgimento – il Vaticano II è sempre stato, ed è in modo particolare in questi anni del mio Pontificato, il costante punto di riferimento di ogni mia azione pastorale, nell’impegno consapevole di tradurne le direttive in applicazione concreta e fedele, a livello di ogni Chiesa e di tutta la Chiesa. Occorre incessantemente rifarsi a questa sorgente[3].

Nel suo Testamento poi ebbe a scrivere:

Stando sulla soglia del terzo millennio in medio Ecclesiae, desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Ecumenico Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito [4].

Anche voci autorevoli di diversa sensibilità, affermano la indiscussa fedeltà al Concilio in quanto ‘fatto teologico’, al quale non è più possibile negare legittimità o distogliere l’adesione interiore e di disciplina senza danno della fede e della comunione ecclesiale:

Il Vaticano II è un fatto teologico… Chi pretende di giudicare il Concilio, non da questo piano, si mette nel falso… Che sarebbe accaduto nella Chiesa se non si fosse eretta questa grande diga, nella quale entravano corresponsabili i vescovi di tutto il mondo e, ad altro livello, i pensatori cattolici dell’universo? Se tutte le pazzie non fossero state obbligate a passare per questo crogiolo? Chi vede il Concilio come un principio di dispute dannose e non si accorge che queste hanno avuto un contenimento proprio da esso, capovolge la Storia… Se il Concilio lo si guarda come fatto ‘teologico’, bisogna dire: ‘qui c’è la mano di Dio’… La più preoccupante vicenda fu il dopo-Concilio. Fu allora che cominciò la triste consuetudine di avallare idee particolari col dettato del Concilio. Contro il Concilio… Nessuno può sottrarsi all’ammirazione per questa assise, che ondeggiò numericamente tra i 2.500 e 3.000 Padri, che mai fu rissosa, mai ineducata, mai violenta, anche se talvolta il timbro vibrato di alcuni Padri lasciava capire benissimo la loro interna passione… Se si pensa che le sessioni furono quattro dal 1962 al 1965, ci si può domandare: è forse esistita una assise di tale numero, di tale importanza e di tale cornice che abbia dato una tale prova di educazione civile?[5].

La gravità teologica del Concilio Ecumenico Vaticano II, la conseguente accettazione e l’adesione a esso che impegna la coscienza di tutti i membri della Chiesa Cattolica, sono concetti espressi in modo chiaro – avvalendosi della stringente forma giuridica – nella Costituzione Apostolica Humanae salutis del 25 dicembre 1961 di Giovanni XXIII, con la quale viene indetto il Concilio:

Vogliamo che la presente Costituzione conservi tutta la sua efficacia ora ed in futuro; così che quanto è stato decretato per mezzo di essa venga religiosamente osservato da coloro ai quali essa riguarda, e quindi conservi il suo vigore. Nessuna prescrizione contraria, di qualsiasi genere, potrà opporsi all’efficacia di tale Costituzione, dato che con questa deroghiamo da tutte le prescrizioni di tal genere. Perciò se qualcuno, di qualsiasi autorità sia rivestito, coscientemente o per ignoranza avrà agito contro quanto Noi abbiamo stabilito, comandiamo che tali atti siano ritenuti nulli e privi di valore… Se qualcuno disprezza o rifiuta in qualsiasi modo quanto è stato in generale decretato, costui sappia che incorre nelle pene stabilite dal diritto per coloro che non obbediscono agli ordini dei Sommi Pontefici[6].

Di un idetico accento giuridico s’avvale anche la Lettera Apostolica In Spiritu Sancto dell’8 dicembre 1965, con la quale il papa Paolo VI dichiara chiuso il Concilio:

Finalmente dunque tutto ciò che riguarda il sacrosanto Concilio Ecumenico, con l’aiuto di Dio oggi è compiuto e tutte le Costituzioni, i Decreti, le Dichiarazioni e i voti approvati con deliberazione sinodale e da Noi promulgati. Lo stesso Concilio Ecumenico, indetto dal Nostro predecessore Giovanni XXIII il 25 dicembre 1961, iniziato il giorno 11 ottobre 1962 e dopo la sua morte da Noi continuato, con Nostra apostolica autorità, decidiamo di concludere a tutti gli effetti. Decidiamo inoltre che tutto ciò che è stato stabilito sinodalmente venga religiosamente osservato da tutti i fedeli a gloria di Dio, per il decoro della Chiesa e per la tranquillità e la pace di tutti gli uomini. Queste cose abbiamo sancito e stabilito, decretando che la presente Lettera Apostolica sempre sia e permanga ferma, valida ed efficace, che sortisca e ottenga pieni ed integri effetti; e che sia pienamente convalidata da coloro ai quali spetta o potrà spettare, ora e in futuro; e così si deve giudicare definire: che sia invalido e senza valore da questo momento tutto ciò che sarà attentato contro queste cose da qualcuno o da qualsiasi autorità scientemente o per ignoranza[7].

Un Concilio ecumenico, ossia universale, infatti, è l’espressione massima della voce di Cristo Gesù, risorto e glorioso, che in una determinata epoca, dalla destra del Padre, ammaestra infallibilmente e conduce in maniera indefettibile la sua Chiesa, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori[8].

[1] G. Siri, La giovinezza della Chiesa, p. 184: «il Concilio è finito e gli atti da esso approvati sono santissimi…». Idem, p. 149: «Noi che abbiamo sentito i venti, che siamo stati fermi sul cassero anche in una tensione agonica, siamo testimoni che la nave non ha vacillato e gli atti conciliari sono come se i venti non fossero mai esistiti. Perché sono gli atti conciliari da leggersi bene, e a nulla, senza di questi, varrebbe o male varrebbe il leggere questo o quell’autore. Tuttavia se la nave è uscita indenne non è detto che i venti siano cessati […] la Chiesa è preparata alle giornate di pioggia assai meglio di quanto non lo fosse prima. Ma le giornate di pioggia ci saranno».

[2] Paolo VI, Alla Curia Romana, 23 aprile 1966, in Centro Studi USMI, ed., L’aggiornamento, p. 46.

[3] Giovanni Paolo II, Allocuzione del 25 gennaio 1985, in OR, 27 gennaio 1985.

[4] Id., «Dal testamento scritto dal Pontefice», in OR, 15 gennaio 2011, p. 8.

[5] G. Siri, Il dovere dell’ortodossia, XIII, pp. 166-167.

[6] Giovanni XXIII, Humanae salutis, in EnchVat, I, n. 23*.

[7] Paolo VI, In Spiritu Sancto, in EnchVat, I, n. 532*.

[8] G. Siri, La giovinezza della Chiesa, p. 127: «Ma come consta che questo [il Concilio] viene da Cristo? Dal fatto solo che esiste il Concilio Ecumenico: se la Chiesa ha fatto e lo ha fatto a questo modo, ciò significa che era autorizzata a farlo. In altri termini il diritto relativo al Concilio Ecumenico ha come vera e certa prova di legittima esistenza il fatto di esistere».

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