I PII ESERCIZI

DON ENRICO FINOTTI

Radio Maria – lunedì 9 dicembre 2019 – prima parte

Dopo aver descritto il complesso dei riti liturgici nei suoi fondamentali capitoli: il divin Sacrificio, i sette sacramenti, i Sacramentali, la Liturgia delle Ore e l’Anno liturgico, si richiede un discorso specifico su quelle numerose e varie forme del culto cristiano che sono i Pii esercizi del popolo cristiano. Essi non fanno parte della Liturgia, ma da essa in parte scaturiscono e ad essa devono portare la pietà dei fedeli, affinché il culto divino coinvolga le molteplici richieste e le diverse sensibilità spirituali dei singoli, dei gruppi e delle comunità cristiane raccogliendo ogni alito sincero e fecondo di anelito religioso, che non può trovare una completa e piena espressione nella sobrietà e nella nobiltà proprie del culto liturgico della Chiesa.

  1. I tre ambiti del culto cristiano

Il culto cristiano si estende e si diversifica in tre distinti ambiti della preghiera cristiana:

la Liturgia; la preghiera personale; i Pii esercizi.

  1. La liturgia. Il culto liturgico comprende fondamentalmente i seguenti capitoli: il divin Sacrificio, i sette Sacramenti, i Sacramentali, la Liturgia delle Ore, l’Anno liturgico e altri riti assunti dalla Chiesa e pubblicati nei libri liturgici.
  2. La preghiera personale. Ogni cristiano ha il dovere di pregare personalmente come il Signore stesso ha comandato: Entra nella tua camera e prega il Padre tuo nel segreto…
  3. I pii esercizi del popolo cristiano. Vi sono poi delle forme di preghiera che, né fanno parte della liturgia, né sono di esclusiva pertinenza individuale dei singoli fedeli, ma costituiscono un patrimonio religioso comune a tutti i membri del popolo di Dio.

Ora, la liturgia, almeno nella parte istituita dal Signore (Sacrificio e Sacramenti) é necessaria ad ogni cristiano per venire a contatto con le fonti stesse della salvezza e per crescere nella santità e conseguire la vita eterna.

Anche la preghiera personale ed individuale di ciascuno é indispensabile, almeno come forma minima di adesione alla grazia che viene elargita dai santi Sacramenti e dalla liturgia in genere. Senza una sufficiente corrispondenza interiore ai doni soprannaturali della grazia comunicata in diverso grado dalle azioni liturgiche della Chiesa, la grazia stessa resta infruttuosa e non produce i suoi effetti interiori di redenzione e di continua santificazione. Si comprende allora quanto sia necessaria un’adeguata educazione non solo alla partecipazione cosciente e attiva alla sacra liturgia, ma anche alla vita di pietà che si esercita nell’ambito personale e che è necessaria per la fruttuosità della stessa liturgia.

I Pii esercizi, invece, non sono mai necessari, ma facoltativi. Molti di essi, tuttavia, sono alquanto raccomandati dalla Chiesa perché sono ritenuti mezzi idonei alla crescita spirituale dei fedeli.  

L’eminenza della Liturgia rispetto ad ogni altra possibile e legittima forma di preghiera cristiana deve trovare riscontro nella coscienza dei fedeli: se le azioni sacramentali sono necessarie per vivere in Cristo, le forme della pietà popolare appartengono invece all’ambito del facoltativo. Prova veneranda è il precetto di partecipare alla Messa domenicale, mentre nessun obbligo ha mai riguardato i pii esercizi, per quanto raccomandati e diffusi, i quali possono tuttavia essere assunti con carattere obbligatorio da comunità o singoli fedeli (DPL n. 11).

Possiamo allora dire: la Liturgia é – in gradi e intensità diverse – il mezzo necessario e comune a tutti i fedeli per conseguire gli effetti essenziali della grazia salvifica e crescere verso la pienezza della vita cristiana; la Preghiera personale é pure necessaria perché i doni della grazia sacramentale siano ricevuti con frutto spirituale e si alimentino le virtù cristiane; i Pii esercizi infine sono quanto mai opportuni per facilitare il processo di santificazione prodotto dalla liturgia e corrisposto dalla pietà individuale.

Si tratta ora di individuare quali siano i criteri per distinguere le Atti liturgici dai Pii esercizi.

 

  1. Il «soggetto» dei Pii esercizi

Il criterio fondamentale che distingue la Liturgia dai Pii esercizi é il diverso Soggetto che agisce nei due generi di culto.

Il Soggetto della Liturgia é Cristo stesso, sempre in indissolubile unione con la Chiesa, sua mistica sposa. In ogni rito liturgico agisce il Signore Gesù in stretta comunione con la Chiesa, suo mistico Corpo: Cristo e Chiesa, quindi, sono i Soggetti operanti in ogni azione liturgica. La forza e l’efficacia della preghiera liturgia sta nella sublime dignità morale di Cristo e della sua Chiesa, che sempre gradita all’eterno Padre ha un’efficacia salvifica infallibile. Coloro che partecipano alla liturgia entrano misteriosamente nel culto stesso che Cristo e la Chiesa elevano alla santissima Trinità e la preghiera liturgica introduce nella comunione soprannaturale con le sedi celesti che fa pregustare sulla terra un riflesso della beatitudine soprannaturale. I fedeli, in qualche modo, escono da se stessi e si fondono nell’Io di Gesù Cristo e della sua Chiesa e in tal modo hanno un accesso indefettibile al trono della divina Maestà. Per questo la liturgia é del tutto superiore ad ogni altra preghiera privata per quanto possa essere degna riguardo all’orante e profonda nei contenuti. L’identità propria della liturgia sta fondamentalmente nel Soggetto eccelso che presiede: il Cristo Signore e la Chiesa.

Nella preghiera individuale, invece, il soggetto é il singolo fedele che prega il Padre nel segreto del suo cuore, sia in forma mentale che vocale. La bontà e l’efficacia della preghiera personale é relativa alla dignità morale dell’orante. Nella misura che il cristiano si uniforma alla divina volontà e si purifica dai suoi peccati, tanto più la sua preghiera sarà accetta a Dio ed efficace nelle sue richieste. Anche la preghiera del peccatore pentito é gradita, ma soltanto se nel suo cuore vi é almeno un moto iniziale di pentimento e un desiderio sincero di conversione. Dio sempre ascolta la preghiera di tutti i suoi figli, ma con riguardo alla dignità morale di ciascuno. Si vede allora quanto siano diverse la natura, la qualità e l’efficacia della preghiera personale dei fedeli rispetto all’eccellenza e alla sicura efficacia della preghiera liturgica della Chiesa.

Nei Pii esercizi il soggetto rimane sempre il fedele che li compie, tuttavia, la sua dignità morale viene, per così dire, potenziata, sia dalla moltitudine dei fedeli che compiono con lui il pio esercizio, sia dalla qualità del pio esercizio stesso che non raramente é vagliato e raccomandato dalla Chiesa. Ciò é pure attestato dalla concessione di molteplici Indulgenze annesse a taluni Pii esercizi. I Pii esercizi restano ancora nella sfera dell’iniziativa privata dei fedeli, ma la secolare tradizione ci attesta quanto sia mirabile la graduale formazione nei secoli, i singolari contenuti mistici e il ruolo ecclesiale specifico di molti Pii esercizi, che provvidenzialmente sono suscitati dallo Spirito Santo come mezzi e occasioni singolari di grazia nelle diverse contingenze storiche della vita della Chiesa.

Soggetto delle diverse forme di preghiera é ogni cristiano – chierico, religioso, laico – sia quando, mosso dallo Spirito di Cristo, prega privatamente, sia quando prega comunitariamente in gruppi di varia origine e fisionomia (DPL n. 67).

Queste considerazioni motivano la volontà della Chiesa che esige la distinzione tra Liturgia e Pii esercizi, in modo che risulti con chiarezza il diverso Soggetto agente tra le due azioni sacre, il differente grado di necessità, il primato della Liturgia sui Pii esercizi e l’armonizzazione dei medesimi con i riti liturgici.

L’insegnamento della Chiesa sulla questione dei rapporti tra Liturgia e pii esercizi può essere sintetizzato in questi termini: la Liturgia, per sua natura, è di gran lunga superiore ai pii esercizi, per cui nella prassi pastorale bisogna dare alla Liturgia «il posto preminente che le compete nei confronti dei pii esercizi»; Liturgia e pii esercizi devono coesistere nel rispetto della gerarchia dei valori e della natura specifica di ambedue le espressioni cultuali (DPL n. 73).

 

  1. L’orientamento della preghiera nei Pii esercizi

Un criterio importante di distinzione tra la Liturgia e i Pii esercizi é quello dell’«orientamento» della preghiera, ossia del rapportarsi verso Dio.

La grande, antica e classica regola della preghiera liturgica é quella del volgersi al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. Tale legge é stabilita dal Signore stesso, sia quando ci dà l’esempio nel suo modo di pregare rivolto a Dio Padre, sia quando insegna ai suoi discepoli il Pater noster. Egli stesso afferma: Quando pregate dite: Padre nostro… La Chiesa fedele al suo Signore e Maestro imposta ogni preghiera liturgica su questa legge sacra: si rivolge al Padre e conclude col noto protocollo: Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che é Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Il grande protocollo terminale del Canone della Messa recita: Per ipsum et cum ipso et in ipso… Ogni testo liturgico, sia le grandi preci sacramentali come le brevi orazioni della Messa e dell’Ufficio divino ricalca questo schema nella continuità di una tradizione ininterrotta.

Ebbene i Pii esercizi dimostrano molta più elasticità e spontaneità nell’orientamento della preghiera. Essi, infatti, si volgono direttamente al Padre, ma anche al Figlio e allo Spirito Santo; non solo ma anche alla Vergine Maria, agli Angeli e ai vari Santi. Vi é insomma una preghiera immediata e semplice che sembra non tener conto della regola classica della liturgia.

Ciò é legittimo?

I Pii esercizi nascono da una religiosità del popolo, semplice ed elementare. In essi i fedeli ricorrono con immediatezza e spontaneità all’Interlocutore soprannaturale. Le tribolazioni della vita e la drammaticità degli eventi non consente al popolo di indugiare troppo in questioni di natura teologica, ma spinti dalla necessità e dal sentimento si rapportano con scioltezza con il Signore Gesù Cristo senza riguardo ai passaggi gerarchici imposti dai protocolli liturgici e invocano con estrema libertà e confidenza la Madonna e i Santi. Il fatto lo si può rilevare già nei Vangeli, quando i molti miracolati gridano al Signore, lo invocano con immediata confidenza, lo supplicano con l’ardore dei semplici e si prostrano in adorazione. Tutto questo avviene continuamente nei pii esercizi del popolo cristiano e coinvolge tutti: sacerdoti, religiosi e laici, dotti e indotti, teologi e semplici fedeli. Qui sta la bellezza, la necessità e anche la grazia propria dei Pii esercizi. Qui si manifesta la loro originalità e il loro genio, qui si scopre quanto Dio sia disponibile a noi e quanto debba essere spontaneo e facile il nostro ricorso a Lui.

Questa caratteristica, tipica della pietà popolare, é gradualmente passata anche in talune parti della Liturgia, lì dove ci si rivolge direttamente a Cristo o allo Spirito Santo o alla santa Vergine, senza passare per il protocollo classico della preghiera liturgica: al Padre per il Figlio nello Spirito. Si pensi ad esempio a talune orazioni del Culto eucaristico (colletta del Corpus Domini: Signore Gesù Cristo… Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.), oppure agli inni della Pentecoste (Veni Creator Spiritus) o a quelli mariani (Ave Maris stella). Si deve constatare che soprattutto dopo la crisi provocata dall’eresia ariana che negava la divinità di Cristo si scelse di mutare la dossologia minore, passando dalla precedente formulazione: Gloria al Padre, per il Figlio nello Spirito Santo, alla nuova formulazione: Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. In questo modo il Figlio veniva riconosciuto più esplicitamente come consustanziale al Padre e adorato con identica dignità divina insieme col Padre e con lo Spirito Santo.

La Liturgia dunque rimane certamente la scuola della preghiera per tutto il popolo di Dio e ognuno deve sempre confrontarsi con essa con docilità e umiltà per verificare la bontà sia dei contenuti della preghiera, sia delle forme con le quali si accedere alla maestà divina. Tuttavia il primato della Liturgia non deve estinguere quei moti così naturali che danno voce alla libertà dello spirito e alla scioltezza dell’animo semplice irrorato dalla grazia di Dio.

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