La disciplina liturgica (prima parte)

La Costituzione liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II, Sacrosancum Concilium, dichiara in modo perentorio:

Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo.

In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la liturgia spetta, entro limiti determinati, anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite.

Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica (SC 22).

E il Codice di Diritto Canonico ribadisce la medesima disciplina col rigore della forma giuridica (cfr. CIC, Can. 838).

I due testi dimostrano quanto sia importante la disciplina liturgica e quali danni subirebbe il culto divino e con esso il popolo cristiano qualora venissero impunemente infrante le leggi che presiedono alla retta celebrazione della liturgia. Ora per non credere che la disciplina sia indispensabile unicamente nella liturgia, quasi che solo questa sarebbe come ingessata da fredde rubriche, è utile richiamare come delle precise regole disciplinari siano intrinseche ad ogni altro ambito vitale della creazione e della rivelazione. Ciò è costitutivo dell’essere creato in quanto tale che riflette in ogni creatura la legge eterna del Creatore. Ed ecco allora che, a modo di esordio, ricordiamo quanto siano necessarie: le leggi insite nel diritto naturale, che fondano la moralità; quelle che presiedono all’esercizio della ragione umana, che fondano il retto argomentare; quelle che impostano la vera teologia, che fondano la retta comprensione del dogma rivelato. Si vede in tal modo come la lex naturalis e la philosophia perennis, la lex credendi e la lex orandi, abbiano bisogno di rigorose leggi disciplinari proprie, nel rispetto delle quali realizzano la loro specifica identità in ordine alla verità alla quale sono finalizzate.

 

I        La disciplina filosofica: la filosofia e le sue leggi

La philosophia perennis o philosophia prima, che i Greci hanno individuato nei suoi principi permanenti, è necessaria per il retto esercizio della ragione in ordine alla ricerca e conoscenza della verità oggettiva degli esseri. La grandezza di questi antichi filosofi, perfezionati alla luce della fede dai filosofi cristiani in specie san Tommaso d’Aquino, sta non nell’aver fondato una loro scuola filosofica, ma nell’aver avuto il dono celeste di cogliere le leggi strutturali, oggettive e insuperabili della stessa costituzione della ratio umana e del relativo processo della conoscenza del reale. Ad essi l’intera umanità deve esser grata e tutti i secoli devono prestar loro attenzione per non deragliare dalle basi stesse della razionalità. In tal senso la filosofia, detta appunto perenne, fonda ogni successiva scuola filosofica, che intenda indagare nel vasto pelago della verità, garantendone i postulati imprescindibili. Ed ecco il valore della retta filosofia come disciplina per la retta conoscenza degli enti. Se questa disciplina vien meno si perde il metodo corretto di approccio al reale e si producono false ‘filosofie’, che non possono più essere garanti del processo conoscitivo perché inquinate e disturbate dalle percezioni soggettive, effimere e illusorie del sentimento (soggettivismo) e della storia umana (storicismo). Da questo fatto si vede quanto sia deleteria un’impostazione filosofica fondata su principi falsi e percorsi pericolosi. La presente crisi della cultura è frutto soprattutto del deficit nel metodo filosofico, che non solo porta ad errate interpretazioni del reale naturale, ma destituisce di ogni credibilità ogni suo impiego nella ricerca razionale nell’ambito soprannaturale della Rivelazione. La sicurezza del metodo infatti condiziona la sicurezza del fine.

 

II       La disciplina teologica: la teologia e le sue leggi

Un identico discorso deve essere fatto anche riguardo alla teologia. Ci limitiamo qui a richiamare il valore dell’antico assioma Philosophia ancilla theologiae. Non è possibile indagare nel campo del dogma rivelato cristiano senza l’apporto indispensabile della filosofia perenne, che costituisce ciò che vien denominato come Praeambula fidei. Senza questi prodromi, desunti dalla ragione naturale (ratio), non è possibile giungere ad una scienza teologica degna di tale nome. Infatti i principi primi, il processo di astrazione e quello di analogia attestano il valore e la necessità della metafisica come orizzonte razionale di rifermento per l’indagine sul dogma della fede. Una teologia priva delle basi metafisiche cessa di essere tale divenendo piuttosto un’esercitazione poetica, letteraria o comunque ideologica.

Un secondo importante aspetto della disciplina teologica riguarda il complesso delle fonti a cui attingere con sicurezza i contenuti del dogma cattolico: sono i dieci loci theologici. La costruzione di un sistema teologico coerente e conforme all’oggetto della sua competenza implica il ricorso fondato a questi loci, che conservano il depositum fidei a diversi livelli di intensità e con diverso grado di autorità e lo trasmettono nel flusso della Tradizione secolare della Chiesa.

Cosa sono e quali sono questi loci teologici?

Sono i ‘luoghi’ in cui rinvenire le prove e le autorità cui appellarsi per fondare e dimostrare la verità cattolica contro gli errori degli avversari. L’opera che costituisce la pietra miliare di questo metodo è il De locis theologicis di Melchior Cano, pubblicato postumo nel 1561, che indica ben dieci loci theologici: sette di natura propriamente teologica: la sacra Scrittura, la Tradizione, la Ecclesia catholica, i Concili, la Ecclesia romana, i Padri della Chiesa e i teologi scolastici; tre definiti alieni, cioè non propriamente teologici: la ragione umana, la filosofia, la storia. L’elenco rispetta un ordine decrescente d’importanza: prima i loci theologici costitutivi (Sacra Scrittura e Tradizione), perché contengono le verità rivelate che costituiscono il depositum fidei; poi i cinque loci theologici interpretativi, quelli cioè che hanno il compito di interpretare autorevolmente la rivelazione; in chiusura quelli alieni [che danno le premesse razionali per l’argomentazione teologica]. Di questi loci, tutti utili al teologo per la sua dimostrazione, alcuni sono regulae fidei: hanno, cioè, il carattere dell’infallibilità. Hanno questa proprietà, evidentemente, la Sacra Scrittura e la Tradizione, per il fatto che costituiscono il depositum fidei; si tratta però di regole lontane nel tempo (remotae), inanimate, che non possono interpretare sé stesse. Per fare questo servono invece regole vive, che al presente (proximae) trasmettano fedelmente e interpretino infallibilmente le verità della fede contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione: non i Padri, quindi, né i grandi teologi scolastici, ma la congregatio fidelium, i vescovi riuniti in concilio e il vicario di Cristo[1] [il Magistero è infatti ritenuto regula proxima fidei].

Si capisce allora perché la Costituzione dogmatica Dei Verbum raccolga il materiale di tutte queste fonti nel trinomio indissolubile: Sacra Tradizione, Sacra Scrittura e Magistero della Chiesa:

E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (DV 10).

 

[1] D. Vitali, «Relazione tra Bibbia, Tradizione e Chiesa», in Vita pastorale, n. 10, novembre 2010, p. 72.

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