L’ORDINE SACRO (terza parte)

 

IV     Il sacro celibato

 La consacrazione verginale fa parte dei Consigli evangelici, praticati dal Signore e dalla sua santissima Madre e raccomandati ai discepoli come via privilegiata di vita evangelica (cfr. Mt 19,20).

In tal senso san Paolo dichiara la superiorità del sacro celibato rispetto allo stesso matrimonio (cfr. 1 Cor 7) e il Concilio Tridentino conferma tale dottrina, secondo la perenne Tradizione della Chiesa:

Se qualcuno dirà che il matrimonio é da preferirsi alla verginità o al celibato e che non é cosa migliore e più felice rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio, a. s. (Concilio Tridentino, Decreto sul sacramento del matrimonio, Can. 10°).

Questo stato singolare di vita non é richiesto a tutti i fedeli, ma soltanto a coloro ce ne hanno una speciale chiamata dall’alto. Ora, se alcuni tra i fedeli ricevono questo singolare ed eminente dono di grazia e vi corrispondono con totale libertà, i ministri sacri hanno col sacro celibato un rapporto del tutto singolare in ragione della fisionomia e della finalità intrinseche al ministero sacro, pur «non essendo la verginità richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta dalla prassi della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese orientali» (PO16). Afferma, infatti, il Concilio:

La perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore, nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, é sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale» (PO, 16).

Non a caso, quindi, il sacro celibato é connesso intimamente alla spiritualità e alla forma di vita di coloro che accedono agli Ordini sacri, sia in occidente [1], dove, fin dai primi secoli, é richiesto per gli Ordini maggiori, sia in oriente [2], dove é sempre richiesto almeno per i Vescovi.

La ragione per cui il sacro celibato é quanto mai consono col ministero ordinato, soprattutto nel sacerdozio, é radicata profondamente nelle parole evangeliche che motivano l’elezione dei Dodici apostoli da parte del Signore: «perché stessero con lui» e «per mandarli a predicare» (cfr. Mc 3, 14-15).

E’ innanzitutto lo «stare con Cristo» che esige un dono totale e una piena disposizione interiore per rimanere in una costante relazione personale col Signore, ascoltare la sua parola, assumere il suo pensiero e uniformarsi alla sua stessa vita virginale, totalmente dedita a compiere la volontà del Padre: è la dimensione cristologica del celibato sacerdotale[3]. Veramente la vita celibe fa risplendere nel sacerdote la perfetta imitazione di Cristo con quella conformazione radicale alla persona del Signore che rende più che mai il sacerdote alter Christus.

Al contempo, è l’esercizio ministeriale – «per mandarli a predicare -, che richiede parimenti la massima disponibilità psicologica e pratica per l’annunzio del Regno di Dio e l’opera della santificazione delle anime: è la dimensione ecclesiologica del celibato sacerdotale[4]. Lo stato celibatario manifesta nel sacerdote quel rapporto sponsale che Cristo ha con la Chiesa, sua mistica sposa. Quella totale dedizione di affetto e di cura pastorale che il sacerdote esercita quotidianamente verso i fedeli e l’intero popolo di Dio, attesta il dono verginale, totale e pieno, che Cristo ha realizzato verso la sua Chiesa, sia nella sua vita terrena, sia nel suo stato glorioso.

Infine il sacro celibato é annunzio profetico della vita angelica, che sarà comune a tutti gli eletti nel Regno dei cieli: é la dimensione escatologica del celibato sacerdotale[5]. E’ quanto mai opportuno che questo annunzio escatologico risplenda sui candelabri della Chiesa, che sono i suoi pastori.

La verginità é certamente una forma di vita nuova, portata in questa terra di peccato dal Figlio di Dio, nella prospettiva del Regno dei cieli. Infatti, come Cristo l’ha intesa e vissuta, supera il celibato semplicemente naturale, noto agli uomini, e si eleva ad un superiore ordine soprannaturale; nello stesso modo che l’amore filantropico umano é elevato, nel cristiano, all’ordine della Grazia, mediante la virtù teologale della Carità, infusa col battesimo. Per questo la Chiesa sa bene che, anche per quanto riguarda il sacro celibato, non può ricorrere unicamente alla normale esperienza umana, né confidare nella natura umana decaduta, ma deve necessariamente far ricorso alla Grazia della vita nuova in Cristo. L’Enciclica Sacerdotalis caelibatus lo rileva con parole esplicite ed eloquenti:

La Chiesa, d’altra parte, non può e non deve ignorare che alla scelta del celibato – se é fatta con umana e cristiana prudenza e responsabilità – presiede la grazia, la quale non distrugge e non fa violenza alla natura, ma la eleva e le dà soprannaturali capacità e vigore. Dio che ha creato l’uomo e lo ha redento, sa che cosa gli può chiedere e gli dà tutto quanto é necessario, affinché possa fare ciò che il suo Creatore e Redentore gli chiede [6].

Le persistenti critiche e contestazioni, che ancor oggi insidiano il sacro celibato ecclesiastico, devono perciò essere superate con onestà intellettuale e coraggio ascetico:

Non é giusto ripetere ancora, dopo quanto la scienza ha ormai accertato, che il celibato sia contro la natura, dal momento che avversa esigenze fisiche, psicologiche e affettive legittime, il compimento delle quali sarebbe necessario per completare e maturare la personalità umana. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, non é soltanto carne, e l’istinto sessuale non é tutto in lui; l’uomo é anche e sopratutto intelligenza, volontà, libertà: facoltà grazie alle quali egli é e deve ritenersi superiore all’universo: esse lo fanno dominatore dei propri appetiti fisici, psicologici e affettivi [7].

Inoltre la stima del celibato sacerdotale viene accresciuta dall’esperienza delle comunità cristiane separate, dove l’assenza del celibato non attesta migliori risoluzioni per le problematiche ecclesiali odierne:

Non si può senza riserve credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l’esperienza contemporanea delle chiese e delle comunità ecclesiali che consentono i matrimonio ai propri ministri sembra deporre al contrario. La causa della rarefazione delle vocazioni sacerdotali va ricercata altrove, principalmente: per esempio, nella perdita o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie, della stima per la Chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti, per cui il problema deve essere studiato nella sua vera radice [8].

[1] PAOLO VI, Sacerdotalis caelibatus, 1967, nn. 36-37.

[2] Idem, nn. 38-41.

[3] Idem, n. 19 ss.

[4] Idem, n. 26 ss.

[5] Idem, n. 33 ss.

[6] Idem, n. 51.

[7] Idem, n. 53.

[8] Idem, n. 49.

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