Riflessione sulle solennità natalizie – ET VERBUM CARO FACTUM EST ET HABITABIT IN NOBIS (seconda parte)

don Enrico Finotti

Seconda parte della trasmissione a Radio Maria  del 12 gennaio 2020

III.    I tre riti singolari della liturgia natalizia

Dopo l’analisi della liturgia natalizia nel suo insieme, possiamo considerare alcuni riti singolari, che la caratterizzano, per scoprire come il mistero dell’Incarnazione, espresso nel versetto Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis, che rappresenta il tema-guida della nostra riflessione, ne sia l’ispiratore e la segreta sorgente.

Ci riferiamo a tre riti in particolare: – il canto dell’inno angelico Gloria in excelsis Deo; – la prostrazione adorante al versetto del Credo Et incarnatus est de Spiritu Santo ex Maria Virgine et homo factus est; – la processione e la venerazione al presepio.

Sono tre riti che conferiscono una importante qualificazione liturgico-pastorale alle celebrazioni natalizie, che incidono notevolmente sulla partecipazione e sulla devozione del popolo di Dio.

 

  1. Il canto del Gloria in excelsis

 

Tutti comprendono l’importanza di questo inno angelico, cantato con solennità, soprattutto nella Missa in nocte. Infatti gli Angeli sono i protagonisti celesti della notte santa, che é notte angelica per antonomasia.

Ogni volta che nei giorni festivi la Chiesa canta questo inno, siamo idealmente ricondotti alla santa notte di Natale, quando gli Angeli intonarono tale inno, offrendoci l’incipit nelle parole Gloria in excelsis Deo et pax ho minibus bone volumptatis. La Chiesa poi, guidata dallo Spirito Santo, ne ha continuato il canto con quel testo così antico e poetico, che da secoli rallegra la liturgia domenicale e festiva. Una spontanea drammatizzazione ha portato ad accompagnare questo inno anche col suono delle campane, come si fa nella notte di Pasqua e da talune parti nella stessa notte di Natale.

Ciò che però interessa al riguardo é il significato di questa misteriosa discesa degli Angeli presso la grotta di Betlemme, rallegrando col loro canto e con i bagliori della luce immortale la notte di Natale. Nella sacra Scrittura frequentemente intervengono gli Angeli per annunziare i messaggi divini e molti profeti e giusti sono stati confortati dall’intervento degli angeli. Il Signore stesso é continuamente servito dagli angeli: dall’annunzio a Maria, al conforto nell’agonia del Getzemani, fino all’annunzio della risurrezione e nella sua mirabile ascensione al cielo. Tuttavia, il ministero angelico é alquanto sobrio, con l’intervento in genere di uno o due angeli.

Ma nella notte di Natale, e soltanto in essa, assistiamo ad una plenaria discesa delle schiere angeliche, quasi organizzata nella gerarchia dei loro cori, per annunziare la nascita del Redentore. Un fenomeno questo che sembra unico, senza precedenti nella storia della salvezza.

Certo i profeti e le visioni dell’Apocalisse contemplano in varie epifanie l’imponenza del culto angelico nei cieli e la maestà della gloria divina a cui gli angeli concorrono con riti degni della liturgia celeste, ma tali visioni aprono ai veggenti lo scenario del paradiso e tale realtà si svolge lassù nelle altezze celesti.

Nella notte di Natale, invece, la liturgia grandiosa di quella lode incessante, che normalmente s’eleva presso il trono divino, esce in qualche modo dalle sedi superne e irrompe sulla terra, adombrando il cielo di Betlemme e illuminando la notte santa.

Anche il patriarca Giacobbe vide discendere dal cielo gli Angeli nel sogno misterioso di quella scala, che dalla terra saliva al cielo, ma pure tale visione era un sogno misterioso, che in realtà introduceva il santo patriarca nei misteri celesti.

Nella notte di Natale, dunque, l’intero mondo angelico discende in massa sulla terra e la liturgia del cielo sembra cambiare sede, discendendo con grande solennità per adorare il Verbo eterno nell’umile Bambino nato dalla Vergine Maria e che giace in una mangiatoia.

In realtà qui si compie un mistero a cui la tradizione della Chiesa ci richiama quando, secondo il pensiero di molti Padri, la prova degli Angeli consistette nella scelta che dovettero fare davanti al decreto divino dell’Incarnazione del Verbo eterno che volle nascere dalla sempre Vergine e Madre Maria.

Tale decreto innalzava la natura umana al di sopra della stessa natura angelica, in quanto la seconda Persona della santissima Trinità avrebbe assunto, nella pienezza dei tempo, la nostra natura umana. Il decreto divino, quindi, risuona nel versetto natalizio, che continuamente ritorna: Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis.

Davanti a tale progetto divino gli Angeli si divisero e, mentre Michele difese con forza i diritti e il decreto di Dio prostrandosi in adorazione del Figlio unigenito incarnato ed a Maria santissima sua Madre, Lucifero e i suoi opposero in piena lucidità il loro Non serviam. Da quel momento l’angelo di luce, irreversibilmente caduto, divenne satana, re delle tenebre.

Le schiere angeliche si divisero davanti al mistero del Verbo incarnato, iniziando una lotta implacabile nei cieli secondo la nota visione dell’Apocalisse della Donna vestita di sole, intenta nel parto divino del Figlio, coronata di stelle e vittoriosa sul drago infernale e sul quel terzo delle stelle del cielo, che con la sua coda precipitava sulla terra (cfr. Ap 12).

Ebbene cosa succede nella notte santa?

Che le schiere degli angeli fedeli scendono sulla terra in ordinato e imponente esercito per adorare nella grotta di Betlemme quel Verbo incarnato e quella sua virginale Madre, che furono oggetto della loro contemplazione e della loro adorazione nella prova, che subirono prima dei secoli per decidere della loro sorte eterna.

Al contempo la notte di Betlemme é notte di orrore e di terribile spasimo per i demoni, che rifiutano visceralmente, fin dall’inizio, quel Verbo incarnato con accanto la Regina Madre a cui opposero con un irreversibile rigetto.

Ecco le profondità del mistero che sollecitano la nostra presa di posizione.

La Chiesa nella notte santa, unendosi al canto degli Angeli, Gloria in excelsis Deo, sceglie di mettersi dalla loro parte, ossia sceglie l’adorazione del decreto divino dell’Incarnazione del Verbo. Il canto dell’inno angelico é una presa di posizione della Chiesa e dei fedeli davanti al decreto divino. In qualche modo il canto del Gloria in excelsis é un potente esorcismo: é un dichiarare la contrarietà col Non serviam del Maligno e una acclamazione adorante e grata della divina volontà proclamata con esultanza dalle schiere fedeli degli angeli buoni. Il canto del Gloria é la proclamazione lieta e la celebrazione liturgica della sostanza stessa del mistero contenuto nel versetto: Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis.

 

  1. La prostrazione adorante al versetto del Credo:

Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est

 

Abbiamo detto che, dopo che gli angeli erano partiti, i pastori si dissero: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2, 15).

La Chiesa imita questa decisione e questo gesto dei pastori, soprattutto nella seconda Messa di Natale, la Missa in aurora, quando si legge il vangelo dell’adorazione dei pastori, detta anche per questo, ‘Messa pastorale’.

Ed é a questa umile adorazione che si ispira il bel rito natalizio della prostrazione adorante durante il Credo, quando si canta con solennità il versetto: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est.

All’adorazione dei pastori si aggiungerà in seguito quella ancor più esplicita dei Magi, che secondo il vangelo: «prostratisi lo adorarono» (Mt 2,11).

Questo rito lo abbiamo spiegato in precedenti serate, tuttavia, anche in esso si realizza un modo del tutto singolare di proclamare il versetto, che é tema della nostra riflessione: Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis.

Ciò che si legge nei vangeli riguardo ai pastori nella notte santa e dei Magi nel giorno dell’Epifania, la Chiesa lo drammatizza nel rito della prostrazione con cui l’intera assemblea liturgica accompagna il canto sommesso del versetto del Credo: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est.

Se ben si riflette, in modo implicito, sia i pastori come i Magi riconobbero per l’ispirazione interiore della grazia, che il Bambino, che contemplavano nella concretezza di una vera carne umana era il ‘Dio con noi’.

Tale omaggio adorante non poteva restare una semplice notizia, comunicataci dai vangeli, che interessava la pietà dei pastori e dei Magi, lontana nella storia, ma doveva diventare un’esperienza di fede viva, che si attualizzava nel rito liturgico, compiuto nell’oggi della celebrazione.

Per questo l’intuito soprannaturale della Chiesa ha voluto imitare in modo fisico e corporale quella prostrazione adorante, che doveva poter coinvolgere anche noi oggi nel medesimo gesto di adorazione, che allora fu compiuto dai pastori e dai magi.

Nessun momento era più adatto per fare questo rito come quello in cui si canta il versetto Et incarnatus est nel cuore stesso della professione di fede.

La prostrazione degli Angeli, che cantano presso la grotta del mistero, é trasmessa ai pastori, che obbedienti al comando celeste vanno a Betlemme, ed essi stessi, imitando gli angeli, adorano il Signore. Verrà poi ripresa dai Magi e, in ogni celebrazione natalizia, tale gesto si ripete e diventa espressione sincera e solenne della nostra prostrazione davanti al Redentore.

E’ un unico movimento di fede e di umile sottomissione al decreto eterno di Dio, che volle che il Verbo si facesse carne e venisse ad abitare in mezzo a noi.

Si comprende allora come l’articolo di fede et verbum caro factum est sia l’ispiratore e il contenuto interiore del rito della prostrazione natalizia, che rende l’evento del Natale pulsante e vivo nella stessa celebrazione liturgica.

Quella singolare grazia della fede, che fu donata agli angeli, ai pastori e ai magi, é pure elargita a noi sotto i veli dei riti natalizi, che ne divengono la visibile manifestazione.

Ed ecco allora che giunti alla soglia di questo singolare versetto tutti si inginocchiano per un breve e intenso silenzio adorante nel mezzo del quale la schola canta con unzione spirituale il versetto Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est a cui seguono brevi istanti meditativi e quindi tutti si rialzano per proseguire nel canto del Credo.

In quel momento, così commovente, i fedeli devono essere educati ad unirsi ai sentimenti interiori dei cori angelici, degli umili pastori e dei santi Magi, per ripetere, qui ed ora, quell’adorazione del mistero, che é la fonte eterna della nostra redenzione.

Occorre ricordare che tale venerazione dovrebbe essere fatta, ogni volta che si recita il Credo, proprio con un profondo inchino quando si pronunziano le parole Et incarnatus est … Ciò che purtroppo é largamente dimenticato nella prassi liturgica.

Ci si potrebbe infine chiedere: perché una simile prostrazione deve riguardare unicamente questo articolo del Credo e non altri? Rispondo in questo modo:

«Occorre tuttavia osservare che circondare di stupore il Mistero dell’Incarnazione del Verbo è assicurare alla radice di ogni altro Mistero l’ammirazione adorante di tutto il complesso misterico della nostra fede. Infatti è l’unione ipostatica dell’Uomo-Dio, che fonda le dimensioni infinite e salvifiche di ogni altro evento della nostra Redenzione. La tremenda passione e morte assumono un valore soprannaturale dall’unione ipostatica. Senza di essa la stessa passione si perderebbe in una ennesima vicenda dei tanti dolori umani, che intessono la storia. Così la lavanda dei piedi, se non fosse un atto compiuto dal Verbo incarnato, sarebbe un’espressione delle infinite umiliazioni, che scorrono nella triste vicenda dell’umanità-serva. Senza l’unione ipostatica non sarebbe possibile né la risurrezione, né l’ascensione, né il dono dello Spirito. Ecco allora come la Chiesa, facendo prostrare i suoi figli nell’Ora santa dell’Incarnazione, immette nel loro animo il senso dello stupore adorante alla radice stessa dell’opera della Redenzione, che accoglie nel suo primissimo e mistico esordio nella notte santa» (Dell’Autore, Notte di Natale: Veglia e S. Messa di mezzanotte, opuscolo 2008, pp. 63-64).

 

  1. La visita al presepio

 

Un terzo rito interessante e commovente é la visita devota al presepio, che dalla liturgia potrebbe passare anche alla preghiera in famiglia o alla devozione individuale. Una pratica che, partendo dalla Messa di mezzanotte e proseguendo nei giorni fra l’ottava del Natale, potrebbe estendersi anche sul lungo periodo dei quaranta giorni, che da Natale portano al 2 febbraio, festa della presentazione del Signore.

Una bella tradizione, che viene da Betlemme, invita a concludere la Messa di mezzanotte con la processione al presepio. Nella Palestina nasce con spontaneità e con logicità questa forma di drammatizzazione liturgica, avendo a portata di mano i luoghi stessi che la tradizione indica come quelli dove i misteri si attualizzarono storicamente. Ecco perché le principali drammatizzazioni liturgiche vengono dalla Terra Santa e si diffusero poi in tutta la Chiesa. Così, nella notte di Natale, dalla basilica della natività si scende nella grotta, portando il Bambino Gesù e deponendolo, prima sulla stella d’argento, luogo della nascita, e poi nella mangiatoia, dove l’adorarono i pastori. Il rito è commentato dalla lettura del Vangelo di Luca il cui racconto è ritualmente drammatizzato. Tale costume, in modo più sobrio come è nello stile romano, viene adottato anche nella liturgia papale nella notte di Natale. Il papa infatti, da qualche anno, terminata la Messa di mezzanotte, si reca in visita al presepe, allestito nella basilica Vaticana, e il diacono vi depone il Bambino Gesù, tolto dall’altare centrale, dove vi era stato posto fin dalla processione introitale. E’ quindi possibile in ogni chiesa instaurare questa bella tradizione, come del resto prevede anche il Direttorio sulla pietà popolare.

I contenuti di questo rito sono espressi sinteticamente nella monizione che lo potrebbe introdurre: Fratelli, come i pastori, andiamo anche noi fino a Betlemme e contempliamo nel presepio Colui che abbiamo ricevuto nel sacramento.   

Coinvolgere i ministri o anche l’intera assemblea – se lo spazio lo consente – nella processione al presepio è imprimere con maggior efficacia psicologica la compartecipazione dei fedeli nella vicenda dei pastori, che vanno a Betlemme seguendo l’invito dell’Angelo. L’evento narrato nel santo Vangelo non è un fatto storico sepolto nel passato, ma nell’azione liturgica diventa evento attuale e i fedeli si trovano nella medesima situazione dei pastori, sono sollecitati dal medesimo invito angelico e si trovano nella identica prossimità misterica col Verbo incarnato, vivo e vero, presente nel sacramento e che ora, con stupore di fede, adorano sotto i veli sacramentali e ammirano nella commovente contemplazione del presepio. E’ questa attualizzazione nell’oggi del nostro tempo e nella concretezza della nostra esistenza, che la drammatizzazione liturgica tende maggiormente a rinvigorire,  coinvolgendo non solo il pensiero, ma anche il corpo, che si mette in cammino verso Betlemme ad imitazione dei pastori e giunge a guardare e godere nel presepio il Mistero invisibile che ci avvolge.  

La contemplazione del mistero della Natività nella realizzazione fisica del presepio ripropone il valore delle icone e di ogni raffigurazione scultorea e pittorica in ordine alla trasmissione della fede e all’efficacia del culto liturgico. La crisi iconoclasta ha superato i sofismi contrari all’uso delle icone ricorrendo al mistero dell’Incarnazione. In esso il Verbo invisibile si fece visibile e il volto di Dio fu reso disponibile ai nostri sensi nella persona di Gesù Cristo. Se nell’Antico Testamento il comandamento divino vietava le immagini per non incorrere nell’idolatria, la venuta del Figlio di Dio nella nostra carne ha fondato la realizzazione e l’uso delle immagini sacre proprio come affermazione che Dio nel Figlio si è fatto immagine visibile e tangibile. Quindi l’immagine sacra per se stessa è un’affermazione del dogma dell’Incarnazione. Ora nel presepio l’evento dell’Incarnazione assume le dimensioni del nostro mondo reale e così dichiara che la nostra fede non è un pensiero mitico ed evanescente frutto della nostra fantasia o del nostro desiderio, ma un reale fatto storico. Il presepio allora approfondisce ulteriormente ciò che si è detto della Kalenda con le sue date e le sue coordinate storiche. Il Verbo eterno entra nel nostro piccolo mondo: nel presepio vediamo il sole e la luna, le stelle, gli alberi, i fiumi, gli animali e gli oggetti che circondano la nostra vita quotidiana. Ogni popolo vi adegua il gusto delle proprie abitazioni e dei propri costumi e vi descrive l’orizzonte della propria geografia. Dio si fa uomo ed entra nello specifico mondo di ogni uomo e di ogni cultura e tempo. Ecco il suo valore ed ecco il suo fascino: Dio è uno di noi, conosce e condivide il nostro ambiente, guarda i nostri panorami, abita le nostre case, usa i nostri oggetti, indossa i nostri vestiti, cammina sulle nostre strade, ammira lo splendore del nostro sole e stupisce sotto la volta stellata del nostro cielo. Questo ha ispirato S. Francesco d’Assisi nell’allestire il primo presepe e muove la gente semplice del popolo cristiano a continuarne la splendida tradizione. Per questo gli artisti attinsero dal loro genio immagini insuperabili e l’inesprimibile assunse forma, luce e colore.  Nel presepe l’immagine sacra raggiunge la sua più alta vetta e la sua poesia più autentica. In esso l’immagine e somiglianza con Dio, impressa sul volto di Adamo, raggiunge la sua perfezione e il suo culmine nei lineamenti del volto del Dio-Uomo, Gesù Cristo. Occorre allora diffondere il presepe, raccomandarlo nelle chiese e nelle case, nelle scuole e sulle strade. Esso è l’annunzio del Vangelo più puro, è la forma più spontanea della biblia pauperum, che un tempo produsse la grande pittura e scultura dei secoli cristiani. Certo per la qualità della realizzazione sarà indispensabile considerare i diversi criteri che il presepio deve avere a seconda degli ambienti in cui si costruisce, ma sempre deve emergere, incontrastata e sovranamente beata, la scena della natività del Signore nella grotta di Betlemme.

L’invito, che il diacono pronunzia prima della processione al presepe, contiene un elemento importante che ne esalta la sua più vera efficacia: Contemplare nel presepe Colui che abbiamo ricevuto nel sacramento. La contemplazione del presepio ha la sua più alta finalità nell’incontro sacramentale col Verbo incarnato. Mediante la santa Comunione il cristiano passa dalla contemplazione alla fusione vitale con Colui, che per noi si è fatto cibo celeste. Il pane vivo disceso dal cielo si è reso disponibile a noi in Betlemme, la città del pane e, piccolo Bambino, è stato deposto in una mangiatoia, luogo dove si nutrono gli animali. Tutto concorre ad esprimere fin dall’inizio la dimensione eucaristica dell’opera della Redenzione, che già in Betlemme si manifesta con scelte divine ispirate ad un eloquente simbolismo. Ecco allora che il presepio potrà diventare un incontro pienamente efficace se il divin Sacramento ci ha nutriti e se verso tale Sacramento continuamente il presepio ci sospinge. Nasce allora l’impegno per un Natale sacramentale, che supera una celebrazione semplicemente psicologica, per assicurare una partecipazione ontologica al Mistero del Verbo incarnato, che si è fatto uomo, affinché, mediante la nutrizione eucaristica, l’uomo diventi Dio. Il Bambino di Betlemme è quel pane vivo che ci rende concorporei e consanguinei del Figlio di Dio e che produce la nostra divinizzazione. In tempi di superficialità e di un Natale esteriore e commerciale con derive pagane, vi è urgente necessità di annunziare il Sacramento, che preparato da una degna Confessione natalizia, ci porti dal presepio all’incontro personale, vero, reale e sostanziale col Verbo di Dio, divenuto nostro fratello. E’ nel Sacramento che si realizza pienamente l’Oggi della nostra salvezza e soltanto con la sua degna celebrazione e recezione possiamo cantare in verità: Oggi è nato per noi il Salvatore; oggi su tutta la terra i cieli stillano dolcezza.

Il rito della visita al presepe è costituito da elementi pertinenti: il canto Adeste fideles accompagna la processione e interpreta egregiamente il viaggio dei pastori e dei fedeli verso Betlemme seguendo l’invito dell’Angelo. La proclamazione del Prologo di san Giovanni, dopo la sua inaugurazione nel vangelo della Messa del giorno di Natale, potrebbe essere ripetuta costantemente davanti al presepe in modo da unire alla contemplazione fisica del Bambino, che attesta la sua natura umana, la contemplazione mistica della fede che lo riconosce come il Verbo eterno generato dal Padre prima dei secoli. Questa opportuna unione di elementi avrebbe la salutare funzione di riconoscere, con una pratica così semplice come la visita al presepe, il contenuto del dogma della fede, che adora nell’unica persona divina del Verbo incarnato l’unione delle due nature, umana e divina.

Infine il congedo affida ai fedeli quel mandato missionario che esercitarono i pastori dopo aver udito e visto. Il diacono infatti congeda con queste parole l’assemblea: Come i pastori glorificate e lodate Dio per tutto quello che avete udito e visto. Andate in pace (Lc 2, 20).                             

 

  1. Un potente esorcismo

 

Possiamo concludere questa riflessione natalizia con una considerazione alquanto singolare, che non facilmente viene ribadita e spiegata. Si tratta del carattere esorcistico, che assume il versetto Et Verbum caro factum est et habitabit in nobis, che ha costituito il tema della meditazione odierna.

Metto in evidenza tre modalità con le quali il versetto può essere inteso e praticato in senso esorcistico. Già la ripetizione devota del solo versetto é un vero esorcismo, in quanto si proclama l’adesione adorante al decreto eterno di Dio di salvarci, mediante l’Incarnazione del suo unigenito Figlio fatto uomo. Pronunziare con fede questo versetto é alzare uno scudo contro il demonio, che proprio questo decreto divino ha voluto avversare con un rifiuto irreversibile e pieno, che é motivo della sua eterna dannazione.

Coloro che stanno dalla parte del Verbum caro factum est stanno dalla parte di Dio, dalla parte degli angeli buoni e dalla parte di tutti gli Eletti. Coloro, invece, che avversano il Verbum caro factum est stanno dalla parte di Lucifero e dei demoni e avranno parte con i dannati nell’inferno.

L’Apostolo san Giovanni infatti é, in proposito, alquanto esplicito quando afferma:

Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo é venuto nella carne, é da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù non é da Dio. Questo é lo spirito dell’anticristo… (1 Gv 4, 2-3).

Ebbene la Chiesa propone in diverse modalità l’uso esorcistico del versetto, tra le quali ne ricordo tre:

  1. Il canto o la recita del Prologo di san Giovanni in vari riti liturgici: gli inizi dei quattro Vangeli cantati rivolti ai punti cardinali nelle rogazioni e nelle processioni penitenziali; la recita del Prologo al congedo della Messa come benedizione propizia e scudo di difesa al termina del rito della Messa (cfr. vetus Ordo Missae).
  2. L’inchino adorante nella recita del versetto durante il Credo nella Messa domenicale implica anche un carattere esorcistico in quanto si adora quel decreto eterno di Dio che volle stabilire nell’Incarnazione del Verbo l’inizio della nostra redenzione: ogni volta che tale inchino sarà fatto con coscienza e fede potrà essere una efficace difesa contro il nemico infernale.
  3. La triplici recita giornaliera dell’Angelus Domini (mattino, mezzogiorno e sera). Recitando il versetto Et verbum caro factum est il cristiano lodevolmente si traccia un triplice segno di croce sulla mente, sulle labbra e sul petto, come si fa all’inizio del Vangelo nella Messa. Anche questo gesto che dà spessore corporeo al versetto Et Verbum caro… potrebbe essere inteso e praticato come un utile esorcismo giornaliero.

Abbiamo così concluso questa ruminatio natalizia a conclusione del tempo di Natale che potrebbe essere coronato con la bella antifona mariana che esalta il medisimo mistero nella contemplazione di Colei che di tale evento é la suprema garante e l’invincibile difesa:

 

Invioláta, integra, et casta es Maria:                                    

Quae es effécta fulgida caeli porta.                                      

O Mater alma Christi carissima:                                           

Suscipe pia laudum praeconia.                                                             

Te nunc flágitant devota corda et ora:                                

Nostra ut pura péctora sint et corpora.                                 

Tua per precata dulcisona:                                                    

Nobis concédas véniam per saecula.                                   

O benigna!                                                                         

O Regina!                                                                                   

O Maria!                                                                                    

Quae sola inviolata permansisti.         

                                  

Inviolata, integra e casta sei, o Maria,

tu divenuta fulgida porta del cielo.

O nobile Madre di Cristo, carissima,

accogli il pio canto delle lodi.

I cuori e le labbra devoti ora ti invocano,

rendi puri i nostri cuori e i nostri corpi.

Per le tue dolcissime preci,

ottienici il perdono per sempre.

O benigna!

O Regina!

O Maria!

Tu che, sola, rimanesti inviolata.  

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