L’ANNO LITURGICO E LE SUE PARTI – seconda parte

DON ENRICO FINOTTI

Trasmissione  Radio Maria – 11 novembre 2019 – seconda parte

La santa Chiesa celebra, con sacro ricordo, in giorni determinati, nel corso dell’anno, l’opera di salvezza di Cristo. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa la memoria della risurrezione del Signore, che ogni anno, insieme alla sua beata passione, celebra a Pasqua, la più grande delle solennità. Nel corso dell’anno, poi, distribuisce tutto il mistero di Cristo e commemora il giorno natalizio dei Santi.


La Chiesa, infine, nei vari tempi dell’anno, secondo una tradizionale disciplina, completa la formazione dei fedeli per mezzo di pie pratiche, spirituali e corporali, per mezzo dell’istruzione, della preghiera, delle opere di penitenza e di misericordia[1].

L’Anno liturgico ha quindi un carattere ‘catechistico’ di esposizione secondo l’ordine dei resoconti evangelici, della vita e l’opera del Signore, ma al contempo un carattere ascetico e sacramentale, che fa in modo che i misteri di Cristo, contemplati nelle pagine evangeliche, siano efficaci in noi mediante i sacramenti e l’impegno della preghiera, della penitenza e della graduale conformazione a Cristo sotto la guida costante della Madre Chiesa.

 

  1. Il giorno liturgico

Ogni giorno viene santificato dal popolo di Dio con celebrazioni liturgiche, specialmente con il sacrificio eucaristico e l’ufficio divino. Il giorno liturgico decorre da una mezzanotte all’altra. La celebrazione, però, della domenica e delle solennità inizia dai vespri del giorno precedente [2].

Ogni giorno la Chiesa celebra nel mistero l’intera opera della nostra Redenzione mediante il divin Sacrificio e la Liturgia delle Ore, che sono intrinsecamente correlati in modo che dall’altare la grazia fluisca in ogni ora del giorno e della notte. Ogni giorno quindi si realizza quasi un Anno liturgico in miniatura dal momento che i principali misteri della vita del Signore sono rievocati nelle medesime ore nelle quali avvennero storicamente (l’Incarnazione nel cuore della notte; la Risurrezione all’alba; la Pentecoste all’Ora terza; il Sacrificio della croce all’ora nona; l’istituzione dell’Eucaristia all’ora del vespro; l’attesa vigilante del Signore nell’ora di compieta).

  1. La Domenica

La Chiesa, seguendo la tradizione apostolica che trae origine dal giorno stesso della risurrezione del Signore, celebra, nel primo giorno della settimana, che viene chiamato giorno del Signore o domenica, il mistero pasquale. Pertanto la domenica si deve considerare come la festa principale.
Per la sua particolare importanza la domenica cede la sua celebrazione solamente alle solennità e alle feste del Signore; ma le domeniche di Avvento, di Quaresima e di Pasqua hanno sempre la precedenza anche sulle feste del Signore e su tutte le solennità[3].

La Domenica é il perno e il punto di partenza, sia storico che teologico, dell’Anno liturgico. Tutto ha inizio con il giorno della risurrezione del Signore e da quel ‘primo giorno dopo il sabato’ la Chiesa non ha mai interrotto la celebrazione domenicale dei santi misteri, annunciando la morte del Signore fino al suo ritorno.

La domenica quindi celebra il nucleo essenziale della fede e lo attualizza in modo sacramentale ,mediante l’offerta del Sacrificio incruento della croce, reso presente ed operante sui nostri altari.

Si tratta di un incontro vero e reale col Signore risorto e una attuazione presente ed efficace del suo unico Sacrificio della croce, anche se sotto il velo del sacramento e in modo incruento.

  1. Il Triduo pasquale

Il Triduo della passione e risurrezione del Signore risplende al vertice dell’anno liturgico, poiché l’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del mistero pasquale, col quale, morendo ha distrutto la nostra morte, e risorgendo ci ha ridonato la vita. La preminenza di cui gode la domenica nella settimana, la gode la Pasqua nell’anno liturgico.


Il Triduo pasquale della passione e risurrezione del Signore inizia dalla messa vespertina in Coena Domini, ha il suo fulcro nella Veglia pasquale, e termina con i vespri della domenica di risurrezione.


Il venerdì della passione del Signore, e, secondo l’opportunità, anche il sabato santo fino alla Veglia pasquale, si celebra ovunque il digiuno pasquale.


Nel pomeriggio del venerdì santo ha luogo la celebrazione della passione del Signore.

La Veglia pasquale, durante la notte in cui Cristo è risorto, è considerata come la «madre di tutte le Veglie». In essa la Chiesa attende, vegliando, la risurrezione di Cristo e la celebra nei sacramenti. Quindi tutta la celebrazione di questa sacra Veglia si deve svolgere di notte, cosicché o cominci dopo l’inizio della notte o termini prima dell’alba della domenica [4].

La solennità di Pasqua, celebrata nella domenica che segue al plenilunio di primavera, é tanto grande da emergere su ogni altra solennità per singolari caratteri specifici. Mentre il giorno liturgico si estende dalla mezzanotte alla mezzanotte e la domenica dal vespro del sabato (1° vespri) al vespro successivo (2 vespri), la solennità annuale della Pasqua si estende nei tre giorni del sacro Triduo: venerdì santo, sabato santo e domenica di Pasqua. E come con i primi vespri si entra nel tempo festivo, così con la Messa in Cena Domini del giovedì santo si entra come attraverso un grandioso portale nel Triduo pasquale, quasi fosse un unico giorno solenne. Inoltre le tre celebrazioni maggiori del Triduo (Messa nella Cena del Signore, Liturgia nella Passione e Morte del Signore, Veglia pasquale) sono saldamente collegate in modo che idealmente il popolo cristiano rimane permanentemente convocato in santa assemblea dalla Messa in Cena Domini al termine della Veglia pasquale, quando viene intimato il congedo. Il digiuno pasquale é parte importante ed integrante del sacro Triduo, in quanto mediante questo segno austero si annunzia la morte del Signore secondo le note parole di Cristo: «Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno». Con la Veglia pasquale tale digiuno sarà gioiosamente interrotto con assunzione del sacramento del Corpo e del Sangue gloriosi del Signore.

  1. Il tempo di Pasqua

I cinquanta giorni che succedono dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come «la Grande Domenica».
Sono giorni nei quali, in modo del tutto speciale, si canta l’Alleluia.

Le domeniche di questo tempo vengono considerate come domeniche di Pasqua e, dopo la domenica di Risurrezione, si chiamano domeniche II, III, IV, V, VI, VII di Pasqua. Questo sacro tempo dei cinquanta giorni si conclude con la domenica di Pentecoste.

I primi otto giorni del tempo pasquale costituiscono l’ottava di Pasqua e si celebrano come solennità del Signore.

L’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la Pasqua, eccetto nei luoghi in cui non è di precetto, dove viene trasferita alla VII domenica di Pasqua (cfr. n. 7).

I giorni dopo l’Ascensione fino al sabato prima di Pentecoste incluso, preparano alla venuta dello Spirito Santo [5].

La «beata pentecoste», ossia i lieti cinquanta giorni pasquali, é celebrata dalla Chiesa nell’esultanza, come fosse un unico giorno di festa, una domenica prolungata. Questo per annunziare il tempo beato nel quale gli Apostoli stettero col Risorto e lo incontrarono vivo nelle sue apparizioni. Il canto più insistente dell’Alleluia e la celebrazione più solenne dei Sacramenti attestano che tale evento continua nella Chiesa: il Risorto é vivo e presente, suscita la gioia soprannaturale trasmessa dalla sua grazia e continua ad operare nell’anima dei fedeli mediante i santi Sacramenti e le azioni liturgiche.  La struttura del tempo pasquale ha tuttavia intensità diverse per evidenziare gli aspetti molteplici del grande mistero: l’ottava solenne prolunga il gran giorno di Pasqua e le ferie finali, che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste, ripresentano il mistero dell’attesa orante dello Spirito Santo, che sarà adorato con grande solennità nella domenica di Pentecoste, conclusione del tempo pasquale.

  1. Il tempo di Quaresima

Il tempo di Quaresima ha lo scopo di preparare la Pasqua: la liturgia quaresimale guida alla celebrazione del mistero pasquale sia i catecumeni, attraverso i diversi gradi dell’iniziazione cristiana, sia i fedeli, mediante il ricordo del battesimo e mediante la penitenza.

Il tempo di Quaresima decorre dal mercoledì delle ceneri fino alla messa in Coena Domini esclusa.
Dall’inizio della Quaresima fino alla Veglia pasquale non si canta l’Alleluia.Il mercoledì, da cui inizia la Quaresima, e che ovunque è giorno di digiuno, si impongono le ceneri.

Le domeniche di questo tempo vengono chiamate domeniche I, II, III, IV, V di Quaresima. La sesta domenica, in cui inizia la settimana santa, si chiama «domenica delle Palme, della passione del Signore».

La settimana santa ha per scopo la venerazione della passione di Cristo dal suo ingresso messianico in Gerusalemme.
Il giovedì santo, la mattina, il vescovo, concelebrando la messa col suo presbiterio, benedice gli olii santi e consacra il crisma [6].

Il tempo di Quaresima attinge simbolicamente ai grandi eventi biblici che si compirono nei quaranta giorni: l’inizio della vita pubblica del Signore con i quaranta giorni di digiuno nel deserto; i quaranta giorni di Mosè sul monte Sinai; i quarant’anni di deserto nel percorso del popolo eletto verso la terra promessa; i quaranta giorni del profeta Elia sul monte di Dio l’Oreb; i quaranta giorni concessi a Ninive per la sua conversione, ecc.

La Chiesa conduce i suoi figli in questa medesima esperienza spirituale offrendo tre percorsi illuminanti: l’ascolto intenso della Parola di Dio ad immagine dell’intensa catechesi impartita ai catecumeni in questo tempo sacro in vista del battesimo nella notte pasquale (anno A); la sequela di Cristo che con passo deciso muove i suoi passi verso il compimento del suo Sacrificio redentore in modo da portare con lui la croce per essere con lui partecipi della sua risurrezione (anno B); la penitenza austera che un tempo impegnava i penitenti pubblici e che nella Quaresima è indicata a tutti i fedeli quale mezzo di conversione e santificazione a partire dal rito austero dell’imposizione delle ceneri, inizio del cammino penitenziale (anno C).

Il carattere itinerante della Quaresima, ad immagine della vita nomade nel deserto e dell’ultimo viaggio del Signore verso Gerusalemme, é bene espresso dalla tradizione liturgica romana, sia dalle Statio quotidiane nelle ferie quaresimali, sia dal pio esercizio della Via crucis, genio della pietà cristiana.

Il tempo di Quaresima, come ogni altro tempo sacro, presenta due tappe con intensità crescente: il percorso austero che coinvolge le prime cinque settimane si intensifica nella Settimana santa o Settimana maggiore, nella quale l’impegno spirituale del popolo di Dio raggiunge il suo vertice e si dispone ad entrare con frutto nel Triduo pasquale.

  1. Il tempo di Natale

Dopo l’annuale rievocazione del mistero pasquale, la Chiesa non ha nulla di più venerando che la celebrazione del Natale del Signore e delle sue prime manifestazioni: ciò che essa compie nel tempo di Natale.

Il tempo di Natale inizia con i primi vespri del Natale del Signore e termina la domenica dopo l’Epifania, cioè la domenica che cade dopo il 6 gennaio.

La messa della vigilia di Natale si usa alla sera del 24 dicembre sia prima che dopo i primi vespri.
Nel giorno di Natale, secondo l’antica tradizione romana, si possono celebrare tre messe: la notte, all’alba, nella giornata.

L’ottava di Natale è così ordinata:
a) Nella domenica fra l’ottava oppure, mancando questa, il 30 dicembre, si celebra la festa della santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.
b) Il 26 dicembre, è la festa di santo Stefano protomartire;
c) Il 27 dicembre, si celebra la festa di san Giovanni apostolo ed evangelista;
d) Il 28 dicembre, si celebra la festa dei santi Innocenti;
e) I giorni 29,30,31 sono giorni fra l’ottava;
f) Al primo di gennaio, ottava del Natale, si celebra la solennità di Maria Madre di Dio, nella quale si commemora anche l’imposizione del santo Nome di Gesù.

La domenica tra il 2 e il 5 gennaio è la domenica II dopo il Natale.

L’Epifania del Signore si celebra il 6 gennaio; nei luoghi in cui non è di precetto, viene assegnata alla domenica che cade fra il 2 e l’8 gennaio (cfr. n. 7).

Nella domenica dopo il 6 gennaio si fa la festa del Battesimo del Signore [7].

La solennità del santo Natale, dopo la Pasqua, tiene il rango più alto tra le feste cristiane. Infatti celebra il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che nella Pasqua compirà la nostra redenzione con la sua immolazione sulla croce e la sua gloriosa risurrezione. In realtà il complesso delle solennità natalizie già preludono nei vangeli dell’infanzia di Cristo ai misteri del compimento: la pasqua é già presente in nuce negli eventi natalizi.

Se il Triduo pasquale é unico nella solennità dei suoi riti, non minore é la celebrazione liturgica del Natale che prevede le antiche tre Messe natalizie. Il mistero é tanto eccelso che la Chiesa sente di dover meditare su di esso in momenti distinti del grande giorno di Natale: la Messa di mezzanotte, preceduta dall’Ufficio notturno, celebra la nascita del Signore nell’umiltà della notte santa; la Messa dell’aurora celebra la visita e l’adorazione dei pastori; la Messa del giorno esalta in piena luce la mirabile Incarnazione. Come la Pasqua anche il Natale si estende per l’intera ottava nella quale la Chiesa sosta in commovente adorazione ad praesepe.

  1. Il tempo di Avvento

Il tempo di Avvento ha una duplice caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi.

Il tempo di Avvento comincia dai primi vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi vespri di Natale.

Le domeniche di questo tempo si chiamano: domenica I, II, III, IV di Avvento.

Le ferie dal 17 al 24 dicembre compreso sono ordinate a una più diretta preparazione al Natale del Signore [8].

Il tempo di Avvento é una caratteristica propria dell’Anno liturgico romano e celebra il mistero globale dell’Avvento (venuta) del Signore sotto tre aspetti fondamentali: la prima venuta nell’umiltà della carne in Betlemme; l’ultima venuta nello splendore della gloria sulle nubi del cielo; la continua venuta mistica nei santi misteri che quotidianamente la Chiesa celebra nel tempo fino al ritorno del Signore. Queste tre venute si intrecciano insieme ed attestano l’attualità e l’efficacia in ordine alla nostra santificazione. Le quattro settimane dell’Avvento romano intendono simboleggiare l’intero arco dei secoli che precedettero il Redentore (quattro millenni secondo un computo simbolico antico) e celebrare con cura il tempo della profezia, le figure e le vicende dell’Antico Testamento in quanto preparazione al Messia venturo. Il tal senso l’Avvento é più che mai il tempo per approfondire la sacra Scrittura in modo da avere una completa conoscenza di Cristo, secondo le parole di san Gerolamo: «L’ignoranza delle scritture é ignoranza di Cristo».

Anche l’Avvento, come la Quaresima, presenta due ‘velocità’, due tappe successive: dopo le tre prime settimane si entra nell’ultima che immette direttamente nelle solennità natalizie: si tratta delle sette ferie maggiori con le famose antifone ‘O’ che invocano il Messia con gli splenditi titoli coniati dai Profeti. La solennità dell’Immacolata é il cuore dell’Avvento ed é giustamente detta ‘aurora della nostra redenzione’: Maria SS. infatti annunzia il Sole nascente, perché il Redentore è alle porte.

  1. Il tempo «ordinario» o «per annum»

Oltre i tempi che hanno proprie caratteristiche, ci sono trentatré o trentaquattro settimane durante il corso dell’anno, le quali sono destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma nelle quali tale mistero viene piuttosto venerato nella sua globalità, specialmente nelle domeniche. Questo periodo si chiama tempo per annum, o tempo ordinario.

Il tempo per annum comincia il lunedì che segue la domenica dopo il 6 gennaio e si protrae fino al martedì prima della Quaresima; riprende poi con il lunedì dopo la Pentecoste per terminare prima dei primi vespri della I domenica di Avvento [9].

Il tempo ordinario rappresenta quella successione normale ed indifferenziata delle domeniche che caratterizzava l’epoca più antica, quando lo sviluppo dell’Anno liturgico doveva ancora avvenire. Tale tempo é il più esteso fra i tempi sacri, occupa ben circa sei mesi dell’anno solare. Possiamo dire che pur non celebrando un mistero specifico della vita del Signore, tuttavia nel suo complesso potrebbe essere inteso come il tempo della Chiesa, che nasce dalla Pentecoste, si estende nel mondo intero con l’annunzio missionario del Vangelo e attende nella fedeltà il compimento del Regno di Dio nel ritorno del suo Signore. Non a casa il tempo ordinario termina con la solennità di N.S.G.C. Re dell’universo. In questo tempo più che mai emergono con frequenza maggiore le feste della B.V. Maria e dei Santi. Essi sono il frutto più eccelso del mistero pasquale di Cristo e sono faro di luce per il popolo pellegrinante oltre che potenti intercessori presso Dio.

  1. Le rogazioni e le «quattro tempora»

Durante le Rogazioni e le Quattro Tempora, la Chiesa suole pregare il Signore per le necessità degli uomini, soprattutto per i frutti della terra e per il lavoro dell’uomo; e ringraziarlo pubblicamente.

Affinché le Rogazioni e le Quattro Tempora possano venire adattate alle diverse situazioni locali e alle necessità dei fedeli, d’ora in poi saranno regolate dalle Conferenze Episcopali, sia quanto al tempo che al modo di celebrarle.
L’autorità competente perciò, tenendo presente la situazione locale, stabilirà le norme relative alla durata di tali celebrazioni, che potranno protrarsi per uno o più giorni, e riguardo alla loro eventuale ripetizione durante l’anno.

La messa per i singoli giorni di queste celebrazioni si scelga tra quelle votive, che sono più adatte allo scopo delle celebrazioni [10].

Anche le «quattro tempora» (quattro stagioni) sono una tradizione liturgica romana. Esse hanno una grande importanza perché assicurano la celebrazione del mistero di Dio creatore e invitano alla contemplazione della creazione come mirabilia Dei e alla lode del Creatore, come suo mirabile artefice. Senza la creazione ‘dal nulla’ (ex nihil), secondo la rivelazione biblica, verrebbe meno anche l’opera della Redenzione. Sono giorni importanti per ricordare il valore del creato, l’importanza del diritto naturale e la fiducia nella ragione come basi fondamentali per attingere la verità divina e per assicurare il necessario supporto alla Rivelazione e alla sua ragionevolezza. La lode di Dio mirabile nelle sue opere implica naturalmente anche la volontà di gestire ogni cosa affidata all’uomo secondo le leggi che Dio ha scritto in sua creatura.

Pure le tre Rogazioni, che secondo la tradizione precedono la solennità dell’Ascensione del Signore, provengono dalla liturgia occidentale e sono assunte da Roma per raccomandare a Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, tutte le necessità del popolo, affinché con la sua Ascensione ne ottenga presso il Padre l’esaudimento e invii sul mondo la sua benedizione celeste.

  1. Le ferie

I giorni della settimana che seguono la domenica, si chiamano ferie. La loro celebrazione differisce a seconda dell’importanza propria di ciascuna.
a) Il mercoledì delle ceneri e le ferie della Settimana santa, dal lunedì al giovedì incluso, hanno la precedenza su tutte le altre celebrazioni.
b) Le ferie di Avvento, dal 17 al 24 dicembre incluso, e tutte le ferie di Quaresima hanno la precedenza sulle memorie obbligatorie.
c) Le rimanenti ferie cedono alle solennità e feste e si compongono con le memorie [11].

  1. Il proprio dei Santi

La Chiesa nel corso dell’anno, celebrando il mistero di Cristo, venera anche con amore particolare la beata Maria, Madre di Dio, e propone alla pietà dei fedeli la memoria dei Martiri e degli altri Santi.

I Santi che hanno un rilievo universale si celebrano obbligatoriamente in tutta la Chiesa; gli altri, o sono elencati nel calendario per essere celebrati ad libitum, o sono lasciati alla venerazione di ciascuna Chiesa particolare, o nazione, o famiglia religiosa.

Le celebrazioni, secondo l’importanza che viene loro attribuita, sono denominate e si distinguono fra di loro così: solennità, festa, memoria [12].

A riguardo delle celebrazioni dei Santi, la Chiesa con la vigente riforma liturgica, ha semplificato alquanto i gradi liturgici, riducendoli a tre: solennità, feste e memorie. Con il grado di solennità si evidenziano i Santi maggiori, sia per la Chiesa universale, sia per la Chiesa particolare o per un Ordine religioso; (es. i Patroni o i Fondatori) col grado di festa alcuni Santi devono emergere e ricevere un culto festivo; con la memoria (obbligatoria o facoltativa) si celebrano normalmente gli altri Santi, che ricorrono sia nel calendario universale come in quello particolare. Occorre dire che il Martirologio riporta ogni giorno molti altri Santi che non entrano nel Calendario Romano della Messa e dell’Ufficio).

[1] SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario (21 marzo 1969), n. 1, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, n. 891.

[2] Idem, n. 3, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, n. 893.

[3] Idem, nn. 4-5, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 894-895.

[4] Idem, nn. 18-21, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 908-911.

[5] Idem, nn. 22-26, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 912-916.

[6] Idem, nn. 27-31, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 917-921.

[7] Idem, nn. 32-38, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 922-928.

[8] Idem, nn. 39-42, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 929-932.

[9] Idem, nn. 43-44, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 933-934.

[10] Idem, nn.45-47, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 935-937.

[11] Idem, n. 16, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, n. 906.

[12] Idem, nn. 8-10, in Enchiriduon Vaticanum, EDB, 1976 (10° edizione), vol. 3°, nn. 898-900.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *