L’ADORAZIONE EUCARISTICA NEL SECONDO MILLENNIO – terza parte

 

DON ENRICO FINOTTI

 

Con i primi secoli del secondo millennio, soprattutto a causa delle eresie eucaristiche (Berengario e gli Albigesi) la Chiesa reagisce e il popolo cristiano, fedele all’antica tradizione e mosso dal sensus fidei, corre ai ripari. Quell’adorazione eucaristica negata dagli    eretici viene promossa con forme sempre più sviluppate dal popolo cristiano. Anche il cielo interviene con speciali rivelazioni mistiche come quelle concesse alla beata Giuliana di Liegi, che insieme al Papa Urbano IV porteranno alla solennità del Corpus Domini. Il  processo è accelerato anche dai miracoli eucaristici, in particolare quello di Bolsena.  Quindi le eresie da una parte e il sensus fidei del popolo, i mistici, le rivelazioni private, i miracoli eucaristici e   l’intervento del magistero hanno portato a grande splendore il culto eucaristico del secondo millennio, fino al suo apogeo nei decreti del Concilio Tridentino.  Ed ecco i principali sviluppi del secondo millennio:

L’ADORAZIONE EUCARISTICA NEL PRIMO MILLENNIO – seconda parte

DON ENRICO FINOTTI   

Riguardo al culto eucaristico dobbiamo distinguere tra il primo e il secondo millennio: se nel    primo millennio l’adorazione era un atteggiamento sacro, che avvolgeva costantemente il Ss.    Sacramento, durante l’intero corso della Messa e accompagnava la comunione extra  Missam; nel secondo millennio nascono le specifiche forme di culto eucaristico, che oggi   conosciamo.

NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA – http://www.marcotosatti.com

MARCO TOSATTI

Oggi parliamo di un testo molto interessante. È il terzo libro di padre Enrico Finotti nel “format” delle domande e risposte sulla liturgia. Nell’attesa della tua venuta segue Il mio e il vostro sacrificio e Se tu conoscessi il dono di Dio. Anche in questo libro, come nei due precedenti, qui si trovano molte curiosità e dettagli per chi voglia conoscere la liturgia in modo profondo e non superficiale. Parlando della stola per esempio, l’autore afferma: “La stola quindi è l’insegna-base di tutti coloro che sono stati ‘segnati’ dal carattere dell’Ordine sacro: il Vescovo, il Presbitero e il Diacono. Essa è portata traversa dal Diacono e diritta dal Presbitero e dal Vescovo. Ora, mentre gli abiti variano a seconda del tipo di rito o in ragione della diversa solennità, la stola – sempre sopra il camice o la cotta (e mai sull’abito civile) – è assunta sempre, in ogni genere di celebrazione liturgica. Eliminare l’insegna propria del ministro ordinato è quindi impoverire certamente i ‘santi segni’ e una novità assoluta rispetto alla tradizione secolare della Chiesa, orientale e occidentale”.

L’ADORAZIONE EUCARISTICA – prima parte

 

DON ENRICO FINOTTI

  1. Il nesso indissolubile tra adorazione e comunione

Sacramento «per essere mangiato o anche adorato»?

 L’attuale crisi dell’adorazione eucaristica potrebbe avere come slogan di riferimento questo: «Cristo ha istituito il Sacramento per essere mangiato e non per essere adorato». Tale affermazione pretende di essere giustificata sulle stesse parole del Signore che afferma: «Prendete e mangiate, prendete e bevete». Da ciò si crede che oltre alla comunione sacramentale il Ss. sacramento non assolva alcun altro compito e che ogni forma di adorazione eucaristica sia estranea alla volontà istitutiva del Signore.

 Sant’Agostino d’Ippona offre il giusto correttivo a questa errata affermazione, quando afferma: «Nessuno riceve il Sacramento se prima non lo adora».

Perciò comunione e adorazione sono intrinsecamente unite, per cui non è possibile ricevere in modo degno e fruttuoso il santissimo Sacramento se prima non lo si adora convenientemente.

LA VEGLIA DELL’ASSUNTA – quarta parte

 

A CURA DELLA REDAZIONE

Abbiamo celebrato con entusiasmo la Veglia dell’Assunta… Ogni anno la medesima difficoltà: si vorrebbe una breve Messa di vigilia e non si capisce perché questa lunga ‘funzione’…                                                                                            

    Un gruppo di curatori della liturgia

 

«La Chiesa è nata nella notte» sembra dire la pratica liturgica primitiva. Infatti, l’ascolto prolungato della parola di Dio, il canto dei salmi e la celebrazione dei sacramenti si svolgevano nel tempo notturno della veglia domenicale e soprattutto delle grandi vigilie, prima tra tutte quella pasquale. Togliere la «veglia» è privare la Chiesa di una sua nota originale a cui deve i suoi primi passi vitali. Dalla veglia notturna nascono le vicende gloriose della testimonianza pubblica e diurna dei secoli del trionfo della fede. Non a caso quindi la Chiesa continua a considerare la Veglia pasquale come il vertice dell’intero complesso liturgico e la fonte di tutte le sue solennità.

Nonostante tale solida e indiscutibile tradizione oggi si assiste alla crisi della veglia liturgica e, curiosamente, soltanto di questa, perché la nostra epoca è pure l’epoca delle «veglie laiche». Si pensi alle notti del sabato, ai grandi appuntamenti notturni dello spettacolo e della cultura, al ritmo intenso di una vita audacemente spinta nelle ore della notte. Non sono infrequenti le «marce» con fiaccolata per gli scopi più vari. Non «imitano» in qualche modo gli antichi notturni liturgici?

LA VEGLIA DELL’ASSUNTA – terza parte

 

 

DON ENRICO FINOTTI

4.  La liturgia della Parola

La liturgia della Parola è composta nel modo classico in modo che dalle letture dall’Antico Testamento si passa, mediante il canto del Gloria in excelsis, al Nuovo Testamento con al suo vertice al testo evangelico. Le quattro letture sono scelte in riferimento alle figure muliebri, che secondo la tradizione dei Padri sono sempre state intese in riferimento profetico alla Vergine Maria:

1° lett.: Dal primo libro di Samuele [1 Sam 1, 9 – 28]. Anna, la madre di Samuele, che nella sua sterilità concepisce per un dono straordinario di Dio, è immagine di Maria SS., la Vergine – Madre, che per opera dello Spirito Santo concepisce il Figlio di Dio.

2° lett.: Dal libro di Ester [Est 8, 3-8. 6-17]. La regina Ester, che supplica il re Assuero per la salvezza del suo popolo,  è immagine della potente intercessione di Maria SS., Regina assisa alla destra del suo divin Figlio, avvocata di grazia e baluardo di difesa per la salvezza della Chiesa pellegrina nel mondo.

L’ABITO DEI SACERDOTI SECONDO IL BEATO ANTONIO ROSMINI – Seconda parte della XI “Conferenza sui doveri ecclesiastici”

 

BEATO ANTONIO ROSMINI

 

Quanto poi alle vestimenta, chi non sa, come sia raccomandato ai sacerdoti di portare l’abito loro conveniente da tutti i canoni? Chi non sa quanto intensamente e replicatamente si vietino tutte le fogge secolaresche, si raccomandi il color nero, la forma lunga o talare, e gli altri distintivi del costume ecclesiastico? Egli è vero che, come si suol dire, l’abito non fa il monaco; ma è vero altresì che l’abito segna il monaco, e lo distingue da tutti gli altri: e se cotanto lo raccomandano le pre­scrizioni di tanti sapienti Vescovi della Chiesa, che pur hanno autorità di comandare, e costantemente per tanti secoli, non è egli segno che reputarono il vestire da ecclesiastico cosa di gran momento? E se tanti uomini sommi Padri e Pastori della Chiesa, così giudicarono, qual temerità non sarà la nostra, giudicando noi altrimenti, quasi che tutti quelli si fossero ingannati!

LA VEGLIA DELL’ASSUNTA – seconda parte

Assunzione di Maria, Tiziano (particolare) Venezia Chiesa dei Frari, 1516 -1518

DON ENRICO FINOTTI

2.  Il rito della luce o «lucernale»

Il rito si svolge nell’atrio della chiesa, ossia il luogo proprio per la «liturgia della soglia» come è pure quella del «lucernale» maggiore nella notte di Pasqua. Quando il sacerdote con i ministri è giunto sul luogo, il diacono o, in sua assenza, alcuni accoliti, si recano nel vicino battistero e attingono dal Cero pasquale, ivi conservato e acceso, la fiamma, che portano nell’atrio per l’accensione della «lampada mariana». Il sacerdote con l’apposita formula accende la «lampada», già predisposta su di una colonna nel centro dell’atrio. Mentre il coro canta l’antifona «Un grande prodigio» gli accoliti, attingendo alla fiamma della lampada, accendono i ceri dei ministri e dei fedeli. Poi il diacono o, in sua assenza, il sacerdote stesso, tenendo alta la «lampada» accesa, guida la processione attraverso la navata fino al presbiterio. La processione incede con grande solennità, mentre il coro canta nel modo più splendido il Magnificat. Giunti all’altare si pone la «lampada» su di una colonna predisposta alla destra dell’altare stesso. Quindi, mentre si riprende l’antifona «Un grande prodigio», il sacerdote incensa l’altare e la «lampada».