VALIDITÀ E LICEITÀ DELLA SANTA MESSA

A CURA DELLA REDAZIONE

“Parlando con un piccolo gruppo di amici, alcuni dei quali frequentano la messa Vetus ordo, ho sentito alcune argomentazioni in merito che mi hanno lasciato molto perplessa e poco convinta della bontà delle loro tesi.  In pratica per loro la Messa lecita sarebbe solo quella Vetus Ordo, ossia il rito antico, perché le messe in nuovo rito venute dopo il concilio Vaticano II sarebbero valide ma illecite. Infatti alcuni di loro, quando partecipano alla messa in italiano, rispondono con le vecchie formule ad alcune parti del comune che hanno una traduzione effettivamente un po’ ambigua (si sa che al concilio cercavano una messa ecumenica) e lo fanno volutamente a voce alta in modo da farsi sentire dai vicini. E qualche volta, quando li avevo vicino, ciò mi disturbava”. Non posso pensare che tutte le sante Messe celebrate in nuovo rito siano illecite (ho fatto loro l’esempio di pii sacerdoti che celebrano rispettando l’Ordinamento Generale del Messale Romano con fede e devozione). Secondo loro, per la salvezza della mia anima, dovrei partecipare alla messa Vetus Ordo… (Lettrice di Torino)

Cara Signora, rispondiamo volentieri alla sua domanda.

La Messa è l’attuazione sacramentale dell’unico Sacrificio della Croce che si compie in modo incruento sui nostri altari. Dalla mirabile grandezza ed insondabilità del mistero si capisce perché la Chiesa abbia sempre avuto la massima cura nel definire con precisione il rito liturgico con le sue preci, gesti e simboli, in modo che «per ritus et preces» il mistero della fede e la grazia ad esso connessa raggiunga efficacemente il popolo cristiano e ciascun fedele.

La Messa è valida e legittima se viene celebrata dal sacerdote validamente ordinato in comunione con la Chiesa e si egli osserva con assoluta fedeltà il rito stabilito dalla Chiesa, edito nei libri liturgici approvati. E’ invalida qualora il sacerdote non fosse validamente ordinato o venissero alterate le parole essenziali (forma) stabilite per la realizzazione del Sacramento. E’ valida, ma illegittima nel caso in cui il ministro validamente ordinato fosse pubblicamente irretito da giuste pene canoniche, oppure, pur pronunziate integralmente le parole della Consacrazione (forma essenziale), alterasse il rito o le sue parti in misura e in aspetti di diversa gravità.

La legge canonica vigente consente, ad ogni sacerdote e ad ogni fedele, di celebrare o di partecipare al divin Sacrificio in una delle due forme del rito romano: quella ordinaria (novus Ordo Missae) e quella extraordinaria (vetus Ordo Missae). Ambedue le forme realizzano, in modo ugualmente valido e legittimo, il mistero dell’Eucaristia, ossia il Sacrificio offerto al Padre e il Sacramento donato per la nostra santificazione[1].

Riguardo al novus Ordo Missae si deve verificare che esso venga celebrato nella fedeltà ai testi e alle rubriche stabilite nei relativi libri liturgici (Messale e Lezionario). Ogni divaricazione dall’osservanza precisa delle norme espone la celebrazione della Messa alla corruzione del culto pubblico della Chiesa e quindi offende la maestà di Dio, che non gradisce un culto falso, e conculca il diritto del popolo cristiano e di ogni singolo fedele ad avere dal sacerdote e da tutti i ministri interessati (diaconi, accoliti, lettori, sacristi, coro, assemblea) il culto ufficiale di Cristo/capo e della Chiesa/sposa nella sua integrità.

Si deve rigorosamente distinguere l’Editio typica del novus ordo Missae dagli abusi ormai divenuti abituali nel modo concreto di celebrare. Non è infrequente che si scambi erroneamente il novus ordo Missae con tali alterazioni abusive, portando il discredito sul novus ordo in quanto tale. Questo necessario ed urgente discernimento si deve compiere mediante una seria e costante formazione liturgica che mette a confronto l’edizione tipica del Messale Romano con i modi correnti di celebrare, operando su di essi – se difformi dalla norma – un sollecito e coraggioso intervento di correzione.

Non è consentito a nessuno «mutare, aggiungere o togliere alcunché dalla liturgia» (SC 22§3) in nome di una presunta ‘pastorale’, ma, come il popolo va elevato ai contenuti della Parola di Dio ed introdotto nella sua comprensione, senza doverla piegare ai gusti e alle umane interpretazioni, così il popolo di Dio va elevato alla forma e ai contenuti della liturgia ed introdotto nel mistero che essa celebra e alla grazia che comunica, senza doverla piegare agli umori soggettivi e alle situazioni effimere di una cultura liquida ed evanescente.

La liturgia, infatti, non è l’espressione di una religiosità soggettiva ed individuale, ma è il culto oggettivo, pubblico ed ufficiale, che Cristo Signore eleva al Padre per il ministero della sua Chiesa. E’ il criterio cristocentrico e teocentrico che presiede nella liturgia, aprendo l’uomo alle altezze del mistero divino, e non quello antropocentrico, nel quale l’uomo, deviato dal suo oggetto proprio (Dio), si chiude nell’orizzonte effimero dei bisogni immediati della creatura ripiegata su se stessa, dove Dio stesso diventa funzionale ai desideri e alle ideologie dell’uomo.

L’osservanza del ‘diritto liturgico’ (preci, gesti, riti, simboli, ecc.) è quindi necessaria per garantire alla liturgia la sua forma oggettiva e difenderla da ogni inquinamento soggettivo da parte dell’uomo e del mondo, irretiti dal peccato e insidiati dal Maligno.

Tale obbedienza rende la liturgia veramente ‘sacra’- aghios («senza terra»), secondo il significato etimologico del termine – ossia abitata da Dio, trascendente, celeste, pervasa dallo Spirito Santo, aliena da ogni legame col peccato, fonte di grazia, e perciò in grado di purificare ciò che è terreno ed elevare gli uomini e il creato alla vita soprannaturale ed eterna. La secolarizzazione è la morte della liturgia ed è un letale inganno per un’autentica pastorale liturgica.

La riforma liturgica non volle in alcun modo desacralizzare la liturgia, ma far si che la sua sacralità, senza alcuna diminuzione, fosse comunicata al popolo di Dio con maggior frutto spirituale. Se alla luce dell’esperienza postconciliare tale obiettivo non fosse adeguatamente riuscito la Chiesa dovrà valutare la possibilità di una ‘riforma della riforma’, che ne apporti i necessari emendamenti ed integrazioni[2]. Ciò che già si è in parte operato nelle successive edizioni tipiche del Messale Romano, specie con la Editio typica tertia del 2002.

[1] Dai tre più recenti miracoli eucaristici (Buenos Aires 15 agosto 1996 – Polonia 12 ottobre 2008 – Polonia 25 dicembre 2013) possiamo dedurre che la Messa celebrata col novus Ordo è conforme ai divini voleri, quindi valida e legittima; altrimenti (salvo falsificazione degli eventi miracolosi) tali miracoli non avrebbero senso, perché confermerebbero un culto errato non gradito alla divina maestà. E’ questo un interrogativo da considerare.

[2] Si dovrà valutare, senza pregiudizio alcuno o condizionamento ideologico, se i nuovi apporti della riforma liturgica (lingua parlata – altare verso il popolo – comunione in mano – musica corrente, ecc.) abbiano concorso veramente ad un progresso nell’incontro efficace col sacro cristiano, o se debbano essere adeguatamente riequilibrati o anche corretti per rispondere al senso vero della tradizione liturgica della Chiesa e all’autentica santificazione del popolo cristiano.

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