LA DOTTRINA EUCARISTICA IN SAN TOMMASO E NEL CONCILIO DI TRENTO

Benedetto XVI, Celebrazione del Divino Sacrificio, Cappella Sistina

 

FABIO BERTAMINI

  1. Il sacrificio eucaristico nella Summa Theologiae

 San Tommaso non ha un trattato specifico sul «sacrificio della Messa», tuttavia ne parla in modo chiaro ed approfondito nella terza parte della Summa. Secondo Tommaso vi è un duplice modo di considerare l’eucaristia: come sacramento oppure come sacrificio (III, q. 79, a. 5).

Come sacramento, l’eucaristia è una realtà sacra che contiene il corpo di Cristo stesso, vittima di salvezza (q. 73, a. 4, ad 3). «L’eucaristia è il sacramento perfetto della passione del Signore, in quanto contiene Cristo stesso che ha sofferto» (q. 75, a. 5 ad 2), non solo quindi secondo significato o figura ma nella sua realtà oggettiva (q. 75, a. 1).

Ma quale rapporto c’è tra sacrificio della croce e sacrificio eucaristico? Alle obiezioni di chi vorrebbe negare il valore sacrificale della Messa per il fatto che Cristo si è immolato una volta per sempre sulla croce e che, quindi, nella Messa non viene nuovamente crocifisso, Tommaso risponde che la Messa è un vero sacrificio, perché  memoriale della passione del Signore e perché  attraverso di essa possiamo prendere parte ai frutti della passione.

La Messa, inoltre, non compromette l’unicità del sacrificio della croce essendo medesima la vittima: «quella che Cristo ha offerto e quella che noi offriamo… essendosi Cristo immolato una volta sola… Come unico è il corpo che viene offerto in ogni luogo, e non molti corpi, così pure unico è il sacrificio».(q. 83, a.1 ad 1).

La dimensione sacrificale della Messa è data soprattutto dalla consacrazione delle due specie (q. 80 a. 12, ad 3): il sangue, consacrato separatamente, rappresenta in modo esplicito il sacrificio di Cristo (q. 78, a. 3) in quanto ogni sacrificio cruento avviene  «con la separazione del sangue dal corpo» (q. 74, a. 1). 

Altri elementi che attestano il carattere rappresentativo (memoriale) della passione sono: la mescolanza dell’acqua con il vino nel calice che indica la fuoriuscita del sangue e dell’acqua dal costato del Salvatore (q. 74, a. 6; a. 7) e la frazione delle specie quale un segno della passione del Signore che si è compiuta nel suo vero corpo (q. 77, a. 7)[2].

In quanto memoriale della passione, la Messa produce i suoi effetti (q. 79, a. 1; a. 2): rimette  i peccati (q. 79, a. 3) e comunica i frutti della redenzione (q. 83, a. 1). È perciò nello stesso tempo sacramento e sacrificio, fino al punto che possiede un valore soddisfattorio (q. 79, a. 5), cosicché colui che consacra il sacramento deve poter partecipare al sacrificio mediante la comunione (q. 82, a. 4). Essa, infine, non va celebrata solo per dare il sacramento ai fedeli, ma prima di tutto per offrire il sacrificio (q. 82, a. 10, ad 1, 2)[3].

 

  1. La transustanziazione nella Summa Theologiae

L’azione sacrificale della Messa è costituita dalle parole che Gesù pronunciò nel Cenacolo sul pane e sul vino. Sono proprio queste parole che il sacerdote ripete che realizzano la trasformazione dalla realtà del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo.   La transustanziazione  è quindi l’essenza, il costitutivo del sacrificio eucaristico.

Per esprimere la realtà mistica della transustanziazione, Tommaso non ha paura di usare categorie e concetti filosofici. In particolare, egli si avvale delle categorie aristoteliche di materia e forma, sostanza e accidente. Materia dell’eucaristia sono il pane e il vino, perché pane e vino adoperò Gesù Cristo nell’istituirla (q. 74, a. 1). Forma dell’eucaristia, sono le parole: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue» (q. 78, a. 1). Nel sacramento della eucaristia, Gesù si trova secondo la sua sostanza.

Ma si tratta di una presenza sacramentale, cioè mediata attraverso quei segni (signa) sensibili che sono precisamente le specie del pane e del vino. Per spiegare l’evento mistico che realizza la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, Tommaso usa il termine «transustanziazione» [4]. Se si vuol dar conto in modo ragionevole della presenza sostanziale del Cristo nel pane e nel vino consacrati è necessario privare il pane e il vino della loro sostanza, la quale viene trasformata nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo[5].

La sostanza è la realtà che esiste in se stessa. Per esempio un albero, un gatto, un uomo sono sostanze perché esistono in se stessi. Invece le loro dimensioni, il loro colore e le loro proprietà sono certamente delle realtà, ma non esistono in se stesse, bensì in qualcos’altro […]. Diciamo allora che il colore non è una sostanza, ma è qualcosa che esiste nella sostanza e appartiene alla sostanza. Gli studiosi (i filosofi) li chiamano accidenti, dal latino accidere, che significa «capitare, accadere». Gli accidenti cioè capitano alla sostanza. Ma siccome questa è una parola un po’ difficile, comunemente invece di accidenti si parla di specie, cioè di apparenze […]. Nell’Eucaristia la sostanza del pane e del vino diventa il corpo e il sangue di Gesù, mentre rimangono immutati gli accidenti, cioè le specie o apparenze del pane e del vino. Quindi le dimensioni dell’ostia non cambiano, e non cambiano il colore, l’odore e il sapore, poiché tutte queste cose sono accidenti o specie. Cambia invece la sostanza. E lo stesso si dica del vino. Avviene quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione. Quando il sacerdote ha finito di dire: «Questo è il mio corpo», il pane non c’è più, e al suo posto c’è il corpo del Signore, e quando ha finito di dire: «Questo è il mio sangue», il vino non c’è più, e al suo posto c’è il sangue del Signore[6].

È in forza di questa consacrazione il pane ed il vino diventano quello stesso Gesù che è in cielo.

Gesù Cristo si trova tutto sotto ciascuna specie, con questa distinzione però, che per le parole della consacrazione sotto gli accidenti del pane si trova direttamente il solo corpo di Cristo, mentre il sangue, l’anima e la divinità vi si trovano per concomitanza, in quanto sussistono nell’unica persona divina del Signore. Così similmente sotto le apparenze del vino, è presente direttamente il sangue di Cristo, mentre il corpo, l’anima e la divinità vi si trovano per concomitanza. (q. 76, a. 2).

Cristo però non si trova localmente nell’Eucaristia, perché sarebbe «luogo» troppo piccolo: prima della consacrazione il «luogo» era occupato la sostanza del pane mediante le sue dimensioni, dopo la consacrazione  la sostanza di Cristo occupa il luogo delle dimensioni del pane ma Cristo non vi è presente localmente, vale a dire non vi è circoscritto (q. 76, a. 5)[7].

Rimane, infine, da considerare l’aspetto della permanenza della presenza reale nelle specie consacrate. Per san Tommaso questa fede è talmente evidente che egli non ha ritenuto di doverle dedicare un articolo della sua Summa. Si accontenta di dare questa regola d’oro: «Fin quando rimangono le specie del pane e del vino, rimangono anche il corpo e il sangue del Cristo» (q. 77, a. 4).

 

  1. Il sacrificio eucaristico nella XXII sessione del Concilio di Trento

 Il Concilio di Trento rispondendo alle obiezioni dei Riformatori, ha voluto mettere in luce che la Messa è anzitutto un sacrificio, non in quanto opera buona dell’uomo che si esplica nell’offerta di un dono fatto a Dio come pensava Lutero, ma in quanto realtà istituita da Cristo stesso. Di conseguenza, il Concilio afferma che la grazia che si ottiene partecipando al sacrificio eucaristico non è frutto del merito che deriva dalle opere dell’uomo ma dal mistero della morte di Cristo che è operante nella Messa.

Se i protestanti sottolineano l’unicità del sacrificio della croce, il Concilio afferma che, sebbene Cristo si sia offerto una volta per tutte (semel) sull’altare della croce, tuttavia, la perennità del suo sacerdozio implica necessariamente anche la perennità del suo sacrificio.

Per questa ragione Cristo lascia alla Chiesa una forma visibile di sacrificio «ripresentativo e memoriale» del sacrificio che egli stava per offrire una volta per tutte sul Golgota e che avrebbe messo in azione la «virtus» salvifica della croce, applicandola «alla remissione dei peccati che si commettono quotidianamente».

Cristo, inoltre, nell’offerta rituale del corpo e san­gue sotto le specie del pane e del vino, dà alla sua Chiesa, agli apostoli e ai loro successori,  il compito di celebrare e quindi – offrire – il sacrificio incruento con le parole: «Fate questo in memoria di me».

La natura sacrificale del sacrificio del corpo e del sangue di Cristo mette in evi­denza la sua dimensione pasquale. Infatti la Pasqua ebraica, che era in memoria del passaggio dalla schiavitù alla liberazione ha trovato il suo compi­mento in Cristo.

Cristo è la nuova Pasqua tanto sul piano dell’avvenimento (il suo «passaggio-Pasqua» da questo mondo al Padre con la morte in croce), quanto sul piano celebrativo, perché «il sacrificio della Chiesa» («ab ecclesia per sacerdotes… immolandum») è l’immolazione rituale («sub signis visibilibus») di Cristo agnello pasquale, fatta in memoria del suo «passaggio» (morte) quando tutti portò alla liberazione[8].

In questa prospettiva, la Messa è sacrificio perfettivo di tutti i sacrifici offerti nel mondo, non solo quelli dell’antico testamento, perché essa si identifica con  «l’offerta pura», annunciata da Malachia (Mal 1, 11).

Il Concilio di Trento sottolinea inoltre che la Messa è un vero sacrificio propiziatorio sia per vivi che per i defunti. Poiché la Messa è offerta incruenta del sacrificio della croce, in essa si hanno in for­ma abbondantissima i «frutti» del sacrificio della croce. È infatti per mezzo di questa offerta che i peccatori possono ritrovare perdono e  salvezza. Dio, infatti, placato dall’offerta, perdona i peccati, libera dalle conseguenze del male e volge verso l’uomo uno sguardo benevolo in ogni sua necessità.

(Cap. I.) Questo Dio e Signore nostro, dunque, anche se una sola volta si sarebbe immolato sull’altare della croce, attraverso la morte, a Dio Padre, per compiere una redenzione eterna; perché, tuttavia, il suo sacerdozio non avrebbe dovuto tramontare con la morte, nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito, per lasciare alla chiesa, sua amata sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una sola volta sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e la cui efficacia salutare fosse applicata alla remissione di quelle colpe che ogni giorno commettiamo; egli, dunque, dicendosi costituito sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech, offrì a Dio padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, e lo diede, perché lo prendessero, agli apostoli (che in quel momento costituiva sacerdoti del nuovo testamento) sotto i simboli delle stesse cose (del pane, cioè, e del vino), e comandò ad essi e ai loro successori nel sacerdozio che l’offrissero, con queste parole: Fate questo in memoria di me, ecc., come sempre le ha intese ed ha insegnato la chiesa cattolica[9].

Celebrata, infatti, l’antica Pasqua, – che la moltitudine dei figli di Israele immolava in ricordo dell’uscita dall’Egitto -, istituì la nuova Pasqua, e cioè se stesso, da immolarsi dalla chiesa per mezzo dei suoi sacerdoti sotto segni visibili, in memoria del suo passaggio da questo mondo al Padre, quando ci redense con l’effusione del suo sangue, ci strappò al potere delle tenebre e ci trasferì nel suo regno…[10].

(Cap. II) E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si immolò una sola volta cruentemente sull’altare della croce, il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso – se di vero cuore e con retta fede, con timore e riverenza ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti – noi possiamo ottenere misericordia e trovare grazia in un aiuto propizio.

Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe anche gravi. Si tratta, infatti, della stessa, identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per mezzo dei sacerdoti, egli che un giorno si offrì sulla croce. Diverso è solo il modo di offrirsi. E i frutti di quella oblazione (di quella cruenta) vengono percepiti abbondantemente per mezzo di questa, incruenta[11].

 

[1] Cf. S. Marsili, «Teologia», 101-102.

[2] Cf. R.Coggi, Dialogo, 56.

[3] Cf. R.Coggi, Dialogo, 56.

[4] «Questo termine non fu affatto coniato da San Tommaso, come si ama spesso ripetere quando si vuole accusare l’Angelico di avere asservito la teologia alla filosofa aristotelica, ma era già stato introdotto nella teologia latina un paio di secoli prima che San Tommaso scrivesse la Summa Theologiae» (B. Mondin, «eucaristia», 277).

[5] B. Mondin, «eucaristia», 277.

[6] R.Coggi, Piccolo catechismo, 22.

[7] B. Mondin, «eucaristia», 277.

[8] DS, 1741; cit. S. Marsili, «Teologia», 109-110.

[9] DS, 1740.

[10] DS, 1741.

[11] Concilio di Trento, Sessione XXII, 17 settembre 1562, cap.1-2; in DS, 1743.

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