LA CENTRALITÀ E IL PRIMATO DELLA LITURGIA NELLA DOTTRINA SULL’ECUMENISMO – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

1.  Abbiamo visto che nella comprensione del mistero della Chiesa vi possono essere due prospettive complementari quella liturgica e quella giuridica. Tuttavia abbiamo messo in risalto il primato del sacramento, della liturgia, sul diritto. Queste due prospettive non sono in contraddizione ma aprono la strada a due modi complementari di vedere ed interpretare la realtà della Chiesa.  Dalle due diverse accentuazioni nell’ecclesiologia – quella giuridica e quella sacramentale – nascono anche due diverse accentuazioni della dottrina sull’ecumenismo?

Anche riguardo alla dottrina sull’ecumenismo la liturgia apre a una visione più ampia e profonda.

Infatti il sacramento – in particolare l’eucaristia e l’ordine validi – hanno sempre consentito il riconoscimento dello statuto ecclesiale delle comunità cristiane che li hanno conservati, anche se con una non ancor piena unità.

 Su questa medesima base non è possibile individuare fondamento ecclesiale in quelle comunità cristiane che non li riconoscono, i cui membri, tuttavia, possono essere uniti alla Chiesa da una vera ontologia iniziale basata sul battesimo.

L’ecumenismo quindi ha nella liturgia la sua chiave interpretativa, che consente di riconoscere il substrato ontologico-sacramentale previo al riconoscimento esplicito del legame giuridico con il Sommo Pontefice[1].

In una visione prevalentemente giuridica di appartenenza alla Chiesa nella quale la sottomissione al potere giurisdizionale del Papa e il vincolo di comunione con lui, visibile ed espresso, era considerato l’unica condizione imprescindibile in ordine all’appartenere o meno alla realtà della Chiesa, l’ecumenismo non poteva che escludere coloro che in tale giuridica comunione non fossero.

In questa prospettiva rigorosa sembrerebbe non esservi alcuna possibilità di riconoscimento e di appartenenza seppur debole e iniziale all’unità della Chiesa.

Papa Pio IX manifesta questa visione netta nell’invito rivolto a tutti i non cattolici in occasione del Concilio Vaticano I:

“Nessuno può contestare e dubitare che lo stesso Cristo Gesù, per applicare a tutte le generazioni umane i frutti della sua redenzione, abbia edificato qui in terra, su Pietro, la sua unica Chiesa, cioè l’una, santa, cattolica, apostolica, e che a questa ha conferito ogni potestà necessaria perché fosse custodito integro e inviolato il deposito della fede e perché la medesima fede fosse trasmessa a tutti i popoli, le genti, le nazioni, affinché per mezzo del battesimo tutti gli uomini fossero aggregati nel suo corpo mistico… e affinché la medesima Chiesa che costituisce il suo mistico corpo, persistesse nella sua propria natura sempre stabile e salda fino alla consumazione dei secoli… Ora poi, chi accuratamente consideri e rifletta sulla condizione in cui si trovano le diverse e fra loro discordanti società religiose separate dalla Chiesa cattolica… dovrebbe persuadersi molto facilmente che nessuna in particolare fra le medesime società, e neppure tutte insieme congiunte, in nessun modo costituiscono e sono quell’una e cattolica Chiesa che Cristo Signore ha edificato, costituito e voluto che fosse, e che neppure possono essere dette in nessun modo un membro o una parte della stessa Chiesa, dal momento che sono visibilmente separate dalla cattolica unità”[2].

Dunque, considerando esclusivamente il vincolo giuridico e visibile dell’unità, non è possibile cogliere e valutare quel genere di unità interiore e previa che unisce già tutti coloro che, pur visibilmente separati nel regime della giurisdizione ecclesiastica, sono tuttavia in Cristo ‘aggregati per mezzo del battesimo’.

Con l’ecclesiologia sacramentale del Vaticano II è allora possibile riconoscere in tanti fratelli cristiani separati dalla Chiesa Cattolica la presenza di elementi ontologici di reale partecipazione alla vita dell’unica Chiesa, che é una, santa, cattolica e apostolica[3].

 

2.  In che modo il battesimo costituisce una vera, seppur iniziale, partecipazione all’unica Chiesa Cattolica?

Ciò risulta evidente appena si considera l’aspetto sacramentale e gli effetti del battesimo.

  Col Sacramento del battesimo, quando secondo l’istituzione del Signore è debitamente conferito e ricevuto con la debita disposizione di animo, l’uomo è veramente incorporato a Cristo crocifisso e glorificato e viene rigenerato per partecipare alla vita Divina, secondo le parole dell’Apostolo: «Sepolti insieme con Lui nel battesimo, nel battesimo insieme con Lui siete risorti, mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha ridestato da morte» (Col 2, 12)[4].

Mediante il battesimo, conferito validamente e riconosciuto tale, molti cristiani separati in diverse confessioni si trovano ad avere in sé il carattere sacramentale e la densità ontologica di una vera vita di grazia[5].

Essi dunque sono realmente fratelli e, seppur ancora privi di quella pienezza che possiede l’unica Chiesa Cattolica, già partecipano alla dignità dei figli di Dio, da lui rigenerati e santificati.

Sul piano ontologico quindi vi è una profonda comunione, ricevuta direttamente dall’unico Signore per mezzo del battesimo valido, come ben si esprime Paolo VI nel riprendere il Concilio Vaticano II:

E vi è un terzo scopo che interessa questo Concilio e ne costituisce, in un certo senso, il suo dramma spirituale; ed è quello, parimenti a noi prefisso da Papa Giovanni XXIII, che riguarda gli altri cristiani, coloro cioè che credono in Cristo, ma che noi non abbiamo la fortuna di annoverare con noi scompaginati nella perfetta unità di Cristo, che solo la Chiesa cattolica può loro offrire, mentre col battesimo di per sé sarebbe già dovuta ed è da loro virtualmente già desiderata[6].

3.  Ma la grazia del Battesimo non è una realtà statica ma dinamica. Possiamo affermare che la grazia battesimale porta con sé una tensione verso un pieno sviluppo. Il battesimo si dice è la porta di tutti gli altri sacramenti. Questa spinta verso la pienezza della vita soprannaturale non implica quindi anche una attrazione verso l’unità cattolica?

Ma il sacramento conferisce oltre all’essere in Cristo anche la triplice missione, sacerdotale, profetica e regale, che riflette quella del Signore ed è indissociabile dalla grazia sacramentale e scaturisce dal carattere indelebile che ogni battezzato riceve nell’anima.

Quindi in ogni battezzato sono realmente infuse le virtù teologali della fede, speranza e carità, che agiscono nell’anima e spingono alla loro piena realizzazione sia muovendo l’animo verso l’ortodossia della fede, sia verso la piena unità nella carità e nella comunione ecclesiale.

Tali doni soprannaturali sono potenzialmente attivi e tendono per loro natura a sospingere verso la pienezza della fede, la celebrazione di tutti i sacramenti e l’unione piena al ministero apostolico del Collegio episcopale cum Petro et sub Petro[7].

Il battesimo quindi costituisce il vincolo sacramentale dell’unità, che vige fra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati generati. Tuttavia il battesimo di per sé è soltanto l’inizio ed esordio, poiché esso tende interamente all’acquisto della pienezza della vita in Cristo. Pertanto il battesimo è ordinato all’integra professione della fede, all’integrale incorporazione nell’istituzione della salvezza, come lo stesso Cristo ha voluto, e infine, alla piena inserzione nella comunione eucaristica[8].

Questa ‘scoperta’ per così dire, permette di individuare la possibilità di un’intesa ecumenica che va oltre la buona volontà degli uomini, ma è già postulata nella grazia sacramentale infusa nei cuori di tutti coloro, che se ancor separati su diversi piani importanti e determinanti, sono tuttavia uniti nell’essenza, ancor iniziale, ma vera, del loro essere soprannaturale.

In tal senso il primato e la centralità della liturgia, ossia del sacramento, nell’ecclesiologia del Vaticano II ha aperto prospettive nuove e profondità nascoste nella dottrina e nella conseguente prassi dell’ecumenismo.

La prospettiva liturgico-sacramentale conduce al riconoscimento di uno strato ontologico certo e fecondo di frutti soprannaturali, che sospingono gradualmente verso la pienezza e l’unità cattolica.

Del resto la ricezione del battesimo valido è la condizione minima e assoluta per far parte di coloro che sono cristiani ed è la tessera necessaria per poter entrare ed essere riconosciuti nel movimento ecumenico.

Al di fuori di questa condizione ci si ritrova nella cerchia dei non cristiani.

Alla luce del sacramento il concilio poté migliorare e integrare l’impostazione piuttosto giuridica del rapporto con i cristiani non cattolici espressa nel Vaticano I. Infatti la Lumen gentium afferma:

“Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il Successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta. Ci sono infatti molti che hanno in onore la Sacra Scrittura come norma di fede e di vita, e mostrano un sincero zelo religioso, credono amorosamente in Dio Padre onnipotente e in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o comunità ecclesiastiche anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra Eucaristia e coltivano la devozione alla Vergine Madre di Dio. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi una certa vera unione nello Spirito Santo, il quale opera anche in loro con la sua virtù santificante, per mezzo di doni e di grazie, e ha fortificato alcuni di loro fino allo spargimento del sangue” (LG 15).

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[1] In realtà il legame interiore ed implicito con Pietro è costitutivamente inerente ad ogni battesimo conferito validamente. Infatti, il Battesimo è sacramento dell’unica e indivisibile  fede cattolica ed è sempre celebrato dall’unica Chiesa – una, santa, cattolica e apostolica – che ha nel Romano Pontefice il cardine necessario e imprescindibile. Chiunque è validamente battezzato è immediatamente e ontologicamente incardinato  sulla roccia di Pietro che per divina istituzione è il fondamento dell’unità e della comunione dell’unica Chiesa Cattolica. Anche se esplicitamente il legame e la sottomissione giuridica col Sommo Pontefice non fosse riconosciuto (come nei fratelli a diverso titolo separati), il battesimo valido lo porta interiormente sempre con sé e sospinge senza posa il battezzato al suo connaturale riconoscimento esplicito nell’unità visibile con la Cattedra Romana.

[2] Pio IX, Iam vos omnes, in DH, nn. 2997-2999.

[3] B. Farrell, «Intervista al Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani», in OR, 19 gennaio 2011, p. 6: «Mi sembra quasi un miracolo della Provvidenza il fatto che gli oltre duemila vescovi venuti a Roma per dare inizio al Concilio nel 1962, molti dei quali formati a una teologia dell’‘esclusione’, secondo la quale ortodossi e protestanti – scismatici e eretici, nella terminologia in uso allora – erano semplicemente fuori dalla Chiesa, tre anni dopo produssero il decreto Unitatis redintegratio, che riconosce una reale anche se incompleta comunione ecclesiale tra tutti i battezzati e tra le loro Chiese e Comunità ecclesiali. Questa rinnovata prospettiva, in perfetta armonia con l’antica ecclesiologia dei Padri, ebbe enormi conseguenze per il nuovo modo dei cattolici di rapportarsi agli altri cristiani e alle loro comunità e per l’irrevocabile adesione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico. Giovanni XXIII parlò di un ‘balzo innanzi’, un vedere la tradizione di sempre in una nuova visuale, aprendo così strade nuove per la Chiesa verso quell’unità visibile che le è propria».

[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 22.

[5] Benedetto XVI, Omelia di inizio solenne del ministero pontificale: «Il discorso si fa pieno di affetto nel saluto che rivolgo a tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi».

[6] Paolo VI, Discorso di apertura del secondo periodo del Concilio, in EnchVat, I, n. 168*.

[7] Congregazione per la Dottrina, Dominus Jesus, in EnchVat, XIX, n. 1184: «Le comunità ecclesiali che non hanno conservato l’episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico non sono Chiese in senso proprio; tuttavia i battezzati in queste comunità sono dal battesimo incorporati a Cristo e, perciò, sono in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa. Il battesimo infatti di per sé tende al completo sviluppo della vita in Cristo mediante l’integra professione di fede, l’eucaristia e la piena comunione nella Chiesa».

[8] Concilio Ecumenico Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 22.

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