L’AMBONE – Il ‘luogo della Parola’ nel primo e nel secondo millennio – L’ambone e il pulpito nel segno della continuità (seconda parte)

Giovanni Pisano, Ambone, Cattedrale di Pisa

 

DON ENRICO FINOTTI

  1. Il ‘luogo della Parola’ nel primo e nel secondo millennio

Con una certa approssimazione potremmo distinguere la storia del luogo della Parola in due fasi, relative al primo e al secondo millennio, evidenziandone gli aspetti tipici, ma anche la continuità della indefettibile predicazione del vangelo nella Chiesa.

L’ambone classico compare nell’edilizia cristiana dei primi secoli come il luogo dal quale la parola di Dio, in tutte le sue parti (lezioni, salmi, vangelo), è proclamata e poi spiegata nell’omelia. Esso si presenta con caratteristiche del tutto singolari e importanti: è monumentale, stabile, prezioso nei materiali, ricco di simboli.  Nell’epoca più antica è duplice: l’ambone maggiore per il vangelo e quello minore per le altre letture, l’uno di fronte o sovrapposto all’altro, sempre nella navata, talvolta nel recinto della schola cantorum, ma comunque prossimo al presbiterio e all’altare con i quali interagisce. L’ambone è luogo liturgico la cui funzione si esplica all’interno della celebrazione e consente l’accesso processionale dei ministri nello svolgimento dei riti. Per questo non si riduce ad un semplice leggio, ma offre una spazialità più ampia in cui diaconi e accoliti possono sostare nella solenne proclamazione liturgica della parola di Dio. Arredo del tutto singolare e monumentale dell’ambone storico è il candelabro pasquale, che è testimoniato da importanti esemplari conservati ancor oggi. Potremo dire che in antico il candelabro sta all’ambone, come il ciborio sta all’altare.

Nel secondo millennio l’ambone cede il passo al pulpito con caratteristiche molto diverse, anche se con una sostanziale continuità in ordine all’annunzio evangelico. Il pulpito , a differenza dell’ambone, ha una funzione prevalentemente extraliturgica, in quanto la proclamazione delle sacre Scritture si compie ormai all’altare e l’omelia all’interno della celebrazione è sostituita dalla predicazione fuori della azione liturgica. Anche l’arredo muta: il grande candelabro scompare e al suo posto subentra il crocifisso, sostenuto da una mano artistica e impugnato dal predicatore nelle frequenti predicazioni popolari. Il pulpito, localizzato ancor più decisamente nella navata, in quella posizione che maggiormente asseconda l’acustica per raggiungere grandi folle, non rinuncia tuttavia al simbolismo: il baldacchino con la colomba dello Spirito Santo richiama, quasi con un’ epiclesi visiva, il mistero invisibile. E così la grande arte, nelle varie epoche, ci offre splendidi pulpiti, ricchi di catechesi.

  1. L’ambone e il pulpito nel segno della continuità

Una tentazione facile sarebbe quella di sottolineare la rottura tra il primo e il secondo millennio nel modo di proclamare la parola di Dio e presentare in antitesi l’ambone e il pulpito, quasi che il secondo non fosse altro che la corruzione del primo. In realtà, se vi sono caratteristiche e modalità alquanto diverse non si deve parlare di rottura nella sostanza della continuità dell’evento di Dio che sempre ha parlato e parla al suo popolo, mediante la predicazione ecclesiale. Il diverso modo di trasmettere al popolo la parola di Dio lo si potrebbe comprendere alla luce delle scelte del Concilio Tridentino, quando, mentre era interdetta la lettura diretta della sacra Scrittura, la Chiesa somministrava comunque la dottrina rivelata, attraverso la predicazione dei parroci e il catechismo a loro affidato. Non sempre infatti conviene offrire alle masse, impreparate o minacciate dall’eresia, la modalità migliore a livello di principio, ma pericolosa a livello pratico. Questa mediazione avvenne largamente nel secondo millennio con quella predicazione popolare, che trasmetteva ai popoli, che uscivano dalla barbarie, l’essenza di quella Parola che, non potendo leggere direttamente e correttamente, veniva conservata, interpretata e trasmessa dalla Chiesa, madre e maestra. E’ altresì evidente che la diversa partecipazione alla liturgia – più interna e diretta nel primo millennio, più esterna e delegata nel secondo millennio – si rispecchia nelle modalità stesse della predicazione. Ecco perché allora ambone e pulpito devono essere visti nel segno della continuità e una intelligente custodia dei pulpiti storici deve contrastare quella distruzione acritica ed affrettata, che li travolse negli anni dell’immediato postconcilio.

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