L’ORIENTAMENTO NELLA LITURGIA E LA PRASSI ATTUALE…

DON ENRICO FINOTTI

Assistiamo nelle nostre comunità cristiane ad un fenomeno ‘globalizzante’ per il quale la celebrazione liturgica sembra essere diventata l’unica manifestazione della vita della parrocchia e in essa entra con larghezza ogni genere di attività pastorale, a tal punto che l’edificio stesso della chiesa assomiglia ad un locale multiuso dove ogni iniziativa viene accolta senza alcun discernimento.

Si intende che con questa prassi l’orientamento ad Deum nell’esercizio del culto viene alquanto compromesso se non addirittura del tutto dimenticato.

Possiamo individuare le radici di questo squilibrio in tre cause concatenate tra di loro: l’invasione della ‘pastorale’ nel rito; lo scambio e la confusione degli ambienti; l’eccessiva accentuazione sociologico-umanitaria della celebrazione stessa.

1. L’ invasione della ‘pastorale’ nel rito: tutto e di tutto nella Messa

L’inserimento nella Messa di alcuni Sacramenti e sacramentali, se fatto con competenza e misura secondo le modalità stabilite nei libri liturgici, è conforme alla tradizione della Chiesa. E’diverso però il caso di attività tipicamente pastorali che non hanno carattere cultuale-liturgico e che devono essere realizzate nei tempi e negli ambienti loro propri. Infatti, attività pur a carattere religioso, ma attinenti alla cultura, allo spettacolo, al folclore debbono trovare spazio nei luoghi a ciò deputati: oratorio, sala conferenze, teatro, sagrato, ecc.

Nella Messa quindi succede di tutto: i riti sono modulati con estrema libertà a seconda della circostanza e con un totale asservimento al tipo di assemblea volta a volta convocata, senza più un chiaro senso del sacro. Anniversari, accoglienza di ospiti, discorsi di circostanza, consegna di riconoscimenti, testimonianze, piccoli intrattenimenti con i bambini, cartelloni, applausi, giornate sociali, associazioni di vario genere, raccolta di fondi a scopo umanitario, ecc. invadono l’Ordo Missae e ne alterano la struttura, l’equilibrio e la bellezza, infarcendolo di elementi estranei, di lungaggini noiose e di soggettivismi sterili.

Si è ormai dimenticata l’affermazione conciliare che la liturgia non è l’unica attività della Chiesa: La sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa (SC 9) e anche quella che afferma l’eccellenza della liturgia su tutte le altre attività ecclesiali: Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado (SC 7).

Si rende urgente una considerazione che aiuti a mettere ogni cosa al suo posto. E’ necessario ristabilire i giusti confini distinguendo il momento liturgico da tutto il resto e recuperando l’identità propria della liturgia che deve mantenere la sua natura cultuale e il suo ambito sacro in modo tale che da un lato la liturgia assolva degnamente al suo scopo e dall’altro le molteplici altre attività non invadano il territorio liturgico profanando il santuario, perdendo esse stesse la fonte della loro rigenerazione spirituale.

Coloro che volessero ancora sostenere che una simile libertà sia conforme allo spirito della riforma liturgica si scontrano con la nota affermazione conciliare che afferma: Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa…di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica (SC 22).

2. Lo scambio e la confusione degli ambienti: chiesa, oratorio, sagrato, teatro, piazza, ecc.

Non solo nelle nostre umili chiese parrocchiali, ma anche nelle cattedrali e in importanti basiliche, si tende ad ospitare ogni genere di manifestazioni che, pur conservando una certa relazione al sacro, non sono tuttavia atti propriamente di culto, ma piuttosto a carattere culturale, artistico e folcloristico.

Ciò si verifica quando nelle chiese si tengono concerti, recitals, drammatizzazioni, conferenze, tavole rotonde, congressi, ecc. Sembra ormai questa una scelta ritenuta opportuna, anzi un segno di apertura mentale, di incontro culturale, di accoglienza dei lontani e disponibilità degli ambienti ecclesiastici.  

La chiesa in questo modo non è più il luogo del silenzio, della preghiera e della meditazione, ma quella sala sociale dove succede di tutto. Per di più è diventata un’abitudine che nel luogo sacro si passi dai convenevoli iniziali al silenzio, limitato strettamente al tempo della celebrazione e subito rotto con immediatezza al termine di essa, sciogliendosi talvolta in un clima chiassoso da piazza.

Importanti valori vengono così oscurati, come il senso del sacro, l’orientamento a Dio, il clima dell’orazione, la dimensione personale della preghiera nel silenzio e nel raccoglimento.

In questa situazione che senso può aver avuto corredare le nostre parrocchie di importanti strutture pastorali: teatri, auditorium, oratori, sale di riunione e di catechesi, ambienti ricreativi, cortili, sagrati, ecc.? La tradizione della Chiesa, infatti, conosce nelle strutture ecclesiali diversi ambiti che proteggono l’ambiente liturgico e dispongono in modo distinto e conveniente i luoghi delle altre attività ecclesiali. Chiesa e struttura pastorale è un binomio necessario, che deve mantenere rigorosamente la distinzione e al contempo l’intrinseco legame.

Ci sono anche coloro che concepiscono la chiesa non tanto come casa di Dio nella quale Egli stesso è presente e convoca il suo popolo per il culto, ma come casa del popolo di Dio, luogo in cui la comunità si esprime in ogni sua manifestazione.

Ma quale potrà essere allora il significato della Dedicazione del tempio, come luogo santo, esclusivo per la liturgia e la conservazione e adorazione del SS. Sacramento?

E’ chiaro che coloro che crescono in una tale impostazione non comprenderanno assolutamente il senso dell’orientamento a Dio e la tipicità della preghiera e della sua più alta espressione, la liturgia. Essi non potranno far altro che incontrare sempre e solo ciò che ‘noi facciamo’ nella continua creatività e mutevolezza, senza poter accedere a ciò che Dio opera nel silenzio e nella sobrietà del suo mistero.

3. L’eccessiva accentuazione umanitaria del rito: rivolti solo all’assemblea con uno sguardo esclusivamente orizzontale

Anche il modo concreto di celebrare rivela quasi una ormai spontanea impostazione sociologica in ogni elemento rituale: la processione introitale soprattutto in certe celebrazioni solenni tende ad essere un passaggio tra la gente e un reciproco salutarsi anziché un incedere sacro del sacerdote che guarda all’altare e orienta ad esso lo sguardo di tutti i fedeli; i riti introitali sembrano ormai impiegati unicamente a ‘fare comunità’ e dopo eccessivi discorsi di saluto e di accoglienza gli elementi cultuali di accesso alla divina Maestà (come l’atto penitenziale) sono come travolti da un fiume esorbitante di parole e perdono totalmente la loro forza: ciò che emerge è il socializzare più che l’adorare. La liturgia della Parola è pure piegata ad un criterio antropologico sociologico che sconfina spesso in una espressione tipica della drammatizzazione e dello spettacolo; la sacralità dei riti che circondano l’ambone e l’evangeliario decade lasciando il posto di una comune comunicazione priva di respiro soprannaturale che non richiama l’incontro cultuale con il Signore presente che parla al suo popolo; l’omelia diventa un intrattenimento dialogico e di dibattito almeno con i bambini; la prece universale raccoglie senza regola un insieme di espressioni sentimentali e spontaneistici con contenuti ripetitivi e attenti solo ad una cronaca giornalistica e locale; la  processione offertoriale in certe occasioni si riduce ad un agglomerato di amenità portando presso l’altare qualsiasi cosa in un clima ormai totale di solidarietà filantropica senza alcun alito di offerta interiore  in unione al sacrificio di Cristo; la liturgia eucaristica scorre via veloce senza quella sacralità che le è conforme e la sua dimensione anabatica-ascendente sembra estinta in nome di una totale versione conviviale; i riti di congedo in analogia a quelli iniziali riprendono quello scambio di comunicazioni e quella libertà dell’incontro vicendevole che tanto assecondano la mentalità antropologica e tutto si risolve in un comune incontro umanitario, nel quale tuttavia sembra che il soprannaturale e il sacramento non abbiano più quel peso e quell’efficacia di grazia che dovrebbero emergere sovrani in una vera e autentica celebrazione della sacra liturgia. Infatti, tutti si trovano a loro agio al di là di quel indispensabile verifica che dovrebbe discernere in ognuno, il credente dal non credente, la vita di grazia  dalla vita nel peccato, il senso dell’eterno e della sua maestà e la visione terrenista, agnostica ed atea. Tale effetto non può essere certo scambiato per l’unità, la pace, la concordia, l’universalità e l’accoglienza richiesti dal Signore. Questa altissima meta in realtà passa attraverso il pentimento e la conversione che possono insorgere unicamente se i santi misteri sono celebrati nelle condizioni di fedeltà e di dignità che il Signore stesso ha stabilito e la sua Chiesa ha sempre richiesto.

CONCLUSIONE

Con tale prassi, assai diffusa, anzi considerata espressione di vivacità e di aggiornamento non è più possibile intravvedere un’educazione al senso del sacro, né parlare di orientamento ad Deum. Infatti ogni cosa è rivolta al mondo e ogni attenzione è riservata alla gente. Il conversare e il relazionarsi reciproco è prevalente e talvolta esclusivo. Di questo passo i fedeli che esprimessero ancora un desiderio di pietà e di intimità riflessiva ed adorante dovranno cercarlo fuori della liturgia diventata la celebrazione del nostro stare insieme, delle nostre feste e delle nostre attività. Il senso stesso di Dio e della sua misteriosa presenza svanisce. La presenza reale della SS. Eucaristia è del tutto ignorata e la stessa comunione diventa un rito simbolico e globale di tutti i presenti senza alcun discernimento. Ma quale potrà essere la formazione spirituale dei bambini e giovani che ancora frequentano, condizionati da simili liturgie e quali impressioni simili esperienze possono lasciare nella loro anima, qualora non trovassero più alcuna differenza tra la chiesa e il mondo, tra la piazza e la casa di Dio, tra il linguaggio corrente e quello dell’azione sacra?

“Non sembra che questo costume sia un progresso, non contribuendo assolutamente a una pastorale di qualità. Perciò occorrono dei seri correttivi, distinguendo gli ambienti (chiesa, sagrato, oratorio, teatro), definendo i confini delle diverse azioni ecclesiali (liturgia, spettacolo, socializzazione, folclore, ecc.). è inevitabile che ciò richieda maggior impegno e preparazione, tuttavia potrà garantire il frutto di una più sicura maturazione, di una più nobile celebrazione e di una più degna testimonianza”[1].

Il Signore però non abbandona la sua Chiesa ed è consolante che alcuni giovani, laici e sacerdoti, stiano riscoprendo il senso vero e sacro della liturgia e abbiano una spiccata e vigile attenzione ai veri fondamenti di una celebrazione liturgica secondo il cuore di Cristo nella perenne tradizione della Chiesa. Ad essi il nostro sursum corda per la nobile e grata missione di un autentico ritorno a Dio nel senso più profondo del conversi ad Dominum.

[1] FINOTTI, E.., Vaticano II 50 anni dopo, Fede&Cultura, 2011, p. 341

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