IL TEMPO ORDINARIO 4. Il tempo dei Santi

DON ENRICO FINOTTI

1.   Il “dies natalis”

Ogni giorno la Chiesa riporta nel martirologio il “dies natalis” dei suoi Santi, ossia il giorno della loro nascita al Cielo.[1] E’ questo, secondo la tradizione della Chiesa, il criterio scelto per stabilire ordinariamente la data della festa o memoria di un Santo[2].

Questa norma affonda le sue radici nella Pasqua settimanale e annuale, “dies natalis” del Signore stesso, perchè nella sua Pasqua Egli risorse da morte e inaugurò la nuova vita dei risorti. E’ questo il “giorno del Signore”, che la Chiesa celebra ogni domenica e nella solennità di Pasqua.

Il giorno della gloriosa e santa dipartita da questo mondo di ogni Santo è quindi, per analogia, idoneo a celebrarne la festa o la memoria.

Vi sono tuttavia tre eccezioni [3]: la nascita temporale del Signore (25 dicembre), quella di Maria SS. (8 settembre) e quella di S. Giovanni Battista (24 giugno). Per il Nostro Signore e per la SS. Vegine Maria, poi, si aggiunge anche una terza festa, quella della loro Concezione (25 marzo: Annunciazione; 8 dicembre: Immacolata).[4]

2.  Tempo libero per la celebrazioni del santorale

Nella prima parte dell’anno liturgico, dedicata a celebrare il mistero di Cristo, non ci sono molti giorni liberi per celebrare le feste e le memorie dei Santi, perchè gran parte delle ferie sono legate alla celebrazione del mistero del Signore.

L’estensione del tempo ordinario e la natura delle sue ferie permette, invece, una più ampia celebrazione dei Santi, non solo delle memorie obbligatorie e facoltative previste dal messale, ma anche di quei Santi che, non riportati nel calendario, sono tuttavia ricordati nel martirologio.

3.  Tempo connaturale alla celebrazione dei Santi

La celebrazione dei Santi particolarmente abbondante nel tempo ordinario non è motivata soltanto dal grande numero delle ferie libere, ma anche da una specifica connaturalità dei Santi col tempo liturgico.

Infatti i Santi sono frutto del Mistero Pasquale di Cristo e dell’opera santificatrice della Chiesa che lo attualizza.

Il tempo ordinario, che scaturisce dalla Pasqua e celebra l’azione evangelizzatrice, santificatrice e pastorale della Chiesa nel mondo e nel tempo, è liturgicamente il più idoneo alle feste dei Santi, frutti eccelsi della redenzione che sbocciano sull’albero della santa Chiesa.

4.  Le principali solennità e feste di Santi

E’ raccomandabile che alcune solennità o festività di Santi abbiano la dovuta sottolineatura in parrocchia.

In particolare:

19 marzo Solennità di s. Giuseppe

24 giugno Solennità della Natività di s. Giovanni Battista [5]

26 giugno Solennità di s. Vigilio (diocesana)

29 giugno Solennità dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

Lungo l’anno liturgico le feste degli Apostoli

29 maggio    Festa dei santi Martiri Sisinio, Martirio e Alessandro (diocesana)

29 settembre  Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele

Anche le memorie dei Santi del proprio diocesano conviene siano regolarmente celebrate.[6] 

Qualora nella chiesa vi fosse un altare laterale o altro luogo con l’immagine del santo di cui ricorre la festa o la memoria, sarà conveniente che nei riti di congedo della messa del giorno ci si rechi davanti all’immagine del santo per un atto di venerazione mediante un canto, l’incensazione e l’orazione propria.

Delle feste mariane si dirà in seguito, nel capitolo dedicato a Maria SS. nel tempo ordinario.

5.  Le indicazioni liturgiche relative al santorale

“La Chiesa nel corso dell’anno, celebrando il mistero di Cristo, venera anche con amore particolare la beata Maria, Madre di Dio, e propone alla pietà dei fedeli la memoria dei Martiri e degli altri Santi.

I Santi che hanno un rilievo universale si celebrano obbligatoriamente in tutta la Chiesa; gli altri, o sono elencati nel calendario per essere celebrati “ad libitum”, o sono lasciati alla venerazione di ciascuna Chiesa particolare, o nazione, o famiglia religiosa.

Le celebrazioni, secondo l’importanza che viene loro attribuita, sono denominate e si distinguono fra di loro così: solennità, festa, memoria.

Le solennità rientrano fra i giorni principali, la cui celebrazione inizia con i primi vespri, il giorno precedente. Alcune solennità hanno anche la messa propria della vigilia, da usarsi la sera del giorno precedente, qualora si celebrasse la messa nelle ore serali.

Le feste si celebrano nell’ambito del giorno naturale; quindi non hanno i primi vespri, a meno che si tratti di feste del Signore che capitano nelle domeniche “per annum” e del tempo di Natale e ne sostituiscano l’ufficio.

Le memorie sono obbligatorie o “ad libitum”; la loro celebrazione si compone con la celebrazione della feria secondo le norme esposte nelle Istruzioni generali relative alla Messa e all’Ufficio divino.

Le memorie obbligatorie che coincidono con le ferie della Quaresima si possono celebrare solamente come memorie “ad libitum”.

Se il calendario riporta nello stesso giorno più memorie “ad libitum”, se ne può celebrare una sola, omettendo le altre.

Nei sabati “per annum” si può fare la memoria “ad libitum” della beata Vergine Maria, purchè non coincida con una memoria obbligatoria”.[7]

6.  Il tempo dell’attesa del Regno

L’invocazione “Venga il tuo Regno”, che ogni giorno il cristiano ripete recitando il “Padre nostro”, diventa quanto mai accorata nelle ultime settimane del tempo ordinario, quando ormai l’anno liturgico si sta concludendo.

Il colore verde degli abiti sacri indica distensione dopo la fatica dei tempi forti, fedeltà al dono ricevuto , ma anche speranza e attesa del ritorno del Signore.

Il lezionario della messa e dell’ufficio delle ultime settimane propongono i libri dei Maccabei, il libro di Daniele, il libro di Zaccaria, la seconda lettera di s.Pietro, l’Apocalisse di s. Giovanni, e brani di altri profeti.  In queste pagine sono annunziati gli ultimi tempi e offerti i temi classici dell’escatologia biblica.

La penultima domenica “per annum” è la domenica della “fine del mondo” perchè si inizia la lettura del discorso escatologico del Signore, che continuerà nella messa dell’ultima settimana “per annum”.

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo porta a compimento il clima escatologico con la grandiosa visione profetica del ritorno del Signore sulle nubi del cielo con potenza e grande maestà. Egli verrà per il Giudizio ultimo e la definitiva e gloriosa instaurazione del suo Regno.

Anche il carme del “Dies irae”,[8] composto in origine da Tommaso da Celano per la prima domenica di Avvento,  nella quale si legge il discorso escatologico del Signore, assunto in seguito dalla Chiesa nella liturgia dei Defunti, è, ora, con la riforma del Vaticano II, diventato un possibile inno nell’ufficio divino dell’ultima settimana dell’anno liturgico. Questo fatto spiega il graduale e parziale passaggio delle tematiche escatologiche dall’Avvento, unico tempo in antico a celebrare la venuta nella gloria del Signore , alle ultime settimane del tempo ordinario.[9]  

L’anno liturgico si conclude in sintonia con l’Apocalisse, ultimo libro della Sacra Scrittura. Le sue parole finali interpretano i sentimenti del “Kyrios” che viene e della Chiesa che attende vigilante.

Alla voce dello Sposo che assicura : “Sì, verrò presto!”, la Chiesa-Sposa risponde : “Vieni, Signore Gesù! Amen”.

[1]        DIRETTORIO, n. 249: “La morte è il passaggio alla pienezza della vera vita, per cui la Chiesa, sovvertendo la logica e le prospettive di questo mondo, chiama il giorno della morte del cristiano dies  natalis, giorno della sua nascita al cielo, dove ‘non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate’ (Ap 21, 4); è il prolungamento quindi, in modo nuovo, dell’evento vita, poiché come dice la Liturgia: ‘Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo’”.

[2]        BERTI, p. 239: “Per far risaltare maggiormente il contenuto pasquale della santità dei suoi santi e delle sue sante la liturgia celebra le loro feste non nell’anniversario del giorno della loro nascita alla vita naturale, ma in quello della loro morte, del loro passaggio, della loro pasqua, che le introduce nella Pasqua eterna del Cristo glorioso. E’ questo il giorno vero della loro nascita perché è quello che coincide con il loro incontro col Cristo risorto, col loro ingresso nel regno glorioso dell’Agnello che siede sul trono ed è al centro della celeste Gerusalemme. E’ il giorno che la Chiesa chiama il ‘loro giorno natalizio’, della nascita alla vita di  Cristo risorto, della quale quella terrena non è che un preannunzio e una preparazione”.

[3]        CAMPANA, EMILIO, Maria nel culto cattolico, ed. Marietti, Torino, 1933, vol. I, p. 213-214: “Di regola ordinaria la Chiesa non festeggia mai il giorno della nacita di un santo. Ne riserva invece tutti gli onori al giorno della morte, che nel linguaggio liturgico è detto appunto ‘giorno natalizio’. Questo uso è antico quanto è antico il culto dei Santi, quanto è antica la Chiesa stessa. Il dies natalis di un martire per esempio nei più vetusti documenti e nelle iscrizioni sepolcrali datanti dalle origini del cristianesimo, altro non significa se non il giorno in cui quello suggellò col sangue la propria fede. Gli è un linguaggio perfettamente logico dal punto di vista della fede, la quale ci insegna che la nostra vera vita non istà nei pochi giorni contaminati di peccati ed innaffiati di lagrime e pasciuti di affanni che passiamo quaggiù in attesa della morte, ma nel possesso beato ed eterno di Dio in cielo. Dotati di un’anima immortale, destinati a riportare con Cristo un assoluto trionfo sulla stessa morte, noi nasciamo veramente non quando apriamo gli occhi alla luce di questo mondo, ma quando entriamo nella luce, non soggetta a tramonto, del mondo venturo. La Chiesa pertanto non festeggia la nascita temporale dei Santi, perché è persuasa che la presente più che vita deve dirsi morte. Fu perciò trovato giusto, e con fondamento, di fare delle eccezioni. Poche, ma ci sono. Tre in tutto. La prima riguarda Gesù Cristo, il quale nacque al mondo per iniziare l’era della universale riparazione, e piantare il regno della vita sopra quello della morte. Però anche per lui si commemorò prima la data della morte, che non quella della vita: la Pasqua è di più secoli anteriore al Natale. La seconda fu fatta e molto per tempo in favore di S. Giovanni Battista, perché anch’egli nacque in condizioni molto diverse dagli altri: la sua vita era il frutto di un grande miracolo, e di più egli entrava nel mondo già santo, mondato prima di nascere dalla colpa di origine, e ciò nel giorno in cui Maria s’era incontrata colla madre di lui Elisabetta. S’aggiunga c’egli entrava nell’esistenza incaricato in antecedenza da Dio, di precedere il Salvatore per preparargli le vie, istruendo il suo popolo, sì che fosse disposto a ricevere la remissione dei peccati.. Era dunque naturale che si facesse festa attorno alla sua culla. Ed a ciò la Chiesa si dovette sentir spinta anche dalla predizione dell’Angelo a Zaccaria: ‘E molti si rallegreranno della sua nascita’ (Lc 1, 14). La terza ed ultima fu fatta per Maria. Ultima si intende per ordine di tempo, e non di importanza. Poiché questa festa commemorativa della nascita della Madonna fu nel corso dei secoli trovata tanto rispondente al senso cristiano che irresistibilmente andò assumendo i più cospicui onori liturgici, e fu celebrata con slancio ed entusiasmo insuperati”.

[4]        * Gli Orientali celebrano anche la festa della Concezione di San Giovanni Battista il 23 settembre. Si comprende, tuttavia, perché il Signore e la Madonna abbiano la festa della loro Concezione, essi infatti già dal momento della concezione risplendono perfettamente della luce della grazia, il Cristo come fonte divina, Maria quale sua perfetta partecipazione e riflesso fin dal primo istante. San Giovanni Battista, invece, fu concepito nella comune eredità del peccato d’origine, ma fu santificato prima della sua nascita, nel seno della madre. Per questo, mentre trova motivo la festa della sua nascita temporale, lo ha meno la sua concezione.

[5]        RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, p. 105: “Tra le due date, del 25 marzo e del 25 dicembre, si inserisce poi la festa del precursore, Giovanni Battista, il 24 giugno, nel giorno del solstizio d’estate. La correlazione tra queste date appare ora come un’espressione liturgica e cosmica delle parole del Battista: Egli (Cristo) deve crescere, io devo diminuire. La festa del natale di Giovanni coincide con il momento dell’anno in cui il giorno comincia a diminuire, così come la festa del Natale di Cristo è l’inizio della nuova alba”.

[6]        RIGHETTI, vol II, p. 429.

[7]        Norme generali, n. 8-15.

[8]        SCHUSTER, I., Liber sacramentorum, Casale Monferrato, ed. Marietti, 1932, vol. II, p. 113: “Anche la nota sequenza Dies irae, dies illa del secolo XIV, prima che venisse posta in relazione coi defunti – mediante l’aggiunta del verso finale: Dona eis requiem. Amen -, soleva cantarsi prima del Vangelo (della prima domenica di Avvento), quasi a preparare gli animi alla terribile narrazione della catastrofe finale descritta da san Luca”.  Vol. IX, p. 83: “In origine questa sequenza, o Dies irae, era cantata nella prima domenica d’Avvento, in relazione cioè colla lezione evangelica della fine del mondo e dell’universale giudizio”.

[9]        Cfr. in questa pubblicazione, p. 107.

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