IL SIMBOLO NICENO-COSTANTINOPOLITANO E IL SIMBOLO DEGLI APOSTOLI OGGI

Le disposizioni della recente riforma liturgica romana di poter scegliere liberamente una o l’altra delle due formule del Simbolo (apostolico e niceno-costantinopolitano) pone alcuni problemi di natura rituale e prospetta dei possibili effetti collaterali:

1.  La recita in modo continuato (cioè in directum) dei due Simboli provoca confusione nei fedeli che non sono in grado di ritenere facilmente due formule così simili e al contempo diverse. In passato i fedeli recitavano il Credo apostolico, appreso dal catechismo e usato nell’orazione privata, mentre il Credo niceno-costantinopolitano era conosciuto solo in canto e in latino da quei fedeli che frequentavano la Messa principale della domenica. Dopo la riforma liturgica le cose si sono invertite: i fedeli hanno memorizzato il Credo niceno-costantinopolitano dovendolo recitare ogni domenica nella loro lingua, mentre hanno dimenticato in genere il Credo apostolico.

2.  Si può verificare la progressiva emarginazione di uno dei due Simboli in favore della formula più breve del Credo apostolico, considerato più adatto e comprensibile, essendo privo di quel linguaggio filosofico oggi ritenuto ostico. Già nelle celebrazioni pastoralmente più rilevanti sta emergendo l’ uso del Credo apostolico, potendolo anche eseguire in forma più libera mediante ritornelli intercalari.

3.  Potrebbe essere avallata di fatto un’ indebita sostituzione o alterazione della formula di fede ricorrendo a testi di privata composizione in nome di una presunta efficacia pastorale. Le frequenti proposte opzionali, infatti, e la grande varietà dei testi eucologici presenti negli attuali libri liturgici hanno creato una certa mentalità incline alla libera creatività, che in taluni casi coinvolge anche il Simbolo della fede.

Come superare questi disagi e allontanare questi pericoli?

E’ necessario intervenire con tre determinazioni:

1.  Stabilire per i due Simboli due diversi modi di esecuzione: il Credo niceno-costantinopolitano verrebbe recitato o cantato in modo continuato (in directum) oppure cantato in alternanza tra due cori o parti dell’assemblea, secondo la tradizione; il Credo apostolico, invece, sarebbe eseguito in modo responsoriale: il sacerdote o il solista o il coro propongono il testo e l’assemblea risponde con una acclamazione di adesione (ad es. Credo, oppure con le espressioni evangeliche: Io credo, Signore! [Gv 9, 38] o Credo, Signore, ma aumenta la mia fede [ ], ecc.). Questa seconda modalità non è nuova, ma rimanda alle interrogazioni battesimali costituite fondamentalmente dalle tre parti del Credo apostolico, rivolte ai catecumeni immediatamente prima del loro battesimo, come avviene ancor oggi nelle promesse battesimali.

2.  Limitare l’uso dei due Simboli a specifici tempi liturgici. Il tempo pasquale potrebbe essere il più adatto all’uso del Credo apostolico, che, già sostanzialmente inaugurato nelle promesse battesimali della Veglia pasquale[1], potrebbe continuare ad essere proposto nelle domeniche di Pasqua quale eco della santa notte e come la forma più consona, sia per i neofiti, che in questo tempo compiono il loro itinerario mistagogico, sia per l’intero popolo di Dio, che avrebbe modo di conoscere l’antico simbolo battesimale di Roma. Infine, con la veglia e il giorno di Pentecoste potrebbe essere ripreso il grande Credo per esprimere come lo Spirito Santo introduca la Chiesa nella pienezza della verità, conducendola verso una sempre più profonda maturità dottrinale.

3.  Ribadire la necessità che il Credo niceno-costantinopolitano sia coralmente cantato almeno nelle grandi solennità liturgiche secondo il modo classico, in lingua latina e con la melodia gregoriana. Questa forma dovrebbe diventare usuale in tutta la Chiesa (latina), come l’espressione più compiuta e solenne della professione della fede nelle grandi feste liturgiche e circostanze singolari. Le nuove generazioni dovrebbero venir educate a comprendere, gustare e amare questo tesoro liturgico, abbandonando ormai luoghi comuni e sterili surrogati che non sono più credibili ed efficaci in ordine ad un alto profilo di fede e di cultura sempre più reclamati proprio dalle menti più preparate e sensibili delle nuove generazioni.

Con tali orientamenti di disciplina liturgica si potrebbe evitare da un lato che la compresenza delle due formule, resa possibile nel vigente Messale, venga di nuovo eliminata a causa delle difficoltà esecutive e dall’altro che il Credo ‘grande’ possa essere gradualmente dimenticato dall’assemblea liturgica. Potrebbe infatti succedere per il Credo niceno-costantinopolitano quello che già è avvenuto per il Canone Romano: le libertà opzionali verso i nuovi Canoni, non sufficientemente disciplinate, hanno portato da molte parti ad una sua totale estromissione al punto da essere ritenuto non più adatto e diventare di fatto ormai sconosciuto per la maggioranza dei fedeli.

 

[1] Mentre la prima e la terza domanda nelle promesse battesimali riporta in modo integrale il Credo apostolico, la seconda è alquanto abbreviata. Una più ampia integrazione è stata fatta con la recente riforma liturgica, ma si potrebbe completare il testo in modo che l’intero Credo apostolico vi sia contenuto integralmente.

 

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