LA RECITA DEL CREDO NELLA MESSA

 

A CURA DELLA REDAZIONE

Un sacerdote di passaggio nella nostra parrocchia ha osservato che l’assemblea recitava con difficoltà il Credo e noi gli abbiamo spiegato che non lo si recitava più da qualche anno, perché la gente non lo capisce. In alcune occasioni proponiamo altre formule alternative: è una cosa opportuna ?

E’ per tutti chiaro che nessuno può riscrivere i testi della Sacra Scrittura, che hanno Dio stesso come autore. Ma è altrettanto evidente che neppure i testi liturgici possono essere modificati o sostituiti, in quanto esprimono la fede della Chiesa e non le opinioni private. In particolare alcuni testi fondamentali esigono un rispetto totale e una pronunzia fedelissima e letterale. Si tratta delle formule sacramentali e della professione di fede. Tali testi essendo essenziali e sintetici richiedono formulazioni e termini del tutto precisi e definiti. L’omissione, la sostituzione o l’ alterazione di essi o di qualche loro parte incrina non poco l’oggettività del loro contenuto e l’integrità del pensiero espresso. Talune modifiche rischiano di mettere in questione non solo la liceità, ma anche la stessa validità. La formula della Professione di fede fa parte di questi testi sensibili ed estremamente delicati nella loro formulazione.

Si pensi alla secolare e difficile elaborazione del Credo nei primi Concili con tutte le vicende anche drammatiche che vi furono connesse. Non è possibile quindi che chiunque con superficialità, incompetenza e irresponsabilità intacchi il Credo apostolico, o quello niceno-costantinopolitano.

Il Credo, infatti, non si riscrive, né si sostituisce, né si altera, ma si spiega

Esso va consegnato a ciascun cristiano e all’intero popolo di Dio in linea con quella consegna liturgica che nell’antichità proteggeva la sacralità degli articoli di fede con la legge dell’arcano: una formula ricevuta e restituita con rigore che la Chiesa sempre conserva con meticolosa precisione. Occorre allora elevare il popolo alla liturgia e non piegare a tal punto la professione di fede da ridurre o snaturarne i contenuti. Infatti, se il sale della fede perdesse il suo sapore puro ed integro, non potrebbe più salare la vita del cristiano, perché la forza della parola di Dio sarebbe destituita di vigore, inquinata dalle opinioni degli uomini. Anche i bambini nell’iniziazione cristiana devono ricevere con gradualità l’intera professione della fede memorizzando anche contenuti non pienamente e subito comprensibili, ma che potranno essere spiegati e compresi con la crescita nelle età e nella riflessione successive. Come il Pater viene insegnato ai bambini ancora piccolissimi, pur essendo un testo mai del tutto compreso neppure da adulti, così il Credo viene impresso nella memoria fervida del bambino, che lo accoglie con semplicità e fede come base di un itinerario di fede, che si svilupperà nell’arco dell’intera vita.

I pastori devono aver l’umiltà di dar credito all’opera della grazia e non porsi a schermo dell’opera di Dio

Essi non sono chiamati a trasformare le menti e i cuori, ma ad annunziare con purezza e trasparenza la Parola di Dio, che ha nel Credo l’espressione più breve e più sintetica, come un pozzo senza fondo, ma con argini ben delimitati e contenuti ben definiti. Consegnato il Credo come norma della fede per ogni credente, spetta a Dio far fruttificare il dono celeste, come afferma S. Paolo: “Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1 Cor 3, 7).

 

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