LA BALAUSTRA

A CURA DELLA REDAZIONE

In moltissime delle nostre chiese la balaustra non esiste più e il presbiterio si presta all’accesso di tutti, che non sempre rispettano l’altare, rendendolo supporto delle cose più varie: spartiti nei concerti, indumenti nelle pulizie, proiettori nei recitals, ecc. Ogni osservazione in merito dà fastidio e si subisce l’ironia anche di qualche sacerdote. E’ giusto?

Uno degli abbagli più estesi del post-concilio è stata l’eliminazione della balaustra. Un errore considerevole sul piano storico, liturgico, dottrinale, artistico e pastorale. La distinzione tra la navata e la zona sacra dell’altare è sempre stata presente in tutta la tradizione liturgica sia orientale come occidentale: la pergula, i plutei, i cancelli, le transenne in epoca paleocristiana, l’iconostasi nell’oriente.  La balaustra è l’ultima espressione di tale elemento resa universale dal Concilio Tridentino. È assolutamente falso sostenere la sua eliminazione ricorrendo al Concilio Vaticano II, infatti anche la recente introduzione alla terza edizione del Messale Romano (2000) al n. 295 afferma «(Il presbiterio) si deve opportunamente distinguere dalla navata della chiesa per mezzo di una elevazione, o mediante strutture e ornamenti particolari…». La balaustra è pure ‘la mensa’ a cui i fedeli in ginocchio si accostavano a ricevere il SS. Sacramento. Ora tale modo di accostarsi alla comunione è sempre stato previsto dalla Chiesa ed è riproposto pure nella 3° edizione (2000) del Messale Romano, n. 160: «I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi…»; così anche nella Istruzione della Congregazione del culto divino Inestimabile donum (1980) n. 11: «la comunione può essere ricevuta dai fedeli sia in ginocchio, che in piedi». Quindi togliere la balaustra implica una lesione su diversi piani:

1.  Liturgicamente l’altare deve essere protetto e difeso per non consentire un accesso facile e banale e deve venire adeguatamente tutelato il senso della sua sacralità (Cerimoniale dei Vescovi, ed. 1984, n.50). Deve essere aperta per di più la strada ad altri modi di ricevere la santa comunione come quello sempre previsto di porsi in ginocchio alla balaustra.

2.  Storicamente le chiese devono mantenere le caratteristiche delle varie epoche e dello sviluppo successivo delle varie modalità del celebrare la liturgia, evitando di distruggere i segni della espressione storica della liturgia, imponendo sul vuoto realizzato visioni attuali non sperimentate, rivedibili e prive ancora di una adeguata maturazione.

3.  Artisticamente molte balaustre sono state progettate in composizione armonica con l’altare, riproponendo marmi e stile identici all’altare che circondano, costituendo un insieme di alto livello artistico monumentale. La loro rimozione implica spesso una alterazione grave della spazialità e dei diversi piani architettonici. Molte realizzazioni in chiese storiche sono di dubbio valore e rivelano fretta sconsiderata e impreparazione: questi presbiteri ingombrati da forme e masse indefinibili attendono solo la loro futura rimozione.

4.  Teologicamente deve essere evidente nell’architettura della chiesa la natura gerarchica della celebrazione liturgica: il ministero ordinato sta in modo essenzialmente diverso dall’assemblea dei fedeli davanti al Mistero, agendo in persona Christi Capitis. Quindi non solo mediante l’abito liturgico si devono distinguere i ministri ordinati, ma, secondo la tradizione, anche mediante un luogo loro proprio (il presbiterio), evidentemente distinto dalla navata. Ridurre tale espressione architettonica significa regredire nell’identità dottrinale della fede e rendere meno intelligibile agli occhi dei fedeli la natura gerarchica del popolo di Dio.

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