IL DIRITTO LITURGICO NELLA RIVELAZIONE seconda parte

Dio parla a Mosè dal roveto ardente – Sandro Botticelli  1482 – Cappella Sistina, Vaticano

 

DON ENRICO FINOTTI

Ma il diritto liturgico è una creazione romana, o, come oggi si dice, un’inculturazione operata dalla Chiesa di Roma, oppure ha radici più remote?

Il diritto liturgico ha le sue origini nella stessa Rivelazione, anzi è radicato fin dalla Creazione. Il diritto liturgico insomma è stabilito da Dio stesso che consegna all’uomo il modo giusto di adorarlo e di rendergli un culto gradito ed efficace.

Nel comando che Dio fin dal principio diede all’uomo «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen 1,17) é integralmente già contenuta la sostanza del diritto liturgico, che nella successione dei secoli subirà molteplici sviluppi e determinazioni, quali applicazioni diversificate e contingenti nelle mutevoli situazioni storiche e culturali dell’umanità.

All’uomo non è consentito servire il Signore ‘a ruota libera’, ma soltanto osservando quelle leggi che il Signore stesso ha posto alla libertà dell’uomo per riguardo all’immensa dignità divina del Creatore e per l’autentica salvezza dell’uomo stesso, sua creatura.

L’intera vita di Adamo, appena uscito dalle mani del Creatore, doveva essere un culto integrale, soave e gradito a Dio; ma la condizione di questo gradimento era l’adorazione, che Adamo doveva al suo Creatore, non tentando di usurpare la Sua maestà divina, pretendendo di stabilire da se stesso il bene e il male, ossia mangiando indebitamente del frutto dell’albero della vita.

Questa regola (Canone), originale e imprescindibile, stabiliva il diritto liturgico per tutti i tempi: l’adorazione, ossia l’obbedienza totale, nobile e filiale della creatura al Creatore.

Adamo avrebbe dovuto rendere a Dio un culto secondo ciò che Dio stesso aveva stabilito in modo che i diritti di Dio e i diritti dell’uomo fossero nel giusto equilibrio, per la gloria di Dio e la felicità dell’uomo.

‘Essere come Dio’ fu in realtà un voler celebrare il culto in affronto a Dio, senza Dio, al posto di Dio. Qui sta il crollo originale della liturgia, che coincide col crollo di tutta l’esistenza dell’uomo. Un rapporto errato con Dio, ossia un culto sbagliato inquina e debilita tutto il panorama della vita dell’uomo e dell’universo a lui affidato e sottomesso.

Ogni abuso liturgico, ossia ogni culto inventato dalla fragile ed effimera creatività dell’uomo senza alcuna obbedienza alle disposizioni divine, ha nel peccato originale il suo referente sorgivo.

Questo ruolo divino nel disporre il diritto liturgico si manifesta con crescente eloquenza e magnificenza in tutto il corso della successiva storia della salvezza.

Già Mosè nella sua risposta al faraone d’Egitto dichiara la competenza esclusiva di Dio nell’indicare le modalità per tributargli un culto legittimo: «Andremo nel deserto, a tre giorni di cammino, e sacrificheremo al Signore, nostro Dio, secondo quanto egli ci ordinerà!» (Es 8, 23).

Poi sul monte Sinai la legislazione liturgica che Dio consegna a Mosè è alquanto estesa e precisa anche nei particolari: «Guarda – disse – di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte» (Eb 8, 5; Es 25, 40).

Tale legislazione è descritta con cura in ben sette capitoli del libro dell’Esodo (Es 25 – 31). Anche la concreta realizzazione delle disposizioni liturgiche ricevute da Dio sul Sinai occupa ben sei capitoli interi (Es 35-40). L’intero libro del Levitico riguarda le norme e l’organizzazione del culto. Ulteriori determinazioni della legislazione liturgica occupano consistenti parti di alcuni libri biblici (es. Nm 28-30; Dt 12. 15. 16; ecc.).

Tutte queste indicazioni divine saranno rese operative nella lunga marcia del popolo errante nel deserto, che appare quanto mai simile ad una processione in tutto conforme alle norme sacre di un diritto liturgico stabilito da Dio, che avrà il suo apogeo nella presa di Gerico (Gs 6, 1-16).

Giunti nella terra promessa e terminata la vita nomade si sa quanta cura Davide e il figlio Salomone abbiano impiegato nella costruzione del tempio e nell’organizzazione delle solenni celebrazioni liturgiche (1 Re 5-9; 1 Cr 22-26; 2 Cr 1-8).

Ebbene possiamo affermare, senza tema di esagerazione, che l’intera vita del popolo eletto è impostata sul diritto liturgico, rivelato da Dio sul Sinai e attuato da Mosè, da Davide, Salomone e dalle classi sacerdotali (1 Cr 24) fino all’avvento del Messia. In particolare, le modalità della ricostruzione e dedicazione del tempio da parte dei fratelli Maccabei testimoniano quanto sia fondamentale l’osservanza del diritto liturgico in piena continuità con la tradizione dei padri (2 Mac 10, 1-8).

Nella pienezza dei tempi il Signore Gesù in persona interviene con estremo rigore nella purificazione del culto e del luogo santo: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» (Gv 2, 13-22). Egli ammonisce i suoi ascoltatori affinché non sostituiscano il culto stabilito da Dio con «un imparaticcio di usi umani» (Is 29, 13): «Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt, 15, 9).

Il Signore insomma vuole che i suoi discepoli, ritornino al vero culto delle origini ed esige che tale culto, sulla scia dei profeti, sia autentico: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15, 8).

Sarebbe non conforme a verità ritenere che il Signore abbia semplicemente abolito le forme del vero culto stabilito da Dio, in nome di una creatività spontaneistica del tutto aliena dalla Rivelazione biblica. Infatti Egli venne per purificare il culto e riportarlo alla santità delle origini, ma non per abolirlo o spogliarlo di quelle leggi che sono il riflesso stesso della legge eterna di Dio: «Non sono venuto per abolire ma per dare compimento» (Mt 5, 17).

Il Signore, stabilendo la sostanza del Sacrificio e dei sacramenti, fissa le linee portanti del diritto liturgico, che poi saranno ulteriormente esplicitate dalla Chiesa. Senza l’osservanza di questo diritto sostanziale e originario si annichilisce l’azione salvifica di Cristo verso di noi. Senza tale diritto divino, che definisce i ‘santi segni’ nella loro oggettività, i gesti salvifici (sacramenti) del Salvatore cadono nel nulla e il Suo Sacrificio incruento si riduce appena ad un vago ricordo psicologico di un evento passato. Senza un preciso diritto liturgico il rito diventa evanescente, liquido, indefinito ed anche il suo contenuto evapora in un soggettivismo sterile e deviante. 

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