IL SIGNIFICATO DEI ‘SANTI SEGNI’ – seconda parte

A CURA DELLA REDAZIONE  –   11 maggio 2018

  1. Quali sono le direzioni dello spazio celebrativo e l’origine simbolica di ognuna di esse?

Guardini esprime le tre dimensioni dello spazio con queste parole: “Lo spazio naturale ha delle direzioni: le tre che conosciamo. Esse indicano c’è spazio ordinato, non caos. Ordine del contiguo, del sovrapposto, del sottoposto”.

L’autore con brevi accenni raccoglie l’intero universo simbolico di tutta la tradizione religiosa dell’umanità e in particolare quella della liturgia della Chiesa. Ed ecco le tre direzioni liturgiche che orientano l’intera ritualità:

– l’edificio della chiesa è orientato da occidente a oriente. Essa guarda a Oriente per scorgere la venuta escatologica del Signore, ma anche per ricevere luce e calore da Colui che risorto e glorioso ormai riempie il tempo e adombra il pellegrinaggio terreno del suo popolo.

– Il santo Vangelo è proclamato dal diacono guardando a nord, la direzione del freddo. La parola evangelica parte dal calore del sud e mira a riscaldare con il fuoco della verità il gelido clima di quelle parti del mondo che gemono nei rigori del peccato e della morte. La direzione sud-nord è quella che ispira la posizione del vangelo sul corno sinistro dell’altare dove è annunziato guardando la parete nord della chiesa.

– Infine la direzione dall’alto al basso e viceversa. Si tratta dell’offerta che il sacerdote eleva in alto dove sta la divina maestà, oppure della benedizione che si abbassa per donare la grazie che scende dal trono di Dio. Sacrificio e sacramento stabiliscono l’anelito verso le altezze e la discesa della misericordia redentrice che ha nel sacramento la sua applicazione personale ad ogni fedele.

Qual è oggi la considerazione degli spazi liturgici? Si distingue adeguatamente l’atrio per i catecumeni col battistero posto all’ingresso, la navata come luogo dell’assemblea dei fedeli, il presbiterio riservato ai ministri ordinati? Oppure tutto è scomparso nell’indefinito, in nome una libertà creativa, priva ormai di ogni referente tradizionale e teologico?

  1. Perché mai il nome di Dio è anche un ‘santo segno’ ?

Il nome di Dio è un segno santo perché rivela e contiene l’essere di Dio la sua identità profonda. Infatti quando Dio rivela a Mosè il suo nome dice: Ego sum qui sum. Il nome, possiamo dire, è tutto un programma. Qui c’è Dio con la sua identità personale: l’essere in se stesso e nella assolutezza di sé, senza limiti e necessità, perfezione assoluta ed eterna. Anche il nome dell’uomo, fatto ad immagine di Dio, ne rivela la sua persona e le profondità del suo essere, dal quale scaturisce il suo stesso progetto di vita. Così l’uomo è invitato da Dio a individuare, mediante l’assegnazione del  nome, l’identità propria di ogni altra creatura a lui affidata. Vi è quindi nel nome la corrispondenza tra l’essere della cosa e la sua conoscenza nella mente di chi la nomina, La parola quindi non è un suono casuale e funzionale. Ma un segno santo rivelativo delle profondità dell’essere e della tipicità di ogni essere. Così l’uomo conosceva in senso proprio ogni cosa nel paradiso terrestre. Il peccato ho oscurato la mente e ottenebrato l’intuizione profonda dell’uomo decaduto e la parola è diventata fragile come la luce fioca della mente ferita. Su questo percorso post-lapsario l’uomo ha gradualmente perduto la profondità dell’essere e si è fermato superficialmente al suono esteriore della parola, che non rivela più il mistero della persona o della cosa, ma indica numericamente la quantità delle cose, come uno scambio commerciale di monete. Il nome non evoca più il rispetto e non protegge più l’identità spirituale del suo essere, ma lo marchia per un uso materiale a servizio di una mera organizzazione sociale e una ignobile produzione economica. Afferma il Guardini; “La parola nome non stringe ormai più per lui, in un’unità vivente, l’essenza della cosa all’essenza dell’uomo…La parola rimane confusa, enigmatica, egli sente dolorosamente che il paradiso è perduto”. La rivelazione del Nome sul Sinai, l’imposizione del santo Nome a Gesù e il nostro nome, datoci nel battesimo, indicano quel cammino a ritroso, che intende restaurare il senso sacro e vero del nome di Dio e anche del nome dell’uomo, immagine di Dio. L’invocazione comandata dal Signore: Sia santificato il tuo nome, vuole impostare la preghiera dei suoi discepoli e dell’intera umanità verso il ritorno a quel paradiso perduto, dove il Nome di Dio, quello dell’uomo e di ogni cosa aveva lo splendore della verità e l’onore della dignità. Tale restauro ha in Cristo ha la primizia e nella Chiesa il suo germe e inizio.

Con quale serietà si pronunzia il nome di Dio e si esercita il culto a Lui dovuto? E con quale coscienza e scienza si impone il nome di battesimo ai figli di Dio?

  1. Cambiamento o approfondimento dei ‘santi segni’?

Nella Premessa ai Santi segni Guardini dichiara con precisione il suo intento. Non si tratta di cambiare i santi segni, di sostituirli, di ricrearli, di inventarne di nuovi. Infatti questi segni sono talmente universali e intuitivi, che rimangono perenni nel loro valore e insostituibili nella loro espressione formale. Si tratta invece di comprenderne il significato e scendere in profondità per coglierne il contenuto intrinseco, naturale e spirituale. Non tanto una creatività del nuovo, ma una riscoperta dell’esistente. Egli afferma: “Qui dobbiamo iniziare il rinnovamento. Non distruggere l’ ‘invecchiato’ e trovare il ‘nuovo’. Le grandi parole e le grandi forme della Chiesa scaturiscono dalle profondità essenziali. Cosa mai deve essere qui mutato? Puoi forse modificare la struttura della ruota o quella del martello?Esse sono corrispondenti all’essenza; appena sono viste, sono anche foggiate, e rimangono…Molte delle parole e delle forme della Chiesa sono di questo genere. Ci è possibile però un’altra cosa: ‘ridar loro il proprio senso’. Cioè: vedere la realtà che dietro di esse giace. Rivivere ciò che si pronunzia. Allora le forme si svolgeranno dall’interiore pienezza. Questo libretto vorrebbe esser di sussidio a tale scopo” (p. 122).

Conclusione

Certamente il movimento liturgico crescente e via via sempre più diffuso ha coinvolto Guardini nel considerare la liturgia e la sua riscoperta teologica insieme alla sua migliore attuazione rituale e pratica. Credo che il giudizio espresso dal benedettino Cipriano Vagaggini nell’assistere alle discussioni conciliari riguardanti la riforma liturgica[1] sia stato condiviso ante litteram dal Guardini. Egli intuisce il ruolo-guida che la liturgia avrebbe dovuto avere sempre più, ma non tanto nel mutamento delle forme rituali, quanto piuttosto per esigenze interiori alla migliore teologia, che doveva imboccare la strada della mistagogia dei Padri. Una dogmatica, che aveva la sua base non solo nei principi metafisici, né esclusivamente negli eventi della Rivelazione positiva biblica, ma anche in quella realizzazione oggettiva e sacramentale dei mirabilia Dei che la Chiesa da sempre attua  nella sua liturgia. In tal senso le conquiste della migliore Scolastica e la genialità di S. Tommaso D’Aquino, senza deflettere in alcuna loro sostanziale acquisizione, si arricchiva della teologia mistagogica dei Padri, che a loro volta saldavano il pensiero e la prassi liturgica dei secoli con l’eredità apostolica e biblica. Tutto questo fa’ in modo che negli scritti del Guardini non venga mai meno la saldezza e il rigore della dogmatica perenne e classica, nel mentre si accede con singolare competenza e senso della tradizione alla modalità sacramentale-mistagogica dei Padri. Questo è stato l’intento, il progetto e la realizzazione sottesi all’ecclesiologia sacramentale della Costituzione dogmatica Lumen gentium. E’ evidente che due opere quali Lo spirito della liturgia e I santi segni uniscano in modo mirabile la teologia e la ritualità in una continua circolarità in cui nel mentre si argomenta teologicamente si rimanda alle leggi e ai simboli del rito e nel mentre si spiegano i ‘santi segni’ si esige un continuo interiore e trasversale rimando alla teologia. Questo mi pare il genio del Guardini e la sua consonanza con le scelte del Concilio Vaticano II.

 

[1] Ecco una considerazione che ha potuto fare con soddisfazione ogni liturgista che ha avuto la fortuna di assistere alle discussioni conciliari in questa materia: la visuale liturgica è ormai una forza travolgente nella Chiesa e tutta compenetrata con il movimento pastorale, missionario, spirituale, ecumenico, teologico: i grandi movimenti, che animano in questo momento il mistico Corpo di Cristo. Per coloro che hanno fin qui considerato la liturgia e il movimento liturgico come cose molto marginali nella vita della Chiesa, l’assistenza a quelle discussioni avrà avuto valore di ‘rivelazione’.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *