LA ‘GRAVITÀ SACERDOTALE’ SECONDO IL BEATO ANTONIO ROSMINI – prima parte

don Enrico Finotti

3 maggio 2018

La gravità sacerdotale, sia nella celebrazione, sia nella vita ordinaria del clero, soccombe rovinosamente man mano che avanza la secolarizzazione e il mondo entra nel santuario e nello stile di vita dei sacri ministri.

Il beato Antonio Rosmini in una delle sue Conferenze sui doveri ecclesiastici (XI)[1], già rileva le insidie e ne indica le cause che oscurano questa nobile virtù. Le sue analisi sono di estrema attualità e ci mostrano quanto siano ormai lontani dall’attuale vita ecclesiale i principi e i comportamenti che avrebbero dovuto difendere e assicurare quello stile di gravità sacerdotale che non è altro che lo specchio esteriore della santità interiore.

Nell’ XI Conferenza – Della gravità sacerdotale[2]Rosmini  esordisce affermando:

Il sacerdote è l’uomo di Dio: perciò egli de­ve essere distaccato da tutte le cose della terra… Il quale distacco si ottiene dal sacerdote col disprezzo delle ricchezze e dei piaceri, colla mortificazione, coll’umiltà e coll’ubbidienza…     Ma ottenuto questo distacco del cuore da’ beni terreni, e quest’unione costante dell’anima con ciò che è divino, avviene, che anche al di fuori si manifesti e rifulga l’interna santità del sacerdote nella gravità del suo contegno, e della sua umana conversazione, e nel buon esempio…

Il grande pensatore, nella prima parte della Conferenza riflette sulle ragioni della gravità sacerdotale, che ha nella santità la sua più alta e vera motivazione:

Perché il sacerdote dev’essere santo

…se per gravità noi intendiamo quel contegno ammoderato e giusto e pieno di costanza e di mo­destia e di ragione, che nasce e splende in tutto l’essere e l’operare del sacerdote, quando egli è in Dio fermamente fondato e radicato; chi non vede che la gravità del sacerdote è una conseguen­za della sua santità? Il sacerdote deve esser san­to, dunque egli deve esser grave: perocché quan­do il sacerdote é santo, vengono tutti i suoi pen­sieri, le sue parole, il suo portamento, i modi del suo operare, atteggiati in si fatta guisa, che riscuotono amore, incutono pensieri di Dio, ec­citano riverenza, conciliano autorità.

Ma il luogo nel quale il sacerdote attinge in modo sommo la gravità sacerdotale e nel quale la manifesta nel suo grado massimo è l’altare, soprattutto nell’atto sublime  della rinnovazione incruenta del Sacrificio della Croce:

Perché deve celebrare all’altare

Ma come ci formeremo una giusta idea della gravità di un sacerdote di Cristo? Bisogna che noi consi­deriamo questo ministro dell’Altissimo in sul­l’altare, nell’atto di  celebrare i  divini misteri.  Tutto nel tempio del Signore, nelle auguste cerimonie, ne’ mistici riti della Chiesa, inspira gravità, religioso decoro, spirituali concepimenti che sollevano l’uomo dalla terra al cielo. 11 canto stesso che usa la Chiesa nelle sacre fun­zioni, il solenne prolungato suono dell’organo, le vestimenta simboliche, gli arredi, la maestà de’ vari ordini de’ leviti, le diverse parti del tempio e la loro destinazione, il Sancta Sancto­rum, il tabernacolo, l’altare, su cui il celebrante opera de’ prodigi ineffabili che niente hanno di terreno, co’ quali egli apre il cielo e ne fa di­scendere l’Agnello immacolato, che non cessan­do di viver glorioso alla destra del Padre, di nuovo s’immola a salvazione della terra; tutto insomma incute un timore, un sacro orrore, tut­to è sublime, grande e divino. I1 sacerdote sta circondato dalla maestà del Signore, attornialo dagli Angeli, che invisibili adorano ciò che egli ha nelle sue mani…

Ora quel sacerdote, che in sull’altare, depo­ste quasi le condizioni mortali, prende una cotal forma divina, è quegli stesso sempre, anche quan­do scende dal monte santo, anche quando è uscito dal tempio del Signore. Non cessa egli mai di essere un sacerdote del nuovo Testamen­to: Tu es sacerdos in aeternum; immagine di Cristo, rappresentante di Cristo, operatore di prodigi in cielo e in terra (che non v’hanno mag­giori prodigi di quelli della consacrazione del pane e del vino, e del rimettere i peccati). Ovunque egli sia, ovunque egli vada, il suo sa­cro carattere, la sua dignità l’accompagna: egli non la può depor mai questa dignità, egli non la può mai staccare da sè, perocché l’Onnipo­tente l’ebbe impressa indelebilmente nell’anima sua, ve l’ebbe suggellata col suo suggello; e co­me l’uomo non può mai distaccarsi dalla sua propria anima, perocché l’anima sua è egli stes­so, e non può mai staccarsi da se stesso, cosi il sacerdote non può mai dipartirsi e staccarsi dal­l’eterno segnacolo impresso indelebilmente e scolpito nell’essenza dell’anima sua, dal caratte­re che forma il suo sacerdozio.

Or come sarà dunque possibile che il sacer­dote pure se ne dimentichi? come sarà possi­bile, che il sacerdote perda la coscienza di sua grandezza, e disimpari la riverenza che deve a se stesso? come sarà possibile che quel mini­stro del Signore, che la mattina in persona del Signore distese le sue mani e offerì all’Eterno Padre l’incruento sacrifizio dell’immacolato di­vino Agnello, poche ore dopo non senta ripu­gnanza a dimostrarsi nel suo contegno frivolo, volgare, inconsiderato, privo del sentimento del­la decenza, se non anche dominato da cieche passioni?

Veramente la celebrazione del culto divino all’altare di Dio, soprattutto l’offerta del Sacrificio incruento, è, secondo la nota espressione del Concilio culmen et fons (SC10), il culmine e la fonte della gravità sacerdotale, che da questi atti sublimi, compiuti in persona Christi, avvolge fin nell’intimo il sacerdote conformandolo al Sommo Sacerdote, Cristo Gesù, e discende poi dall’altare investendo col suo profumo celeste ogni altro atto della vita sacerdotale.

Sebbene la gravità sacerdotale sia un comportamento esteriore e visibile, tuttavia essa è vera, solida e autentica se ancor prima è presente e viene continuamente alimentata nelle profondità interiori dell’anima del sacerdote:

Gravità interiore e difetti contrari ad essa

Sebbene per «gravità» comunemente s’intenda la composizione esteriore della persona, tuttavia… ella adorna tutto il sacerdote: è interna ed esterna.  Il sacerdote di Gesù Cristo deve essere pri­ma grave davanti a se stesso, debbono essere gravi i suoi pensieri, i suoi affetti: poscia egli deve esser grave innanzi agli altri, gravi esser debbono le sue parole, grave il suo vestire, gra­ve il suo conversare … Il sacerdote avrà in se stesso la gravità in­teriore, se sarà grave ne’ suoi pensieri, ne’ suoi all’etti, se nella sua mente dominerà Iddio e la immutabile parola di Gesù Cristo; se questa pa­rola abiterà in lui abbondantemente, ed egli le darà costante attenzione.

La gravità sacerdotale è minacciata da seri pericoli che possono minare fin dalle radici la sua identità e la sua solidità. Si tratta in particolare dello spirito avverso alla Tradizione, sia nel pensiero teologico classico conforme “alle massime antiche e provate della Chiesa e dei Padri”:

Segni ed effetti di leggerezza

Ancora, il sacerdote non acquisterà mai un pensar solido e fermo, se egli facilmente darà orecchie alle novità mondane e inutili della giornata, e lascerà che s’introducano nel suo cuore massime secolaresche, ed aprirà l’adito in se stesso a’ principi di quella materiale e sensuale filosofia, o piuttosto vana fallacia, come la chiama San Paolo, che si volge tutta intorno alle cose ter­rene, e nulla cura si dà di quelle della vita fu­tura, lasciandosi forse talmente lusingare e fal­sare la mente da certi ragionari che hanno ap­parenza buona, e sono falsi, e discostare per essi dalle massime antiche e provate della Chie­sa e de’ Padri, acquistando fin anco tale teme­rità ed audacia da facilmente accusare d’igno­ranza e d’errore i nostri venerabili Padri e Maestri, il cui senno solido e fondato non può e non potrà mai esser vinto dalla presuntuosa saccenteria.

Di nuovo, leggerezza di pensare, e non gravità ed assennatezza dimostra quel non voler dare ascolto e piegare all’esperienza de’ più savi e de’ più probi, e in quella vece affidarsi alla guida di certi ragionamenti propri, o attenersi alla scuola de’ giovani più presuntuosi e più ardili imbevuti di dottrine straniere.

sia nella disciplina canonica, ispirata alla saggezza secolare della Chiesa:

Un altro segno ed effetto della leggerezza di mente e di pensare, che tanto disdice agli eccle­siastici, dimostrasi allorquando il chierico o il sacerdote trova grave e importabile il giogo della santa disciplina, e se ne lamenta, o ne censura le disposizioni, e in quella vece aspira nel’ suo cuore ad una maggior libertà e minor soggezione. Il che non si manifesta mai ne’ gra­vi e pii e solidi ecclesiastici: perocché questi non amano punto la libertà, temendo con ragio­ne di se stessi, e gustando che le proprie pas­sioni, le quali anche in essi si fanno sentire, trovino il salutar freno delle leggi disciplinari: oltreché   non  cercano   il   sollievo  ed il piacer proprio, ma si dilettano del bene anche con proprio sacrificio, amano l’ordine e il’ decoro, né ricusano quella mortificazione che l’uomo deve sostenere, sottomettendo il collo al santo giogo della pia disciplina.

I leggieri all’incontro vorrebbero gettar da sé questo salutar giogo, di cui considerano la molestia, e non ne considerano il vantaggio, la necessità, la ragionevolezza … perché non hanno fermo e risoluto amore al bene, e perché cercano se stessi, e non Cristo.

Amore al ritiro

Il beato Antonio Rosmini considera l’amore al “ritiro” come strumento indispensabile e ossigeno rigenerante per conservare, recuperare e incrementare quella vita interiore che poi si riflette con tanta efficacia nel portamento esteriore della persona del sacerdote pervaso da gravità soprannaturale:

Ma di tutti i mezzi il più necessario a conseguire questa gravità… è l’amore al ritiro, necessarissimo oltremodo alla vita sacerdotale, e non poco difficile a conser­varsi fino che non n’è falla la buona abitu­dine… Fu sempre questa fuga del mondo, questo ritiramento dalle cose esterne, consideralo co­me necessario al sacerdote ed a lui prescritto da’ Concili e da’ Padri… Il sacerdote, che si fa veder rare volte in pub­blico, e che esce dal suo ritiro unicamente quando lo chiamano fuori le incombenze del suo mi­nistero, o gli uffici di carità, è considerato con maggior venerazione dagli uomini … egli sembra un angelo che discenda dal cielo; sembra un Mose che scenda dal monte. Né solo egli sembra tale, ma sarà tale veramente, se il suo ritiro è santo, e quale deve essere il ritiro del sacerdote, pieno di opere buone, di meditazione, di orazio­ne, di studio… Il vero sacerdote abborrisce il mondo e ne teme i pericoli, giacché… egli non vi trova che motivi di dolore, poiché mundus totus in maligno positus est. Nulla l’allettano le sue vane lusinghe e i suoi piaceri, perché li vede tutti avvelenati e mortiferi, e perché i diletti del mondo gli sono tutti morti in cuore…

Che se i suoi doveri il traggono dal suo rac­coglimento, quanto non desidera poi di ritor­narvi quasi navicella che dal mare agitato si ricovera in porto, o timida colomba che dal­l’ampie regioni dell’aria, dove vede volteggiare gli avvoltoi, si rifugge nel nido! Egli sente, do­po esser stato nel mondo, sebbene statovi pe’ suoi doveri, che il suo spirito erasi alquanto dissipato, e ne ristora le perdite; sente che ave­va perduta parte della sua quiete, e gusta viep­più soave la pace della cara sua solitudine.

Se dunque i santi stessi, dopo essersi occu­pati e sparsi nelle sollecitudini della vita este­riore, sentono il bisogno di raccogliersi… quanto più i sacerdoti non ancora perfetti debbono aver cara la vita ritirata dal mondo e nascosta? E qual ragione, se non tale da indicare in essi purtrop­po leggerezza, può far loro desiderare di uscir fuori, o piuttosto starsene di continuo fuori sparsi senza necessità?

Ci rendiamo conto tuttavia quanto sia diversa e contraria l’odierna impostazione di una vita sacerdotale totalmente rivolta ad assecondare, senza difese e quasi ingenuamente, il turbine della vita mondana, ormai priva di ogni senso trascendente.

[1] ANTONIO ROSMINI, Conferenze sui doveri ecclesiastici, Edizione V, S. A. I. E. SODALITAS, DOMODOSSOLA, MILANO, 1941

[2] Idem, pp. 231-252

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