LA PROFANAZIONE DEI SACRAMENTI – I SETTE SACRAMENTI seconda parte

 

don Enrico Finotti  –  30 aprile 2018

Contro questa visione teologica dei ‘divini Misteri’ vi è il diffuso costume di richiedere i Sacramenti e celebrarli come un fatto di costume, che può essere assunto senza un’adesione di fede e una corrispondente coerenza morale conforme ai santi Comandamenti.

In tale clima chiunque può accedere ai Sacramenti e talvolta li pretende. La fede è spenta, la pratica religiosa abbandonata da anni, la vita morale palesemente in contrasto con i Comandamenti, ma comunque si mettono in agenda i Sacramenti come un evento di pura convenienza sociale, di tradizione familiare e quasi folclore culturale. Inoltre un infausto e crescente buonismo tende a concedere a chiunque i Sacramenti della Chiesa, evitando ogni verifica dottrinale, spirituale e morale e riducendo in tal modo il Sacramento ad un rito di socializzazione e di superficiale strumento di approccio con chiunque esprima una vaga religiosità.

Si comprende come tale atteggiamento contrasti con la natura soprannaturale dei Sacramenti e con la Maestà di Dio, che li adombra. Certamente non è conforme col giusto rigore che da sempre ha avuto la Chiesa nell’impostare l’Iniziazione ai Sacramenti e nel discernere la preparazione di coloro che li richiedevano.

In corrispondenza con questo accesso superficiale ai Sacramenti da parte di considerevoli masse di fedeli in una società ormai scristianizzata, avanza un concetto e una prassi pastorale, che induce i sacri ministri ad abbassare la sacralità insita nei riti sacramentali e, mediante una indebita creatività, a strumentalizzare venerandi riti e preci, che vengono trattati come libere espressioni in un contesto soggettivo variabile e rielaborato volta a volta secondo l’estro del momento, la diversa situazione e la sensibilità dei presenti.

Non più il rispetto e la sottomissione obbediente al rito stabilito dalla Chiesa, conforme alla venerabile ed interrotta Tradizione, ma materiale di libero impiego per una ‘celebrazione’ attualizzata, libera e ‘incisiva’ sulla concreta ‘assemblea’ dei presenti. In tal modo non solo è colpita la legittimità di tali realizzazioni rituali, ma non raramente sorge il serio interrogativo anche sulla stessa validità dei Sacramenti in tal modo debilitati.

Dunque, di fronte alla grandezza soprannaturale dei ‘santi segni’ istituiti dal Signore e compiuti da Lui nell’ ‘oggi’ della vita della Chiesa, si ergono due pericolose derive che pretendono erroneamente di imporsi:

– L’estesa secolarizzazione della società ritenuta irreversibile e ormai insensibile ad ogni monito e richiamo alla conversione mediante l’adesione all’intero dogma della fede giustificherebbe l’accesso ai Sacramenti di fedeli con una religiosità quanto mai vaga e del tutto relativistica riguardo ai contenuti oggettivi del Depositum fidei. La visione storicistica considera ciò che succede un fatto ineluttabile e un’espressione della volontà di Dio, per cui non si distingue adeguatamente tra ciò che Dio vuole (volontà divina) e ciò che Dio tollera (permissione divina). In tale errata prospettiva si può arrivare a ritenere che fatti come il secolarismo, l’apostasia di massa dalla fede, il relativismo religioso e morale, la crisi delle vocazioni, l’insensibilità ai valori assoluti, ecc. siano ‘segni dei tempi’ in ordine alla volontà di Dio e quindi sfide da accogliere e interpretare. In realtà tutti questi eventi nefasti sono sì permessi da Dio, ma da Lui già condannati e tollerati per rispetto alla libertà umana. Egli attende il nostro ravvedimento e per questo usa pazienza. A noi l’impegno di una più intensa ed umile preghiera unita ad una continua e seria conversione. Ecco perché siamo invitati ad attendere alla nostra salvezza con timore e tremore (Fil 2, 12) e ad entrare per la porta stretta perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! (Mt 7, 13-14). Il contrasto col vivere mondano non può esimere la Chiesa dal richiedere ai suoi fedeli l’adeguata preparazione dottrinale per l’adesione convinta al dogma della fede, la sacralità nella celebrazione fedele dei riti sacramentali e la loro degna recezione. Queste condizioni sono intrinsecamente richieste per il rispetto della natura dei Sacramenti, per l’adorazione a Cristo Signore, che intimamente li vivifica con la sua Grazia, e per la loro efficacia e fruttuosità soprannaturale in ordine alla salvezza.

– Al contempo nel contesto del secolarismo imperante e in risposta ad una pastorale certamente difficile si è diffusa nei ministri sacri e nelle comunità cristiane la convinzione della presunta impossibilità di accettare e sottomettersi ancora al diritto liturgico stabilito dalla Chiesa in luogo di una libera creatività, che valuta unicamente il successo immediato e l’impatto psicologico e sociologico.

In realtà l’azione della Grazia è connessa soltanto ad una liturgia celebrata secondo le regole (2 Tm 2, 5) e l’abbandono totale o parziale di tali regole, stabilite nei libri liturgici, espone sacerdoti e fedeli alla possibile perdita dell’influsso della Grazia, che soltanto una liturgia valida e legittima garantisce. Non a caso la Chiesa prega: tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno (XXXI dom. per annum, colletta).

Possiamo così rilevare come al basso livello di una vaga religiosità ormai largamente diffusa, priva dei contenuti oggettivi del dogma, corrisponda una ‘pastorale’ di altrettanto basso livello che fonda sé stessa non sul primato di Dio e la confidenza nell’azione soprannaturale compiuta dal Signore, attualizzata nella fedeltà ai Sacramenti come Lui li ha istituiti e la Chiesa li celebra, ma sulle povere forze umane e sulle precarie ipotesi di ‘scienze’ ancora deboli e fluttuanti con prospettive forse immediate e apparentemente vincenti, ma in realtà effimere e deludenti in quanto prive dell’ ‘ossigeno’ della Grazia.

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