RIFORMA NELLA CONTINUITÀ (seconda parte)

don Enrico Finotti

Il rifiuto di celebrare presso i luoghi celebrativi storici nelle nostre Chiese, dopo la riforma liturgica, è stato un abuso che ha provocato danni profondi nella mentalità del popolo di Dio, oltre che fornire l’occasione di compiere gravi danni al patrimonio artistico delle nostre chiese. Se, invece, si fosse continuato ad usare con fedeltà i luoghi celebrativi storici, conformandosi al genio artistico proprio di ciascuna chiesa, il passaggio sarebbe avvenuto nella continuità della tradizione.

Occorre perciò ritrovare l’equilibrio e adeguare il novus ordo alla situazione liturgica e artistica della maggioranza delle nostre chiese, ritornando a celebrare con dignità nei luoghi liturgici classici, riutilizzandoli con intelligenza, equilibrio, moderazione e serenità d’animo. Una situazione diversa si prospetta per le nuove chiese, che tuttavia non possono essere progettate con una creatività totale, sciolta da ogni vincolo tradizionale, liturgico e teologico.

Quali furono le cause di questa applicazione rivoluzionaria della normativa liturgica? Qualche riflessione potrebbe essere interessante:

 1.  Le disposizioni contenute nella prima edizione delle Premesse al Messale Romano (1970) in ordine ai luoghi celebrativi (Praenotanda, cap. 5°: Disposizione e arredamento delle chiese per la celebrazione dell’Eucaristia, nn.253-280) sembrano riguardare esclusivamente una chiesa di nuova costruzione e non tenere presente a sufficienza la situazione delle chiese tradizionali. Ora, pochissime comunità sono alle prese con una nuova chiesa o con chiese di recente costruzione. La maggioranza delle comunità cristiane, infatti, celebra in chiese storiche, legate intimamente alle caratteristiche proprie del loro stile. È evidente che nessuno può pensare di attuare una rivoluzione architettonica e liturgica nella grande maggioranza delle chiese paleocristiane, romaniche, gotiche, rinascimentali, barocche, ecc., soprattutto in considerazione del loro valore artistico, storico, spirituale e liturgico. Esse dovranno essere conservate nella loro integrità, secondo il genio dell’epoca in cui furono edificate.

Per la maggioranza dei fedeli si tratta dunque di celebrare la nuova liturgia in chiese che non potranno mai essere radicalmente ‘adeguate’ e il novus ordo deve poter essere applicato ivi in modo rispettoso, senza ricorrere ad interventi radicali ed inopportuni. Tuttavia, avere a disposizione nelle Premesse al Messale una normativa che teneva presente unicamente la configurazione di una chiesa nuova, potrebbe essere stato insufficiente per impostare l’adeguamento liturgico nel senso della continuità. Molte volte, purtroppo, si trasferirono in modo letterale e diretto queste disposizioni generali, imponendole drasticamente alle chiese tradizionali. Sarebbero state invece opportune delle indicazioni più complete e flessibili, mirate a salvaguardare la continuità e il valore dei luoghi celebrativi precedenti, consacrati da una secolare tradizione, affermandone la loro validità e complementarietà rispetto alle nuove normative: voci diverse di una ricchezza liturgica inesauribile e creativa. Sembra, al contrario, che un protratto silenzio abbia favorito un’applicazione forzata delle nuove rubriche, avallando un certo sospetto e sfiducia nelle strutture liturgiche preesistenti, ereditate dalla tradizione e ritenute valide da tutti fino al Concilio.

2.  Una mentalità pregiudiziale, infatti, ha in parte condizionato l’applicazione della riforma liturgica. Si tratta di un giudizio critico e di una mentalità sospetta sulla liturgia e sull’edificio sacro preconciliari, quasi che essi fossero l’espressione di una secolare deviazione dalla norma classica della liturgia e il segno, ormai alquanto sedimentato, di un processo di corruzione della forma autentica della liturgia latina. Di contro vi è stata una apertura entusiasta e talvolta ingenua alla nuova liturgia, come riscoperta del vero culto ecclesiale, che doveva essere attuata con il massimo zelo pastorale. In tale visione non poteva venir considerato il valore della continuità storica della liturgia e ancor meno essere valutato il genio proprio di secoli, di visioni teologiche e situazioni Ecclesiali, che vennero annoverati superficialmente come periodi di decadenza. Fu facile cadere nella tentazione di credere che la riforma liturgica fosse un nuovo inizio e che tutto l’esistente fosse da ripensare o correggere.

Questa mentalità, comprensibile, ma ingiusta, condizionò alquanto il processo di eccessiva spinta verso una liturgia sempre più attualizzata, ma anche sempre più lontana dalle basi tradizionali che dovevano assicurare quella continuità sostanziale che ne garantiva l’identità e la validità dei suoi contenuti.

Il Magistero della Chiesa tuttavia seppe contenere nei giusti limiti il processo di riforma e fissarlo nelle sue coordinate essenziali.

In realtà il culto liturgico della Chiesa è sempre stato in ogni epoca uno strumento valido e legittimo di efficace santificazione del popolo cristiano. È tuttavia evidente che nella sua espressione umana anche la liturgia ha subito l’influsso sia del genio e della sapienza dei santi e dei grandi dottori, sia della  mediocrità e della debolezza degli uomini peccatori. In tal senso essa è semper reformanda come la stessa Chiesa.

Siffatta continuità sostanziale della liturgia, che si snoda nel flusso dei secoli, deve essere percepita dal popolo di Dio e in tal modo potrà essere apprezzato con gratitudine l’apporto valido di tutte le generazioni cristiane, anche di quelle, che una visione talvolta miope, ritiene del tutto superate o troppo lontane dalla nostra sensibilità attuale. È su questa base che sarà possibile un rinnovato e proficuo incontro tra l’esperienza odierna della recente riforma liturgica e la grande tradizione dei secoli.

3.  Una ulteriore causa potrebbe essere il vasto decentramento nell’applicazione della riforma liturgica, affidata ad una molteplicità di commissioni periferiche: dalle Conferenze episcopali alle singole diocesi. Questo poliedrico decentramento ha accolto sul piano concreto visioni discordanti e realizzazioni affrettate, talvolta senza sufficiente riflessione, gradualità e sapienza pastorale. Ciò ha consentito una larghissima sperimentazione, non sempre in linea con le disposizioni della Chiesa e con una corretta interpretazione della stessa riforma liturgica.

L’ampio ventaglio degli organi applicativi ha pure favorito una certa anarchia nella quale anche ogni singolo sacerdote si sentiva autorizzato ad intervenire secondo una creatività del tutto soggettiva e locale. In tal modo chiunque ed ovunque poteva fare qualsiasi cosa. In una simile contingenza la mentalità pregiudiziale della rottura col passato e la creatività, senza riferimento alle leggi contenute nei libri liturgici, ebbero libero campo. Una normativa generale più precisa e dettagliata, unita ad interventi più regolari e pertinenti da parte dell’autorità, avrebbero potuto forse contenere maggiormente le deviazioni.

In questo stato di cose e alla luce degli effetti di una attuazione sconnessa della riforma liturgica cosa è possibile fare oggi?

La nostra rivista ha carattere culturale e non ha titolo di intervento nel campo delle disposizioni pastorali, che competono esclusivamente all’autorità ecclesiastica. Essa tuttavia cerca di mettere in luce alcuni temi, suscitare interessi, aprire orizzonti di indagine, creare mentalità, condividere auspici, dibattere problemi, ecc.

A cinquant’anni dal Concilio è possibile avere una visione più equilibrata e disincantata della riforma liturgica, riconducendola dentro i giusti limiti di equità, buon senso ed apertura mentale.

In sintesi potremmo offrire tre indicazioni che riteniamo necessarie per suscitare una rinnovata mentalità capace di mantenere il senso vivo della riforma nella continuità , scongiurando qualsiasi pericolo di rottura con la tradizione ed ogni chiusura preconcetta verso un legittimo e coerente progresso:

1.  è necessaria una visione ampia e positiva dello sviluppo del culto nella storia della Chiesa, che senza negare o minimizzare i limiti, consideri il valore sostanziale e indefettibile della liturgia, superando quei pregiudizi ideologici, che sono il frutto di visioni teologiche, spirituali, storiche ed ecclesiali parziali o erronee. Occorre, dunque, saper accogliere ed apprezzare il genio dell’Oriente e dell’Occidente, dell’antichità e della modernità, del romanico e del barocco, del gotico e del rinascimentale, ecc. Solo con questa apertura mentale sarà possibile una riconciliazione con gli edifici sacri di tutte le epoche e con le molteplici forme liturgiche prodotte nei secoli e sempre valide, pur nella loro diversa attualità e opportunità: apporti differenti e complementari per esprimere il mistero, che resta sempre ineffabile.

2.  Non si dovrà allora tornare a stravolgere la disposizione interna delle chiese storiche, quanto piuttosto celebrare il novus ordo con quella elasticità che lo caratterizza e che consente di adattare i nuovi riti alla fisionomia specifica dei luoghi celebrativi propri di ciascuna chiesa, senza forzature stridenti ed inopportune: l’altar maggiore nelle chiese storiche col suo orientamento ad Deum completa e arricchisce l’altare ad populum nelle chiese recenti; il tabernacolo monumentale sull’altare centrale sottolinea un aspetto valido e complementare al tabernacolo disposto nella apposita cappella; il pulpito, che può essere adattato per la proclamazione solenne del vangelo, si compone con l’ambone usato ordinariamente; la balaustra mantiene sempre il suo scopo classico di distinzione e protezione dell’area presbiteriale; la cantoria e l’organo possono assolvere ancora un servizio in solenni celebrazioni, nelle quali la Schola sappia comporre con equilibrio e competenza le pagine più valide del patrimonio musicale della Chiesa con le esigenze del novus ordo; il confessionale storico richiama il senso sacro del sacramento della penitenza che non può ridursi ad un dialogo psicologico-umanitario; il battistero alla porta della chiesa invita ad un cammino processionale e richiama l’inscindibile rapporto con l’atrio e l’ingresso; ecc.

Naturalmente è all’autorità della Chiesa che compete sia l a valutazione come l’effettiva attuazione di eventuali ed ulteriori disposizioni in materia di riforma liturgica. Senza la sua guida anche la liturgia, come la dottrina e la pastorale, sarebbe preda di scuole private e verrebbe gestita da leaders contingenti.

3.  La recente riforma liturgica del Vaticano II non deve essere considerata come un mitico inizio dell’unica forma autentica della liturgia, finalmente ritrovata, né essere ritenuta una conquista ormai insuperabile, quasi a stornare ogni tentativo di ripensamento verso un ulteriore cammino di ricerca. L’ordo vigente non è che una delle tante tappe del percorso storico della liturgia: una forma che non è ancora stata sufficientemente verificata nel tempo e sotto tutti gli aspetti (teologico, liturgico, spirituale, pastorale, ecc.).

L’apertura serena e motivata ad intraprendere emendamenti, potenziamenti, ulteriori indagini, migliori sintesi e più m irate s celte, è un atteggiamento di vigilanza intellettuale e di sensibilità pastorale, non una forma patologica tipica di nostalgici o detrattori del Concilio. È evidente che una simile apertura deve essere sempre accompagnata da una adeguata formazione liturgica condotta su basi oggettive e coniugata costantemente con la imprescindibile docilità alle prescrizioni della Chiesa e del suo Magistero. Il papa Benedetto XVI, già da cardinale, ebbe modo di esprimersi ripetutamente in ordine ad una riforma liturgica sempre più attenta e rispettosa del mirabile mistero che essa contiene e trasmette:

«[Occorre] un nuovo dibattito più disteso, nel corso del quale sia possibile cercare il modo migliore per mettere in pratica il mistero della salvezza. Tale ricerca va compita non condannandosi reciprocamente, ma ascoltando attentamente gli uni gli altri e, fattore ancor più importante, ascoltando la guida intima della liturgia stessa. Non si giunge ad alcun risultato etichettando le posizioni come‘preconciliari’, ‘reazionarie’, ‘conservatrici’ oppure come ‘progressiste’ ed ‘estranee alla fede’; serveuna nuova apertura reciproca alla ricerca del migliore compimento del memoriale di Cristo» (in U.M. LANG, Rivolti al Signore, Prefazione p. 8).

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