RIFORMA NELLA CONTINUITÀ (prima parte)

don Enrico Finotti 

Il Magistero della Chiesa, sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha messo in luce la necessità di coniugare il progresso dottrinale e la riforma pastorale, effettuati dal Concilio, con la continuità della vita della Chiesa nell’arco dei secoli, evitando ogni pericolo di rottura, sia in senso modernista, sia in senso tradizionalista. 

In questa luce è doveroso verificare anche la riforma liturgica e la sua concreta attuazione dagli anni postconciliari fino ad oggi per poter celebrare bene il culto divino, conoscerne adeguatamente la teologia, correggere coraggiosamente gli abusi e promuovere una sempre più degna celebrazione dei santi misteri.

Una prima considerazione deriva da una situazione verificatasi, soprattutto nell’immediato postconcilio, in tutta la Chiesa, anche se con intensità e caratteristiche diverse nelle varie aree.  Nell’applicazione concreta delle nuove disposizioni liturgiche si è prodotta in molti casi una discontinuità a tutto campo, che interessò pressoché tutti i luoghi celebrativi all’interno delle chiese storiche:

 1. L’altare maggiore fu quasi universalmente abbandonato e sostituito con un altare alternativo, perlopiù posticcio. In questo modo rimasero inutilizzati i monumentali altari della gran parte delle chiese. Essi furono ritenuti inabili fondamentalmente per due motivi: per l’impossibilità di poter celebrare la Messa rivolti al popolo e per l’eccessiva distanza fisica dall’assemblea. La determinazione e la fretta con le quali avvenne il cambiamento provocarono nei fedeli un sentimento di rottura con la tradizione e l’emarginazione repentina dell’altare tradizionale apparve come un segno della discontinuità, proprio nel cuore stesso della liturgia, il Sacrificio divino. Tale situazione perdura ancor oggi, e, dopo cinquant’anni, sembra si stia risvegliando l’interesse per riprendere una adeguata riflessione in merito. Questa rinuncia all’uso dell’altare maggiore storico rimane, comunque, il segno più evidente di una discontinuità tra il prima e il dopo.

2.  Il tabernacolo, posto al centro dell’altare maggiore, è stato vuotato e abbandonato in nome di una posizione laterale del SS. Sacramento. I fedeli osservarono con una certa sorpresa il Santissimo in un tabernacolo minore, confinato in un angolo talvolta angusto della chiesa, e si domandavano il motivo per il quale il tabernacolo storico, splendido e grandioso dovesse rimanere vuoto. Ciò contribuì a ridurre il senso dell’adorazione e del culto eucaristico e a diffondere il pregiudizio che la precedente tradizione fosse ormai inadeguata.

3.  La balaustra fu rimossa con decisione, ritenendo che questo fosse un procedimento del tutto normale, sia in nome del nuovo modo di ricevere la santa Comunione, sia per togliere ogni barriera tra la navata e il presbiterio. Anche questo fatto però ebbe un effetto di rottura con la precedente tradizione, che sempre aveva mantenuto vari elementi di protezione dell’altare e del suo ambito sacro.

4.  Il pulpito fu dismesso in modo ancora più radicale ed universale, senza premettere una saggia verifica di un possibile suo impiego nella liturgia rinnovata. Il ricorso a leggii mobili ha però abbassato la dimensione solenne della proclamazione liturgica della Parola di Dio e ha cancellato, con la rimozione affrettata di molti pulpiti, la testimonianza plastica della costante considerazione che la Chiesa ha sempre avuto per la predicazione. Occorre riconoscere che l’introduzione dei microfoni aveva già innescato un processo di ricorso esclusivo alla funzionalità, a scapito del simbolo e della dignità della celebrazione.

5.  Il battistero fu quasi generalmente abbandonato in nome della visibilità dell’intero rito del battesimo. L’effetto fu la chiusura del battistero storico, il posizionamento del fonte in luoghi impropri e non di rado l’uso permanente di un bacile mobile.

6.  La cantoria classica fu ritenuta non più conforme al novus ordo e sostituita con altri spazi, spesso architettonicamente e funzionalmente inadeguati alle chiese tradizionali. La schola cantorum scese nella navata, ma non raramente distolse l’attenzione dei fedeli e fece barriera tra l’assemblea e l’altare. L’organo subì delle forzature, o venendo ricollocato in luoghi non adatti all’architettura della chiesa, oppure, nella maggioranza dei casi, venendo sostituito con altri strumenti e usato solo per concerti. Connesso a questo è il problema del radicale abbandono dell’antica tradizione musicale (gregoriano e polifonia) e il subentro quasi esclusivo di prodotti moderni, ancora privi di una adeguata verifica. Ciò ha creato un profondo senso di rottura con la tradizione liturgica precedente, imponendo nella mentalità comune un pregiudizio sistematico e acritico, secondo il quale l’intero patrimonio della musica sacra del passato sarebbe del tutto superato. Il collasso di gloriose corali e il vuoto che ne conseguì ne fu il frutto amaro.

7.  Il confessionale poté sembrare quasi offensivo della dignità della persona e fu sostituito, sia nella penitenza individuale, sia nelle celebrazioni comunitarie, da una conversazione personale e dialogica, fatta in uno spazio qualsiasi della chiesa, senza riguardo per la scelta di un luogo celebrativo specifico e degno. E’ raro ancor oggi l’uso del confessionale nell’Iniziazione cristiana dei fanciulli e nelle celebrazioni penitenziali. La ristrutturazione di molti confessionali non è sempre possibile e allora si continua a celebrare il sacramento in luoghi alternativi. Ma in questo modo anche il luogo tradizionale della Penitenza appare non più conforme al vigente rito.

8.  Gli altari minori, in generale, hanno di fatto perso ogni funzione liturgica e in parte anche devozionale. Con il principio ‘dell’altare unico’ la loro presenza fu ritenuta difforme dall’autentica tradizione liturgica e con la considerevole riduzione delle devozioni ai Santi l’unico valore superstite finì per essere quello artistico: la museificazione ne fu effetto conseguente. Non sono da sottacere, purtroppo, anche gravi lesioni a talune loro parti strutturali (rimozione della predella o della mensa) e al loro arredo sacro (candelabri, reliquiari, lampade, tovaglie, ecc.).

9.  La navata non raramente fu privata degli inginocchiatoi ad uso dei fedeli, in nome di un maggior spazio, ma in realtà per una mentalità contraria al valore dello stare in ginocchio. E così anche i fedeli furono confusi, non potendo più compiere adeguatamente tutti gli atti rituali previsti.

10.  L’addobbo tradizionale, conforme ai diversi stili artistici e gusti estetici, subì una quasi totale estinzione in nome di una malintesa ‘semplicità’ e le chiese furono ridotte ad una perenne spogliazione, senza differenza tra le solennità, le feste, i giorni di penitenza e i diversi tempi liturgici. La perdita di splendidi arredi fu la conseguenza e un grigiore permanente mantiene ancor oggi le chiese in un clima di noiosa ferialità. La stessa alienazione, senza discernimento, di solenni apparati per l’esposizione eucaristica e l’emarginazione quasi totale dei paramenti preziosi si inseriscono in questo vortice riduzionistico, che non poté che essere agli occhi dei fedeli la celebrazione della rottura.

Tutte queste sostituzioni, spesso affrettate e radicali, hanno causato nel popolo di Dio l’idea che tutto dovesse cambiare. Nelle chiese storiche, infatti, ogni ambiente si trovò sfasato rispetto al nuovo modo di celebrare e nessun luogo tradizionale sembrava essere ancora adatto alle nuove esigenze liturgiche. Della chiesa rimaneva solo l’edificio, ma l’intero complesso dell’arredo interno sembrava ormai inabile ad assolvere le indicazioni del novus ordo voluto dal Concilio.

Purtroppo questo è stato un abuso e ha provocato danni profondi nella mentalità del popolo di Dio, oltre che fornire l’occasione di compiere gravi danni al patrimonio artistico delle nostre chiese. Se, invece, si fosse continuato ad usare con fedeltà i luoghi celebrativi storici, conformandosi al genio artistico proprio di ciascuna chiesa, il passaggio sarebbe avvenuto nella continuità della tradizione.

Occorre perciò ritrovare l’equilibrio e adeguare il novus ordo alla situazione liturgica e artistica della maggioranza delle nostre chiese, ritornando a celebrare con dignità nei luoghi liturgici classici, riutilizzandoli con intelligenza, equilibrio, moderazione e serenità d’animo.

Una situazione diversa si prospetta per le nuove chiese, che tuttavia non possono essere progettate con una creatività totale, sciolta da ogni vincolo tradizionale, liturgico e teologico. (continua)

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