RUOLO E PERICOLI DELLE DIDASCALIE NELLA PRASSI CELEBRATIVA – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

Nella riforma liturgica del Vaticano II si prevede, fra gli altri, il servizio del commentatore e si dà la possibilità di intervenire con didascalie in vari momenti della celebrazione:

“Anche i ministranti i lettori, i commentatori, e i membri della schola cantorum svolgono un vero ministero liturgico” (SC 29).

“Si cerchi anche di inculcare in tutti i modi una catechesi più direttamente liturgica, e negli stessi riti siano previste, quando è necessario, brevi didascalie da farsi con formule prestabilite o simili, dal sacerdote o dal ministro competente, ma solo nei momenti più opportuni” (SC35/3).

Queste monizioni furono certo opportune negli anni immediatamente successivi al Concilio, quando si doveva introdurre i fedeli al nuovo modo di celebrare. Infatti, si trattava di spiegare le novità e dare, anche durante lo svolgimento dei riti, le necessarie indicazioni sui gesti da compiere e le parole da dire.

Anche i nuovi libri liturgici recepiscono la possibilità di interventi liberi da parte dello stesso sacerdote, del diacono o di un altro ministro.

Nel novus Ordo Missae si prevedono monizioni di diverso tenore in ben dieci punti della celebrazione.

In modo specifico:

– quattro monizioni di libera formulazione: dopo il saluto iniziale, per introdurre la celebrazione; alla Liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera eucaristica, prima del Prefazio; prima del congedo, per concludere l’intera azione sacra (OGMR 31);

– sei monizioni con formule proposte dal Messale, ma con possibilità di usare altre parole simili: l’introduzione all’atto penitenziale e quella alla preghiera universale; l’orate fratres, prima della orazione sulle offerte; il protocollo iniziale del Pater; l’invito allo scambio del segno della pace; la formula del congedo.

Oltre queste dieci possibilità ufficiali, previste dalle rubriche, lì dove vi è il commentatore, si aggiungono altri interventi: si introduce l’intera celebrazione prima del suo inizio e ciascuna delle singole letture bibliche, si commentano i doni offertoriali e talvolta anche gli stessi canti scelti. Nel corso dei riti più complessi, come quelli della Settimana Santa, si tende a commentare ogni particolarità rituale.

Con questa esorbitante possibilità di spiegare e commentare si comprende una delle cause del collasso dei riti sotto il flusso estenuante delle continue didascalie.

Ecco perché attualmente, di fatto, le celebrazioni sono alquanto appesantite dal ricorso eccessivo e improprio a interventi liberi,  che finiscono per appesantirle e soverchiarne il ritmo celebrativo:

“…Il grande problema della vita liturgica attuale (disaffezione al culto, noia, mancanza di vitalità e di partecipazione) deriva dal fatto che la celebrazione ha perso talora il suo carattere di mistero che favorisce lo spirito di adorazione. Si assiste spesso a un’inflazione di parole, di spiegazioni e di commenti, di omelie troppo lunghe e mal preparate che lasciano poco spazio alla contemplazione del mistero celebrato… Il pericolo che minaccia oggi la liturgia è la moltiplicazione delle parole esplicative, a detrimento dei simboli, che illustrano il significato profondo della Parola di Dio proclamata nella liturgia…”[1]

Tale fenomeno produce oggi seri problemi, soprattutto quando diventa normale il continuo intervento del sacerdote, fatto senza necessità e in modo prolisso.

“Durante la fase di applicazione dei decreti del Vaticano II nella prassi liturgica delle comunità, vi  erano alcuni sviluppi erronei che Fischer considera, dieci anni dopo la pubblicazione della costituzione sulla liturgia, come delle ‘malattie infantili’. …Egli annovera tra queste malattie una ‘allergia contro le solennità’ legata a una ‘allergia del latino’, un ‘malinteso ecumenismo’ che, alle volte, si vergognava di essere cattolico, un ‘libertinismo’ di fronte a ogni tradizione legato a una ‘mentalità auto produttiva’, come anche di una ‘sermonite’, il difetto di commentare tutto e ogni cosa e di porre l’accento sulla parola umana non sempre illuminata” [2].

Di contro a questo fenomeno risplende nitida quell’importante indicazione conciliare, che afferma:

“I riti splendano per nobile semplicità, siano chiari nella loro brevità e senza inutili ripetizioni, siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC34).

Alla luce di queste splendide ed inequivocabili parole è possibile ritrovare la giusta impostazione ed operare i necessari emendamenti per una riqualificazione dell’azione liturgica nella sua bellezza ed efficacia.

(continua)

[1] MAX THURIAN, La liturgia contemplazione del mistero, in L’Osservatore Romano…p.

[2] COMITATO CENTRALE DEL GRANDE GIUBILEO DELL’ANNO 2000, Il Concilio Vaticano II, Recezione e attualità alla luce del Giubileo, a cura di Rino Fisichella, ed. San Paolo 2000, p. 219-220.

 

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