LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA DI MEZZANOTTE (3)

Raffaello Sanzio, Madonna del Velo (o di Loreto)

La Messa di mezzanotte presenta alcuni elementi rituali ed eucologici singolari, che la arricchiscono alquanto e la caratterizzano, attirando l’attenzione del popolo di Dio. E’ necessario che, non solo teoricamente, ma anche di fatto, essa risulti con chiarezza il vertice e la meta dell’intera celebrazione. Quindi si dovrà svolgere con la dovuta solennità, senza decurtarla nelle sue parti specifiche a motivo della stanchezza dei ministri e del popolo. Questa tentazione è ricorrente anche nella stessa Veglia pasquale, nella quale la liturgia eucaristica tende ad essere ridotta ad un’appendice e ad essere indebitamente semplificata e affrettata. Si dovrà ponderare l’insieme dell’intera celebrazione, dosando le varie parti ed evitando che nella veglia (lucernale e salmodia) il coro e il popolo siano così impegnati da non poter più sostenere nel modo dovuto la solennità e la tipicità rituale della Messa di mezzanotte.

Ecco ora l’identità e il valore di alcune parti:

1. La processione di ingresso con l’Evangeliario e il Bambino Gesù. Allo scoccare della mezzanotte, lì dove è possibile, tutti ascoltano il solenne battito dell’ora sul campanile, quindi l’assemblea si alza, si accendono tutte le luci della chiesa e si inizia la processione introitale accompagnata dal canto proprio. In essa – dopo il turibolo e la croce processionale con i due ceri – fa il suo ingresso l’Evangeliario, preceduto dalla statua del Bambino Gesù. Il significato è eloquente: la Parola di Dio in questa santa notte si è fatta carne. Il rapporto Evangeliario e Bambino è il medesimo tra Bibbia e Icona, tra Parola e Persona. L’immagine di Gesù Bambino, come le icone, afferma la concretezza della Incarnazione: Dio che diventa sperimentabile dai nostri sensi, mediante la sua vera umanità, assunta da Maria SS.. L’accostamento liturgico, quindi, tra l’Evangeliario e l’immagine del Bambino è l’espressione simbolica delle parole del Prologo di S. Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Il volto di Dio, desiderato e ricercato dai secoli, assume dei lineamenti in tutto simili a noi nella persona viva del Bambino di Betlemme. Per questo la veglia inizia col versetto: In questa notte santa contemplerò il tuo volto. Il pensiero di Dio, rivelato nelle sacre Scritture, si specifica nel pensiero di Cristo, espresso ora dalla fisicità di un cuore e di un corpo in tutto simile al nostro, fuorché nel peccato. Giunti all’altare, l’Evangeliario è deposto sulla mensa, mentre il Bambino Gesù è adagiato nella culla, predisposta presso l’altare. Il sacerdote incensa l’altare e il Bambino. Poi si reca alla sede e, terminato il canto introitale, il diacono o il cantore all’ambone o sul pulpito monumentale canta la Kalenda.

2. La Kalenda. Il Martirologio Romano prevede per il 24 dicembre un singolare annunzio del Natale. La recente tradizione liturgica proclama tale testo a introduzione dell’Inno Gloria in excelsis Deo nella messa di mezzanotte o comunque nel passaggio tra l’Ufficio e la Missa in nocte. Il Martirologio di Natale è certamente l’Elogio più insigne fra tutti quelli relativi alle feste dell’Anno Liturgico. Infatti la sua valenza teologica e la sua forma letteraria lo evidenziano come perla unica e di singolare valore in tutto il Martirologio Romano. Esso ha sempre riscosso la commozione e il commento dei Santi e degli esperti della liturgia natalizia romana. Per questo la sua esecuzione in canto riveste un carattere di grave solennità. Ora, dopo aver allietato l’animo dei monaci nel silenzio contemplativo dei monasteri e nella successione dei secoli, entra nelle nostre chiese e la notte santa è pervasa dal sussulto mistico della sua mirabile arte e commovente poesia. L’importanza teologica di questo testo è fondamentale, infatti, esso afferma che l’evento cristiano è un fatto, con precise coordinate spazio-temporali, che si inserisce a pieno titolo nella vicende della storia umana. Anche se le date storiche riportate nel Martirologio non corrispondono sempre al criterio di verifica scientifica, tipico della nostra odierna cultura, tuttavia il suo intento è di natura teologica: affermare la realtà storica dell’Incarnazione del Verbo. Il cristianesimo è fondato su un fatto, storicamente verificabile e incontrabile e non su una costruzione filosofica o sulla creazione di un mito, come prodotti del pensiero umano. Questo evento poi ha il volto umano di una Persona viva, Gesù Cristo. E’ l’incontro colmo di stupore e imprevisto col Dio-Uomo di cui parla l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera 1, 1-3: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi”. Successivamente, sul fatto storico, come dato oggettivo ed esterno, subentrerà la riflessione di fede, generando la teologia, che in tal modo è ancilla eventi, serva dell’evento salvifico e non produttrice di esso. La Kalenda quindi è di importanza capitale nel delineare la natura oggettiva e storica dell’opera della nostra salvezza. Alla sua luce il dogma basilare dell’Incarnazione del Verbo assume la sua più autentica identità e, senza incrinare lo splendore ineffabile del Mistero, lo delinea nelle sue indissolubili dimensioni spazio-temporali. Così infatti canta la liturgia negli splendidi responsori natalizi: Colui che i cieli non possono contenere, tu lo hai portato nel grembo; Dalla soglia inviolata entrò nella storia, Dio e uomo, luce e vita, il creatore del mondo; Giace in una mangiatoia e tuona sulle nubi. Il mistero è così grande e i moti del cuore così dolci, che il cantore non può contenere la sua voce nella pacata melopea gregoriana, ma la eleva in un lirismo contenuto, ma intenso, quando annunzia al mondo: …nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne. Il Martirologio di Natale così ci introduce nella teologia della storia, secondo la quale l’intera vicenda universale dei popoli fa parte di un piano di amore e di misericordia dell’eterno Padre, che ha il suo centro, la sua massima manifestazione e il suo senso compiuto nell’Incarnazione del Figlio di Dio. Infatti, la Kalenda non si limita a ricordare le tappe e le principali date della storia di Israele, ma partendo dalla creazione del mondo e, passando per Israele, il popolo eletto, considera anche gli eventi nodali della storia profana, che in tal senso è assunta nel piano della salvezza universale di tutti gli uomini. La Kalenda quindi annunzia da un lato la fedeltà di Dio alle profezie consegnate al suo popolo e dall’altro quella dimensione universale, che coinvolge tutte le genti nelle due coordinate – spaziale (di tutti i luoghi) e temporale (di tutti i tempi) – e che nell’Epifania avrà il suoi primordi. La storia umana, nella sua complessità e sviluppo, è proiettata verso un segno tipico, che annunzierà la pienezza del tempo, quando sarebbe apparso il Messia: è la pace messianica, annunziata dai profeti Isaia (Is 11, 1-10) e Michea (Mi 4, 1-5) e che nella pax romana al tempo di Augusto ha un debole, se pur inadeguato e lontano, preludio. Ed ecco, che con una pennellata brevissima, ma incisiva, la Kalenda proclama: … mentre su tutta la terra regnava la pace… .

Di sommo valore è pure la parte teologica, che è anche il vertice e il cuore letterario della composizione: «Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne». Si evidenziano tratti di altissimo valore dottrinale: 1. Dalla preesistenza del Verbo alla sua nascita corporale: è evidente la precisa descrizione del passaggio da Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’Eterno Padre (l’eterna e ineffabile preesistenza del Verbo), alla sua nascita in Betlemme dalla Vergine Maria, fatto uomo (la sua esistenza nel tempo e nello spazio, che è una nascita secondo la carne, distinta e successiva alla sua eterna generazione dal Padre). Nell’uso del termine secondo la carne vi è espressa tutta la densità oggettiva e fisica del corpo, che il Signore ha assunto dalla Vergine e che allontana ogni tentazione di pura apparenza (docetista-gnostica). Il testo della Kalenda anticipa nella Messa della notte i contenuti del Prologo di S. Giovanni, che sarà proclamato nella Messa del giorno. 2. L’iniziativa personale del Figlio, che decide di santificare il mondo con la sua piissima venuta, afferma l’identità propria della Persona e dell’azione del Figlio, distinta da quella del Padre, anche se in perfetta comunione divina. Già in radice sono qui presenti i prodromi del dogma della SS. Trinità. 3. Il fatto di essere  concepito per opera dello Spirito Santo e aver trascorso nove mesi nel seno della Vergine, non sono elementi trascurabili, ma, meticolosamente proposti dalla Kalenda, affermano l’assoluta importanza della concezione verginale del Signore e il valore salvifico anche dei suoi nove mesi di gestazione nel ventre purissimo di Maria. Da questa dichiarazione scaturisce l’estrema attualità della sacralità della vita umana, in particolare dell’istante del concepimento e dei nove mesi della gestazione nel grembo materno.

3. Il Gloria in excelsis Deo. Questo antico inno è il tipo di quell’innologia creata nella liturgia dalla Chiesa apostolica e subapostolica e che continua il genere di quegli inni di cui troviamo traccia nella stessa Sacra Scrittura del Nuovo Testamento, soprattutto nelle lettere apostoliche. Tali inni, prevalentemente di composizione umana e molto diffusi nell’antichità, subirono un arresto a causa dell’uso degli eretici, che vi opposero espressioni dubbie per trasmettere i loro errori dottrinali. Per questo la Chiesa, accolti con venerazione gli inni che sono contenuti nei testi del Nuovo Testamento, insieme a qualche altra rara eccezione, estromise gli altri, ripiegando con decisione sull’uso esclusivo, ma dottrinalmente sicuro, dell’antico Salterio, quale raccolta innologica tipica e garantita per la liturgia. Il Gloria in excelsis – detto anche Dossologia maggiore o Inno angelico – è presente fin dall’antichità nell’ufficio del mattino, comune alla Chiesa occidentale e orientale. Dall’Ufficio divino entrò poi nella Messa di Natale. Di lì passò in seguito alla Messa domenicale e soprattutto alla Messa di Pasqua. L’inno ha una genetica appartenenza alla notte di Natale, sia per il suo esordio, come per la sua esecuzione. Infatti, il suo testo sviluppa le parole del canto degli Angeli nella notte santa Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bone volumptatis. Si crea un canto a due cori: gli Angeli in cielo e la Chiesa sulla terra, che si rispondono nella gioia e nell’esultanza per la nascita del Redentore. Per questo l’Inno è intonato dal Vescovo rivolto al popolo, come gli Angeli che allora si volsero verso i pastori. Le due Assemblee, celeste e terrestre, si alternano nella lode, il Dio che si è fatto uomo unisce il cielo e la terra e la pace che regna in cielo discende dall’alto e inonda la terra avvolta nelle tenebre e ora illuminata dal fulgore celestiale. La profonda sintonia del Gloria in excelsis col mistero del Natale, implica che l’Inno sia eseguito con una solennità del tutto speciale nella notte santa, come sua sede più appropriata e come autentica e insuperabile drammatizzazione del Vangelo, che in tale notte la Chiesa proclama. E’ vero che la gioia che prorompe da questo inno poi si estende in ogni altra solennità liturgica, a cominciare dalla notte di Pasqua, ma questa letizia ha già la sua sorgente nel mistero dell’Incarnazione, esordio del Mistero pasquale nella notte natalizia. In tal modo, mediante il Gloria in excelsis, il mistero natalizio è ricordato in ogni altra solennità dell’Anno Liturgico, quale radice indefettibile di ogni successivo sviluppo dell’opera della nostra Redenzione. Già nella liturgia di Betlemme, ma recentemente anche nella liturgia romana (basilica Vaticana: Natale 2007) il canto solenne dell’Inno viene accompagnato dal suono delle campane, proprio per evidenziare la gioia che erompe incontenibile dalla chiesa e si diffonde anche nell’ambiente notturno della limpida e mistica notte di Natale. Così anche il creato partecipa alla gioia della nascita del Redentore, proprio come afferma il salmo responsoriale della Messa di mezzanotte (Sl 95, 11-12): «Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene».

4. L’ « Et incarnatus est ». La notte e il giorno di Natale prevedono un rito del tutto singolare e unico nell’Anno liturgico. Durante il canto del Credo i ministri e tutto il popolo si inginocchiano e adorano il mistero dell’Incarnazione proprio quando si canta l’articolo et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est. Il momento, se celebrato convenientemente, imprime un profondo senso di preghiera e suscita una straordinaria commozione spirituale, al punto da costituire quasi l’apice delle Messe natalizie. Per la verità questo articolo del Credo è sempre circondato da una speciale venerazione, infatti, la liturgia prevede che sempre nel pronunziarlo o cantarlo vi sia l’inchino profondo da parte di tutti i presenti, ministri e fedeli. Purtroppo l’indicazione è disattesa e neppure la si conosce, sicché è raro osservare questo gesto anche in assemblee liturgiche di spiccata importanza. Perché la Chiesa insiste su questo elemento così singolare e inconsueto? Certamente per suscitare nei suoi fedeli lo stupore del Mistero. La consuetudine con i Misteri della nostra fede provoca assuefazione e facilmente i cristiani si abituano a Misteri straordinari, impensati e non dovuti, ma doni assolutamente gratuiti dell’amore misericordioso di Dio. La sorpresa e la novità degli eventi costitutivi della nostra fede si dilegua nell’abitudine e nella quotidianità di una vita cristiana, anche buona, ma priva di quell’esultanza dello Spirito e di quella meraviglia interiore, che si dipanano nel grigiore e nelle difficoltà della vita ordinaria. Ora l’atto di profonda venerazione che la tradizione ha impresso e tramandato nella liturgia natalizia nacque da quello stupore degli inizi, quando il primo annunzio della fede del Dio fatto uomo non poteva che sorprendere e, una volta accettato, suscitare un incontenibile senso di ammirazione e di gratitudine al Dio delle misericordie. Tale sentimento la Chiesa vuole rinnovare nel santo Natale. E in realtà tale rito manifesta una capacità straordinaria di suscitarlo, se celebrato con intelligenza e cuore. Ma perché la Chiesa comanda un simile atto di adorazione per il mistero dell’Incarnazione nella solennità del santo Natale e non propone un analogo gesto adorante in corrispondenza di altri articoli del Credo nelle rispettive e diverse solennità liturgiche, come ad es. la domenica di Passione o quella di Pasqua, o l’Ascensione o la Pentecoste, ecc.? Innanzitutto occorre dire che la liturgia non è creata come un progetto unitario e completo fatto a tavolino fin dall’inizio, ma si sviluppa esistenzialmente in una serie di circostanza storiche, che nei secoli con motivazioni molto diverse creano espressioni rituali originali, che poi si stabilizzano e, trasmesse dalla tradizione, formano il volto concreto della liturgia attuale della Chiesa. Così la prostrazione adorante dell’Incarnatus est di Natale la riceviamo come un dato di fatto e una tradizione amata e consolidata. Occorre tuttavia osservare che circondare di stupore il mistero dell’Incarnazione del Verbo è assicurare alla radice di ogni altro mistero l’ammirazione adorante di tutto il complesso misterico della nostra fede. Infatti è l’unione ipostatica dell’Uomo-Dio, che fonda le dimensioni infinite e salvifiche di ogni altro evento della nostra Redenzione. La tremenda Passione e Morte assumono un valore soprannaturale dall’unione ipostatica. Senza di essa la stessa Passione si perderebbe in una ennesima vicenda dei tanti dolori umani, che intessono la storia. Così la lavanda dei piedi, se non fosse un atto compiuto dal Verbo incarnato, sarebbe un’espressione delle infinite umiliazioni, che scorrono nella triste vicenda dell’umanità-serva. Senza l’unione ipostatica non sarebbe possibile né la Risurrezione, né l’Ascensione, né il dono dello Spirito. Ecco allora come la Chiesa, facendo prostrare i suoi figli nell’Ora santa dell’Incarnazione, immette nel loro animo il senso dello stupore adorante alla radice stessa dell’opera della Redenzione, che accoglie nel suo primissimo e mistico esordio nella notte santa. Allora non è conveniente proporre una imitazione di questo rito in altre solennità, sia perché in tal modo verrebbe tolta la tipicità della liturgia natalizia e diventerebbe un’espressione ordinaria priva di incisività specifica, sia perché altri misteri della fede non sarebbero adeguatamente espressi con la prostrazione, ma piuttosto con la posizione eretta, come i misteri della Risurrezione, della Ascensione e della Pentecoste. Tuttavia, rispettata senza alcuna eccezione la tipicità dell’Incarnatus est, si potrebbe proporre con una ricchezza polifonica maggiore i versetti del Credo che nelle singole solennità celebrano il mistero in essi contenuto. Ciò già è proposto nella liturgia papale dalla cappella musicale pontificia. La prostrazione adorante poi intende porre l’assemblea liturgica in un atteggiamento di profonda partecipazione alla umiliazione del Signore, che con l’Incarnazione inizia il suo descensus de caelis e il suo umiliante entrare nel mondo, dimorando in mezzo agli uomini. Infatti il Natale, se da un lato è festa di grande letizia per la venuta del Dio con noi e ha prodotto giustamente dei capolavori musicali e dei simboli di altissima e insuperabile poesia, tuttavia racchiude in sé anche l’inizio di quell’annientamento divino, che porterà l’uomo-Dio fino alla croce e alle tenebre del sepolcro. Occorre cogliere anche questo aspetto per non ridurre il Natale ad una gioia superficiale, ad un sentimento sterile e ad una celebrazione slegata dall’ascesi, dalla penitenza, dalla conversione e dalla carità vera, che implica rinuncia e condivisione reale con coloro che versano in ogni tipo di indigenza. Ecco allora che il rito della prostrazione adorante al canto dell’Incarnatus est compone insieme i due aspetti indissolubili: lo stupore grato, incontenibile, commovente, poetico e mistico del Dio che assume la nostra umanità e viene ad abitare in mezzo a noi e il dramma misterioso e carico di corollari imprescindibili in ordine al concreto svolgimento del Mistero pasquale, che solo attraverso la sofferenza e l’annichilimento del Figlio di Dio porterà alla gloriosa risurrezione. La povertà, i disagi e le umiliazioni di Betlemme non possono ridursi ad un mito indolore per una festa irresponsabile e superficiale, ma debbono, pur nel fulgore della grande gioia annunziata dagli Angeli nella notte santa, costituire motivo di seria meditazione e di serena adesione a quella Croce, che in essi è già in atto e profeticamente adombrata.

5. La visita al presepio. Una bella tradizione, che viene da Betlemme, invita a concludere la Messa di mezzanotte con la processione al presepio. Nella Palestina nasce con spontaneità e con logicità questa forma di drammatizzazione liturgica, avendo a portata di mano i luoghi stessi che la tradizione indica come quelli dove i misteri si attualizzarono storicamente. Ecco perché le principali drammatizzazioni liturgiche vengono dalla Terra Santa e si diffusero poi in tutta la Chiesa. Così, nella notte di Natale, dalla basilica della natività si scende nella grotta, portando il Bambino Gesù e deponendolo, prima sulla stella d’argento, luogo della nascita, e poi nella mangiatoia, dove l’adorarono i pastori. Il rito è commentato dalla lettura del Vangelo di Luca il cui racconto è ritualmente drammatizzato. Tale costume, in modo più sobrio come è nello stile romano, viene adottato anche nella liturgia papale nella notte di Natale. Il papa infatti, da qualche anno, terminata la Messa di mezzanotte, si reca in visita al presepe, allestito nella basilica Vaticana, e il diacono vi depone il Bambino Gesù, tolto dall’altare centrale, dove vi era stato posto fin dalla processione introitale. E’ quindi possibile in ogni chiesa instaurare questa bella tradizione, come del resto prevede anche il Direttorio sulla pietà popolare. I contenuti di questo rito sono espressi sinteticamente nella monizione che lo introduce: Fratelli, come i pastori, andiamo anche noi fino a Betlemme e contempliamo nel presepio Colui che abbiamo ricevuto nel sacramento.

Coinvolgere i ministri o anche l’intera assemblea – se lo spazio lo consente – nella processione al presepio è imprimere con maggior efficacia psicologica la compartecipazione dei fedeli nella vicenda dei pastori, che vanno a Betlemme seguendo l’invito dell’Angelo. L’evento narrato nel santo Vangelo non è un fatto storico sepolto nel passato, ma nell’azione liturgica diventa evento attuale e i fedeli si trovano nella medesima situazione dei pastori, sono sollecitati dal medesimo invito angelico e si trovano nella identica prossimità misterica col Verbo incarnato, vivo e vero, presente nel sacramento e che ora, con stupore di fede, adorano sotto i veli sacramentali e ammirano nella commovente contemplazione del presepio. E’ questa attualizzazione nell’oggi del nostro tempo e nella concretezza della nostra esistenza, che la drammatizzazione liturgica tende maggiormente a rinvigorire,  coinvolgendo non solo il pensiero, ma anche il corpo, che si mette in cammino verso Betlemme ad imitazione dei pastori e giunge a guardare e godere nel presepio il Mistero invisibile che ci avvolge.  

La contemplazione del mistero della Natività nella realizzazione fisica del presepio ripropone il valore delle icone e di ogni raffigurazione scultorea e pittorica in ordine alla trasmissione della fede e all’efficacia del culto liturgico. La crisi iconoclasta ha superato i sofismi contrari all’uso delle icone ricorrendo al mistero dell’Incarnazione. In esso il Verbo invisibile si fece visibile e il volto di Dio fu reso disponibile ai nostri sensi nella persona di Gesù Cristo. Se nell’Antico Testamento il comandamento divino vietava le immagini per non incorrere nell’idolatria, la venuta del Figlio di Dio nella nostra carne ha fondato la realizzazione e l’uso delle immagini sacre proprio come affermazione che Dio nel Figlio si è fatto immagine visibile e tangibile. Quindi l’immagine sacra per se stessa è un’affermazione del dogma dell’Incarnazione. Ora nel presepio l’evento dell’Incarnazione assume le dimensioni del nostro mondo reale e così dichiara che la nostra fede non è un pensiero mitico ed evanescente frutto della nostra fantasia o del nostro desiderio, ma un reale fatto storico. Il presepio allora approfondisce ulteriormente ciò che si è detto della Kalenda con le sue date e le sue coordinate storiche. Il Verbo eterno entra nel nostro piccolo mondo: nel presepio vediamo il sole e la luna, le stelle, gli alberi, i fiumi, gli animali e gli oggetti che circondano la nostra vita quotidiana. Ogni popolo vi adegua il gusto delle proprie abitazioni e dei propri costumi e vi descrive l’orizzonte della propria geografia. Dio si fa uomo ed entra nello specifico mondo di ogni uomo e di ogni cultura e tempo. Ecco il suo valore ed ecco il suo fascino: Dio è uno di noi, conosce e condivide il nostro ambiente, guarda i nostri panorami, abita le nostre case, usa i nostri oggetti, indossa i nostri vestiti, cammina sulle nostre strade, ammira lo splendore del nostro sole e stupisce sotto la volta stellata del nostro cielo. Questo ha ispirato S. Francesco d’Assisi nell’allestire il primo presepe e muove la gente semplice del popolo cristiano a continuarne la splendida tradizione. Per questo gli artisti attinsero dal loro genio immagini insuperabili e l’inesprimibile assunse forma, luce e colore.  Nel presepe l’immagine sacra raggiunge la sua più alta vetta e la sua poesia più autentica. In esso l’immagine e somiglianza con Dio, impressa sul volto di Adamo, raggiunge la sua perfezione e il suo culmine nei lineamenti del volto del Dio-Uomo, Gesù Cristo. Occorre allora diffondere il presepe, raccomandarlo nelle chiese e nelle case, nelle scuole e sulle strade. Esso è l’annunzio del Vangelo più puro, è la forma più spontanea della biblia pauperum, che un tempo produsse la grande pittura e scultura dei secoli cristiani. Certo per la qualità della realizzazione sarà indispensabile considerare i diversi criteri che il presepio deve avere a seconda degli ambienti in cui si costruisce, ma sempre deve emergere, incontrastata e sovranamente beata, la scena della natività del Signore nella grotta di Betlemme.

L’invito, che il diacono pronunzia prima della processione al presepe, contiene un elemento importante che ne esalta la sua più vera efficacia: Contemplare nel presepe Colui che abbiamo ricevuto nel sacramento. La contemplazione del presepio ha la sua più alta finalità nell’incontro sacramentale col Verbo incarnato. Mediante la santa Comunione il cristiano passa dalla contemplazione alla fusione vitale con Colui, che per noi si è fatto cibo celeste. Il pane vivo disceso dal cielo si è reso disponibile a noi in Betlemme, la città del pane e, piccolo Bambino, è stato deposto in una mangiatoia, luogo dove si nutrono gli animali. Tutto concorre ad esprimere fin dall’inizio la dimensione eucaristica dell’opera della Redenzione, che già in Betlemme si manifesta con scelte divine ispirate ad un eloquente simbolismo. Ecco allora che il presepio potrà diventare un incontro pienamente efficace se il divin Sacramento ci ha nutriti e se verso tale Sacramento continuamente il presepio ci sospinge. Nasce allora l’impegno per un Natale sacramentale, che supera una celebrazione semplicemente psicologica, per assicurare una partecipazione ontologica al Mistero del Verbo incarnato, che si è fatto uomo, affinché, mediante la nutrizione eucaristica, l’uomo diventi Dio. Il Bambino di Betlemme è quel pane vivo che ci rende concorporei e consanguinei di Dio e che produce la nostra divinizzazione. In tempi di superficialità e di un Natale esteriore e commerciale con derive pagane, vi è urgente necessità di annunziare il Sacramento, che preparato da una degna Confessione natalizia, ci porti dal presepio all’incontro personale, vero, reale e sostanziale col Verbo di Dio, divenuto nostro fratello. E’ nel Sacramento che si realizza pienamente l’Oggi della nostra salvezza e soltanto con la sua degna celebrazione e recezione possiamo cantare in verità: Oggi è nato per noi il Salvatore; oggi su tutta la terra i cieli stillano dolcezza.

Il rito della visita al presepe è costituito da elementi pertinenti: il canto Adeste fideles accompagna la processione e interpreta egregiamente il viaggio dei pastori e dei fedeli verso Betlemme seguendo l’invito dell’Angelo. La proclamazione del breve tratto evangelico prosegue il racconto della natività, iniziato col vangelo della Messa di mezzanotte e descrive l’evento dell’adorazione dei pastori giunti alla grotta e così viene attualizzato il senso della nostra adorazione davanti al presepio. Fermare la lettura alla scena dei pastori, che trovano il Bambino deposto nella mangiatoia, è conforme al momento liturgico che si sta celebrando. I fedeli, come i pastori, vanno ad presepe e contemplano il mistero: la notte santa è, infatti, tempo di intima e ineffabile contemplazione ad praesepe. Il vangelo poi sarà completato nella Messa dell’aurora, quando, con l’arrivo del giorno, i pastori divengono i missionari del grande annunzio (messa detta ‘pastorale’).

Infine il congedo affida ai fedeli quel mandato missionario che esercitarono i pastori dopo aver udito e visto. Il diacono infatti congeda con queste parole l’assemblea: Come i pastori glorificate e lodate Dio per tutto quello che avete udito e visto. Andate in pace (Lc 2, 20).                            

Conclusione

Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro (Omelia I di Natale).

Così il santo pontefice Leone I, il Grande, si esprime in una sua omelia di Natale. Ma la stessa Parola di Dio ci ammonisce con espressioni ancor più esaltanti:

Ritorna, Giacobbe, e cammina allo splendore della sua luce. Non dare ad altri la tua gloria, nè i tuoi privilegi a gente straniera. Beati noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato (Bar 4, 2-4).

Il Signore Gesù in persona volle ricordarci il meraviglioso privilegio di tutti coloro che sarebbero venuti alla fede:

Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono (Lc 10, 23-24).  

Consapevoli di tanta magnanimità divina verso di noi e grati per l’esaltante rivelazione del mistero nascosto nei secoli, sentiamo pure la responsabilità dell’ immenso dono di grazia, di cui dovremo render conto al Signore, quando verrà nel suo regno di luce. Per questo, con umiltà e compunzione, sostiamo davanti al presepio e meditiamo:    

 

Ecco Dio ha posto in Sion

una pietra scelta, angolare,

preziosa, saldamente fondata.

Chi crede in essa non vacillerà.

Il bue conosce il proprietario

e l’asino la greppia del padrone,

ma Israele non conosce

e il mio popolo non comprende.

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio.

Alleluia! (Is 28, 16; 1° Pt 2, 6; Is 1, 3; Gv 1, 12 )

Ma se il nostro cuore indugia ancora e la tenerezza del Bambino di Betlemme ancora non ci scuote dal torpore, osserviamo, con lo stupore dei fanciulli, le stelle del cielo nel silenzio mistico della beata notte di Natale e imitiamone la loro perfetta e commovente adorazione:

Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; egli le chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per colui che le ha create (Bar 3, 34-35).

 

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