LA COMUNIONE FUORI DALLA MESSA

Sintesi della 57° Trasmissione a Radio Maria “Gli insegnamenti del Concilio Vaticano II ” a cura di don Enrico Finotti – La trasmissione è andata in onda nella serata di lunedì 9 luglio 2018.

Tre premesse

  1. Comunione extra Missam e Adorazione eucaristica

La Messa si estende con due importanti ‘appendici’: la comunione fuori della Messa e l’adorazione eucaristica. Ambedue queste realtà devono essere intese in stretto collegamento e dipendenza dalla Messa, dalla quale scaturiscono e della quale estendono i frutti:

– la Comunione extra Missam è il prolungamento dei riti di comunione, parte integrale della stessa Messa;

– l’adorazione eucaristica è l’estensione permanente, possibile in ogni ora del giorno e della notte, di quel culto di latria che è dovuto al santissimo Sacramento conservato nel tabernacolo.

La grazia del divin Sacrificio raggiunge gli assenti mediante la comunione extra Missam e si intensifica, mediante l’adorazione eucaristica, in tutti coloro che sostano con fede e devozione presso la santissima Eucaristia.

Possiamo in tal modo dire che la Comunione extra Missam e l’adorazione eucaristica sono due canali di grazia, che fluiscono dal Sacrificio e raggiungono, da un lato i fedeli assenti alla celebrazione della Messa, dall’altro i fedeli adoranti in ogni altro altro momento fuori della celebrazione eucaristica.

La Chiesa raccoglie i riti sia della Comunione extra Missam, sia del culto eucaristico in un apposito libro liturgico intitolato «Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico» edito dalla Sacra Congregazione dei Sacramenti e culto divino in data 4 gennaio 1978.

  1. La Comunione agli assenti: un fatto fin dalle origini

La Comunione agli assenti (infermi e carcerati) è un dato originario, presente fin dal primo resoconto sul rito della Messa. San Giustino martire, infatti scrive: «

La Messa domenicale quindi prevedeva che i diaconi, dopo aver aiutato il sacerdote nella distribuzione della Comunione nell’assemblea liturgica, ricevessero dal sacerdote stesso l’Eucaristia e proseguissero il rito della comunione recandosi nelle case degli assenti.

Questa modalità originale è da ritenere il referente e il modello classico per comprendere rettamente il rito della Comunione agli infermi: essi vengono uniti all’assemblea santa (domenicale o feriale), mediante il ministero diaconale, che li rende sacramentalmente partecipi del Corpo e del Sangue del Signore.

Ogni eccezione, esigita da situazioni pastorali diverse che non possono più assicurare il legame immediato con la celebrazione della Messa, deve sempre essere intesa in questo quadro ideale: l’unica celebrazione che unisce i fedeli presenti e assenti.

  1. Il dogma della fede: luce indefettibile

Il dogma della Presenza «vera, reale e sostanziale» del Corpo e del Sangue del Signore, mediante la transustanziazione è il faro luminoso che ispira i riti e i comportamenti dei ministri e dei fedeli nella Comunione extra Missam.

Oscurato il dogma tutto decade perché non si comprendono più i criteri sui quali è fondato il rito stabilito dalla Chiesa e la somma venerazione che è richiesta nel trattare il Sacramento.

L’attuale ‘secolarizzazione’ che investe anche il modo di portare la Comunione agli infermi è dovuta fondamentalmente all’oscuramento del dogma della fede, che porta a trattare con mediocrità e banalità ciò che si reca nelle mani.

 

La forma ideale della comunione agli infermi

 1. La Comunione agli infermi

Consideriamo la forma ideale prevista oggi dalla Chiesa per recare la comunione agli infermi nella loro casa.

Il sacerdote, terminata la santa Messa, oppure in un’altra ora opportuna, rivestito dell’abito ecclesiastico (talare), preleva dal tabernacolo il Sacramento e lo depone nella teca dorata, che a sua volta è messa nella busta preziosa insieme al corporale e al purificatoio. La busta, sostenuta dal cordone attorno al collo, cade sul petto, quale posizione più degna e opportuna per il trasporto del Sacramento.

Il sacerdote si incammina verso la casa dell’infermo senza soste e senza conversare con alcuno, ma piuttosto pregando mentalmente.

Nella casa dell’infermo si prepara un decoroso altare, stendendo una tovaglia bianca sul tavolo o su un mobile nobile nella stanza dell’ammalato o in altra stanza. Sopra si pone il crocifisso con due ceri accesi e col vasetto dell’acqua per l’aspersione (all’inizio del rito) e per l’abluzione (dopo la comunione).

Entrato in casa il sacerdote saluta nel modo consueto, senza indugiare in conversazione, e, indossata la stola (se già non la porta), depone la busta sulla mensa predisposta, stende il corporale, vi depone la teca del Sacramento e genuflette.

  • Asperge la stanza con l’acqua benedetta dicendo: Pace a questa casa…
  • Recita l’antifona: O sacro convito…;
  • Si accosta all’infermo e, se viene richiesto, procede alla confessione sacramentale.
  • Quindi procede col rito della Comunione in questo modo:
  • atto penitenziale (se non vi è stata la Confessione sacramentale);
  • breve capitolo biblico (previsto dal rito)
  • Pater noster
  • Beati gli invitati…Ecco l’Agnello di Dio…
  • Comunione all’infermo e abluzione (teca e dita)
  • Silenzio adorante
  • Antifona: Adoriamo o Cristo…
  • Orazione

 

Il sacerdote conversa con l’infermo con quella prudenza, sobrietà e carità che si addice al pastore che sta presso il fedele provato dalla malattia. Poi si congeda.

Se deve riportare in chiesa parte del Sacramento ciò avverrà nello stesso modo di come venne.

2. L’Unzione degli infermi

Quando l’infermo richiede il sacramento dell’Unzione, questo si inserisce dopo la Confessione sacramentale e prima della santa Comunione. Infatti questo ordine richiama, verso il tramonto della vita, il medesimo ordine dei tre sacramenti dell’Iniziazione cristiana: al Battesimo, Confermazione, Eucaristia che esordisce la vita cristiana corrispondono la Confessione, l’Unzione e l’Eucaristia, che consacrano i momenti della prova, fino al termine della vita terrena.

3. Il Viatico

Il Viatico è l’ultima comunione che il cristiano riceve per il viaggio verso l’eternità. Esso è richiesto seriamente dalla Chiesa per il bene dell’anima (cfr. Can.). Caratteristica liturgica del Viatico è la Professione di fede e l’Indulgenza plenaria in articulo mortis.

 

La distribuzione della Comunione fuori dalla Messa

La santa Comunione fuori della Messa non è una prerogativa soltanto degli infermi, ma costituisce una possibilità anche per altri fedeli, che sono impossibilitati a partecipare alla santa Messa o per l’assenza del sacerdote o per altre difficoltà (es. orari di lavoro, ecc.). In questi casi la Chiesa prevede un rito apposito per la santa Comunione fuori della Messa.

Norma: la S. Comunione nella Messa

 La norma è ricevere la santa comunione durante la Messa. Oggi i fedeli sono ormai orientati a ricevere normalmente la comunione nella Messa. Ciò è conforme alla natura stessa dell’Eucarestia, secondo le parole del Signore: Prendete e mangiate… e secondo il costante uso della Chiesa particolarmente approfondito nel movimento liturgico degli ultimi secoli e riaffermato nei decreti dei Sommi Pontefici (san Pio X) e del Concilio Vaticano II.

La Comunione fuori della Messa: uso legittimo

Il sacerdote deve essere disponibile a dare la comunione anche fuori della Messa nel caso fosse richiesta dai fedeli per una giusta causa. Si pensi al flusso dei pellegrini in taluni santuari dove si rende opportuno offrire la possibilità di ricevere la comunione in orari diversi e in situazioni particolari anche fuori dalla Messa. Quindi tale modalità non può essere negata per principio, anche se deve essere adeguatamente regolata secondo criteri di buon senso e di dignità.

La comunione fuori della Messa è invece più ricorrente in assenza del sacerdote e quindi della Messa stessa. In questo caso altri ministri, di cui parleremo più avanti, potranno procedere ad una celebrazione opportuna per dare con frutto e dignità la santa comunione.

Il rito della Comunione extra Missam

Vi è comunque un rito preciso col quale sia il sacerdote, sia altri ministri incaricati, devono procedere alla distribuzione della comunione fuori della Messa.

Questo rito si compone sostanzialmente di una breve liturgia della parola a cui si aggiunge il rito stesso della Comunione.

Ecco lo schema previsto per una celebrazione comunitaria:

  • Riti d’inizio (canto o antifona a cui segue il saluto liturgico);
  • Atto penitenziale (nelle tre forme possibili previste dalla Messa)
  • Liturgia della parola (quella del giorno completa oppure una parte con eventuale omelia e preghiera universale);
  • Riti di comunione (Pater, Beati… Ecco l’Agnello di Dio…, comunione);
  • Silenzio adorante e antifona di comunione
  • Orazione conclusiva e benedizione.

 

Vi è poi un rito breve che offre tutte queste parti, ma in modo estremamente sintetico.

Come si vede il rito della comunione extra Missam ricalca in larga parte il rito della Messa, sia perché ne estende i riti di comunione, sia perché la Chiesa desidera che con la santa comunione i fedeli ricevano anche una qualche parte della Parola del giorno liturgico.

 

I ministri ordinari e straordinari della santa Comunione

 Un discorso importante deve essere fatto per i ministri in genere della santa Comunione.

Ministri ordinari e straordinari. Si distinguono in ministri ordinari e straordinari:

–  sono ordinari coloro che sono insigniti del carattere dell’Ordine (sacerdote e diacono);

–  sono straordinari quei religiosi o laici che ne hanno ricevuto l’incarico con apposita benedizione.

Si deve dire che il carattere ordinario o straordinario non è determinato dalla frequenza con cui si esercita il ministero, magari anche quotidiana, ma dallo status teologico del ministro, per cui il ministro ordinario resta tale anche se esercitasse poco il ministero della comunione extra missam, mentre il ministro straordinario resta tale anche se ne avesse un esercizio quotidiano.

Il Sacerdote

Se ministri ordinari sono i sacerdoti e i diaconi, solo il sacerdote è il ministro primario, perché solo lui può rendere disponibile sull’altare il Corpo e il Sangue del Signore, mediante la Consacrazione. Il diacono, infatti, riceve dal sacerdote il Corpo di Cristo e quindi lo porta ai fedeli, presenti in assemblea ed assenti nelle loro case.

L’atto del dare la comunione è uno dei tre gesti eucaristici del Signore: – prese il pane, – disse: Questo è il mio corpo; – lo diede ai suoi discepoli. Per questo l’amministrare ai fedeli il Corpo di Cristo è primariamente un atto sacerdotale, che non deve mai essere totalmente delegato agli altri ministri.

Il Diacono

Il diacono è sì ministro ordinario per il carattere dell’ordine che ha ricevuto, ma sempre in aiuto del sacerdote, mai, strettamente parlando, in piena autonomia dal sacerdote stesso.

Infatti, nei riti di offertorio il diacono riceve dai fedeli le oblate e prepara il calice, infondendo vino ed acqua, ma poi consegna la patena e il alice al sacerdote per l’atto fondamentale dell’offertorio, che consiste nel presentare a Dio le oblate; durante la Prece eucaristica (Canone) il diacono ha un ruolo di assistenza del sacerdote nell’atto consacratorio e infine interviene con l’elevazione del calice nella dossologia conclusiva; così nei riti di comunione il diacono viene comunicato dal sacerdote e da lui poi riceve il Corpo del Signore per la comunione dei fedeli e nella comunione sotto le due specie sostiene il calice a lato del sacerdote. Come si vede il ruolo del diacono è certo ordinario, ma non primario, quanto piuttosto di continuo supporto all’azione sacerdotale.

I ministri straordinari della santa Comunione

I ministri straordinari della comunione, infine, intervengono soltanto in casi di vera necessità, ossia di assenza o insufficienza del sacerdote o del diacono. Essi sono chiamati ad un triplice possibile servizio: aiutare in caso di evidente bisogno il sacerdote e il diacono nel distribuire la comunione in assemblee veramente grandi per accorciare i tempi della celebrazione; portare la comunione agli assenti in caso di impossibilità da parte del sacerdote o del diacono; distribuire la santa comunione assenza del sacerdote o del diacono.

Stabiliti i limiti di esercizio di tale ministero straordinario occorre sottolineare la necessità di assolvere ad alcune condizioni primarie per lo svolgimento competente e degno del ministero:

–  Il candidato è chiamato ad assolvere un’adeguata formazione teologica, spirituale e liturgica: conoscere il mistero che si porta nelle proprie mani (teologica); corrispondere con la pietà e devozione del cuore (spirituale); saper celebrare bene secondo il rito stabilito dalla Chiesa (liturgica).

– Il ministero è compiuto a nome della Chiesa e non é un’azione privata lasciata alla creatività soggettiva della personale sensibilità. Per questo tutti i ministri di ogni ordine e grado devono osservare con precisione e convinzione il rito stabilito. I fedeli (sani e infermi) che ricevono la comunione devono aver la percezione chiara che il sacramento che ricevono viene somministrato dalla chiesa e non è alla mercè dei privati per quanto fossero geniali, simpatico o originali. Tale rito è sostanzialmente uniforme sia per il sacerdote come per i laici, tuttavia vi sono delle formule che sono tassative per i laici in quanto essi non danno il saluto liturgico, né impartono la benedizione.

–  Se il ministro è il sacerdote o il diacono celibe, essi sono tenuti ad indossare l’abito ecclesiastico e le insegne liturgiche previste, i laici devono attenersi ad un abbigliamento del tutto consono al ministero che esercitano.

–  L’esercizio di questo delicato ministero richiede la corrispondenza della vita e della testimonianza cristiana, che i fedeli devono poter rilevare in queste persone scelte per un così grande ministero. Se intervenissero situazioni gravi che dovessero compromettere pubblicamente la testimonianza cristiana il ministro interessato deve aver l’umiltà e il coraggio di dimettersi per il bene della Chiesa accettando eventualmente la dovuta correzione da parte del proprio parroco.

 

Conclusione

In conclusione è necessario affermare che non è lecito un totale e permanente abbandono da parte del sacerdote dell’amministrazione del santissimo sacramento, conferendo de facto e in modo esclusivo o eccessivo ai ministri straordinari questo incarico sia durante la celebrazione della Messa, sia nella comunione agli infermi.

In particolare:

– Nella Messa sempre il sacerdote deve esercitare il terzo gesto eucaristico compiuto dal Signore possibilmente assolvendolo personalmente e normalmente da solo o con l’aiuto del diacono secondo la tradizione.

– Nella cura degli infermi, dovere primario del sacerdote, egli deve normalmente assolverla personalmente perché da un lato ogni fedele deve poter conoscere il proprio pastore e beneficiare della grazia dello stato connessa al sacramento dell’ordine sacro; dall’altro lato solo il sacerdote può esercitare una cura veramente completa degli infermi, impartendo l’assoluzione sacramentale (confessione) e conferendo a tempo debito la santa unzione e in caso di morte imminente l’Indulgenza plenaria in articulo mortis.

Da queste considerazioni ognuno potrà valutare la legittimità o meno della scelte pastorali in atto.

 

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