IL LATINO NELLA LITURGIA

A cura della Redazione  –  6 maggio 2018

Il nostro insegnante di liturgia è del parere che le raccomandazioni del Concilio Vaticano II riguardo al latino siano state un compromesso per ottenere il voto unanime dei Padri conciliari, ma che in realtà oggi ci si debba attendere un graduale ripensamento e superamento di queste affermazioni conciliari…?     (un seminarista)

Chi legge con attenzione e competenza i testi conciliari a riguardo del latino e del canto gregoriano noterà forse con sorpresa che si tratta di affermazioni precise e sicure quali attestazioni di un comune sentire nella Chiesa. L’uso della lingua latina costituisce la norma nella liturgia (SC 36) e con altrettanta determinazione si aprono prospettive più larghe nell’uso delle lingue volgari (SC 54). Anche il primato del canto gregoriano è proclamato con decisione, pur ammettendo, alle condizioni stabilite, il canto popolare religioso (SC 116). Il linguaggio impiegato dai Padri e la fermezza degli asserti non rivelano il disagio e la fatica proprie di altre espressioni, frutto di dibattito e quindi con formulazioni di compromesso.

Del resto il compromesso nelle formule dottrinali ha anche una funzione positiva, che ha consentito, nello sviluppo del dogma e nell’opera dei Concili, di trasmettere la sostanza di fondamentali verità, senza elidere totalmente altri aspetti correlati, parziali e integrativi di asserti teologici che sono complessi, soggetti a ulteriore maturazione e a maggior esplicitazione nei secoli. L’elaborazione accurata delle classiche definizioni dogmatiche non è estranea ad una sana ed equilibrata logica di compromesso linguistico, che in tal senso afferma la trascendenza della verità divina, pur nell’intento di enuclearne il nocciolo oggettivo e impegnativo per la fede.

Occorre perciò evitare di cadere in quella ostilità tra lettera e spirito del Concilio, che già il papa Benedetto XVI denunciava nel suo famoso discorso natalizio alla Curia Romana (2005). Il Concilio infatti dichiara nella lettera dei suoi documenti la volontà di continuare nell’uso del latino nella liturgia e per quanto riguarda il canto gregoriano ne fa’ un elogio sommo mai fatto nei precedenti Concili ecumenici. Sulla base di questa lettera si deve interpretare lo spirito del Concilio, il quale non può che essere in coerente sintonia con ciò che la lettera dei documenti autentici afferma. Ogni altra ipotesi o illazione porta fuori del pensiero della Chiesa e ci spinge in interpretazioni ideologiche, che divaricano da ciò che lo Spirito intese dire alla Chiesa mediante il Concilio.

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