LA “STATIO” DELL’AVVENTO – terza parte

Profeta con cartiglio – Il Portico della Gloria Cattedrale di Santiago di Compostela – particolare

VI     L’invocazione alla Divina Sapienza, cuore della Statio

(Invocazione alla Sapienza) La preghiera che Salomone (Sap 9, 1-11) indirizza con profonda intensità alla divina Sapienza è particolarmente indicata per la liturgia dell’Avvento.

Infatti, una delle immagini più eloquenti per descrivere la persona e l’opera del Messia è appunto quella della Sapienza, che, in importanti testi biblici, è intesa quasi come una persona distinta, che dall’eternità sta presso Dio e ne partecipa pienamente della sua stessa virtù divina.

Si pensi ai bellissimi testi del libro dei Proverbi (8, 22-36) e del Siracide (24, 1-21), che preludono a quel vertice di espressione teologica, che è il Prologo di san Giovanni (Gv 1, 1-18).

(si legge qualche versetto dei testi biblici citati)

Invocare la Sapienza divina è quindi un’implicita invocazione del Messia, la Sapienza eterna del Padre, il Logos, che era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui  niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (Gv 1,3).

L’Invocazione alla divina Sapienza rappresenta il vertice rituale della Statio ed è cantato con grande intensità.

I ministri si inginocchiano ai piedi dell’altare e tutto il popolo si inginocchia come si è fatto all’inizio al canto del Rorate.  

LA “STATIO” DELL’AVVENTO – seconda parte

Maestro della Madonna del parto (Galleria dell’Accademia – Venezia) – attivo tra il 1390 e il 1410 circa

DON ENRICO FINOTTI

 

V   La liturgia della parola della Statio

(Lit. della Parola) La proclamazione della parola di Dio è la parte più estesa della Statio: essa è infatti una solenne liturgia della parola per una catechesi più accurata nei tempi forti dell’Anno liturgico.

(Evangeliario chiuso) L’Evangeliario, eretto sul suo trono e posto sull’altare o in una posizione veramente centrale, è l’icona visiva di Cristo, «via verità e vita», che ammaestra con autorità divina il suo popolo. L’Evangeliario è aperto nella Statio quaresimale e chiuso nella Statio di Avvento.

Il simbolo è eloquente: il tempo di Avvento celebra l’attesa del Messia e riflette nei simboli quell’oscurità che avvolgeva le menti prima della venuta del Redentore, quando ancora il libro della verità e della vita era ancora chiuso mentre tutto il creato viveva nella trepida attesa di Colui che avrebbe aperto il libro e i suoi sette sigilli (Ap 5,5).

LA “STATIO” DELL’AVVENTO – prima parte

II       La celebrazione dell’Avvento

Certamente la trama del tessuto liturgico dell’Avvento è costituita dalla normale liturgia quotidiana: il Sacrificio eucaristico e le Ore dell’Ufficio divino. «Messa e Ufficio», infatti santificano ogni giorno nell’arco dell’intero Anno liturgico. Il ‘colore’ diverso dei misteri celebrati nella successione dei tempi sacri è il fascino dei fedeli, che attingono con frutto alle sorgenti della grazia e che nell’itinerario annuale sono sempre più introdotti nelle profondità insondabili dell’azione salvifica di Dio.

Tuttavia l’Avvento è un «tempo forte» e, in analogia con la Quaresima, richiede a tutto il popolo e ai singoli fedeli un supplemento di impegno spirituale in vista di una crescita interiore più cosciente e di una vita cristiana più purificata e qualificata davanti a Dio e agli uomini.

IL MISTERO DELL’AVVENTO

Anonimo seicentesco, Madonna del Parto, conservata nella Chiesa di S. Pietro, Leonessa (RI)

DON ENRICO FINOTTI

 

L’Avvento, mettendo la Chiesa in comunione con l’evento della lunga preparazione alla prima venuta del Salvatore, nel tempo che intercorse tra Adamo e Cristo e specialmente nella vicenda storica d’Israele, attualizza l’attesa del Messia, ravvivando nei fedeli l’ardente desiderio della sua “triplice venuta”: egli, infatti, venne nell’umiltà della carne, viene misticamente nella celebrazione dei santi misteri, verrà alla fine dei tempi nella gloria.

Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza.

Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a  possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”. [1]

“Ora egli viene incontro a noi in ogni luogo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno”.[2]

 

La liturgia dell’Avvento, tuttavia, pone l’attenzione in modo speciale al tempo che immediatamente precedette la venuta del Salvatore, quando la secolare attesa del Messia raggiunse la piena maturità e si espresse con la massima intensità: è il tempo dell’annunzio, della nascita, della predicazione e della testimonianza di Giovanni Battista, il Precursore, e della presenza di Maria SS., l’Immacolata Vergine Madre, che ricevendo l’annunzio dell’angelo accolse nel grembo il Verbo fatto carne. In questa cornice di riferimento, gli annunzi dei Profeti, soprattutto quelli del profeta Isaia, assumono una singolare eloquenza ed esprimono il loro senso definitivo.

Egli fu annunziato da tutti i profeti, la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo con ineffabile amore, Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo”.[3]

 

I VESPRI DEI DEFUNTI – seconda parte

  1. I vespri votivi fra l’ottava

La carità del suffragio è talmente importante e costante nella tradizione della Chiesa che viene raccomandata non solo nel giorno dei Defunti, ma anche per l’intero ottavario (dal 1 all’8 novembre) offrendo la possibilità di lucrare l’Indulgenza planaria, applicabile alle anime del purgatorio, una volta al giorno, mediante la visita al cimitero[1].

Tale pratica tuttavia è lasciata all’iniziativa individuale. I fedeli, in realtà, oltre ai normali pii esercizi (es. Rosario), in questi giorni, non hanno stimoli particolari da parte della liturgia. Per questo qui si propongono i vespri votivi dei defunti da celebrare in forma comunitaria e solenne nelle ferie che intercorrono tra il 2 e l’8 novembre. Con questa celebrazione i fedeli ricevono uno stimolo orante più efficace per disporre gli animi ad una recezione più cosciente dell’Indulgenza plenaria di suffragio. Inoltre sono introdotti, mediante il rito, ad un maggiore approfondimento dei vari aspetti del mistero, celebrato nell’annuale Commemorazione dei fedeli defunti.

I VESPRI DEI DEFUNTI – prima parte

 

DON ENRICO FINOTTI

Il Concilio Vaticano II ribadisce la dottrina perenne della Chiesa quando afferma:

Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli Angeli con Lui (Mt 25,31) e, distrutta la morte, non Gli saranno sottomesse tutte le cose (1Cor 15,26-27), alcuni dei Suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, passati da questa vita, stanno purificandosi, e altri godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino qual è”; tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui (Ef 4,16). L’unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo, non è minimamente interrotta, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali (LG 49).

LA CENTRALITÀ E IL PRIMATO DELLA LITURGIA NELLA DOTTRINA SULL’ECUMENISMO – seconda parte

Benedetto XVI e Bartolomeo I di Costantinopoli

 

4.  Parlavamo dunque della validità del sacramento dell’Ordine – e quindi dell’Eucaristia – presso i fratelli separati. Il sacramento dell’Ordine conferisce quindi un autentico carattere ecclesiale alle comunità cristiane, che lo hanno conservato integro, anche se non possiedono ancora la piena unità con l’unica Chiesa Cattolica. Cosa possiamo dire al riguardo?

Se poi si considera la validità dell’Ordine sacro negli orientali separati, diventa ancor più evidente la comunione.

Laddove i sacramenti dell’ordine e dell’eucaristia siano validi, si può teologicamente parlare di Chiesa.

In Lumen gentium n. 15, infatti si distinguono i termini: Chiesa e comunità ecclesiastica.

Ciò dimostra come talune confessioni cristiane possano essere chiamate Chiese per la permanenza in loro della validità dell’ordine e dell’eucaristia[1]

LA CENTRALITÀ E IL PRIMATO DELLA LITURGIA NELLA DOTTRINA SULL’ECUMENISMO – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

1.  Abbiamo visto che nella comprensione del mistero della Chiesa vi possono essere due prospettive complementari quella liturgica e quella giuridica. Tuttavia abbiamo messo in risalto il primato del sacramento, della liturgia, sul diritto. Queste due prospettive non sono in contraddizione ma aprono la strada a due modi complementari di vedere ed interpretare la realtà della Chiesa.  Dalle due diverse accentuazioni nell’ecclesiologia – quella giuridica e quella sacramentale – nascono anche due diverse accentuazioni della dottrina sull’ecumenismo?

Anche riguardo alla dottrina sull’ecumenismo la liturgia apre a una visione più ampia e profonda.

Infatti il sacramento – in particolare l’eucaristia e l’ordine validi – hanno sempre consentito il riconoscimento dello statuto ecclesiale delle comunità cristiane che li hanno conservati, anche se con una non ancor piena unità.

LA LITURGIA NEL POSTCONCILIO: TRA RINNOVAMENTO E CRISI – seconda parte

4.  E’ possibile individuare alcune cause che stanno alla radice degli attuali abusi liturgici?

 Ciò che potrebbe sorprendere è il fatto che proprio quando la liturgia ebbe ricevuto una così solenne tematizzazione e ‘consacrazione’ a coronamento degli sforzi secolari del movimento liturgico e in una così solenne assise come un Concilio Ecumenico, si ritrovi, nella ormai nota crisi postconciliare, a percorrere sentieri così precari e a produrre frutti talora così sconcertanti.

«Quo vadis Liturgia? […] Non di rado si resta ammirati di fronte a iniziative in campo liturgico, scritti, fotografie, conferenze, per le quali vengono in mente le parole di Giobbe: ‘mi si rizzarono i peli del corpo’ […]. Dove vai, liturgia, o piuttosto, dove la state portando, liturgisti e pastoralisti? La via della riforma sicura, luminosa, ampia, spaziosa è quella indicata dalla Chiesa e dal Supremo Pastore; ogni altra via è falsa» (A. Bugnini, La riforma liturgica, p. 256).

LA LITURGIA NEL POSTCONCILIO: TRA RINNOVAMENTO E CRISI – prima parte

DON ENRICO FINOTTI

1.  Il dono della riforma liturgica del Vaticano II per la vita della Chiesa

Le scelte conciliari e la conseguente riforma della liturgia furono fonte di un grande rinnovamento spirituale e furono accolte universalmente con grande adesione ed entusiasmo.

I frutti di grazia non tardarono a manifestarsi lì dove l’applicazione della riforma liturgica fu coerente e fedele col magistero della Chiesa, che la guidava con saggezza e la garantiva con la sua autorità.

È ciò che il papa Benedetto XVI ha affermato nel discorso prenatalizio alla Curia romana il 23 dicembre 2005:

“Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio”[1].