LE TRE ‘SCHOLAE’: ACCOLITI, LETTORI, CANTORI

Tutti ministri di ogni ordine e grado hanno un intrinseco legame di comunione che li configura come dei corpi coesi per l’esercizio di un ministero liturgico pubblico e comunitario.

In tal senso si parla di “ordini”, cioè di un insieme ordinato di ministri che operano in sintonia, nell’azione rituale. Così si può parlare di: ordo Episcoporum, ordo Presbyterorum, ordo Diaconorum, ma anche di ordo lectorum, ordo accolitorum e ordo cantorum.

La liturgia solenne della Cattedrale si caratterizza appunto per lo splendore, la compattezza e la dignità di questo insieme di ordini relativi ai diversi ministeri: il Vescovo circondato dai Presbiteri, dai Diaconi, dagli accoliti, dai lettori e dalla schola cantorum.

È questa composizione ordinata e plurale della Chiesa che manifesta la communio ierarchica ricordata dal Concilio.

Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è ‘sacramento di unità’, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tutte le azioni liturgiche appartengono all’unico corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione (SC 26).

La concelebrazione eucaristica e la centralità della liturgia della Cattedrale mettono in luce con un’efficacia del tutto speciale il senso corale della liturgia e l’atto pubblico e comune di tutto il popolo di Dio nell’accedere alla Divina Maestà.

 In particolare si deve ricordare il ruolo delle tre scholae – degli accoliti, dei lettori e dei cantori – nella celebrazione liturgica festiva e solenne. Senza il loro apporto i sacri ministri si trovano privi di quella ricchezza rituale e solennità che sono indispensabili nella celebrazione dei santi misteri.

 Anche i ministranti, i lettori  e tutti i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico. Essi perciò esercitano il proprio ufficio con la sincera pietà e l’ordine che convengono ad un così grande ministero e che il popolo di Dio esige giustamente da essi. Bisogna dunque che essi siano permeati con cura, ognuno secondo la propria condizione, di spirito liturgico, e siano formati a svolgere la propria parte secondo le norme stabilite e con ordine (SC 29).

Entrare in queste tre scholae implica delle condizioni importanti sia per coloro che esercitano il ministero, sia per la Chiesa che può contare su servizi liturgici veramente qualificati.

Il lettorato abilita il ministro con una adeguata formazione permanente liturgica e spirituale, conferisce una grazia specifica secondo il modo dei sacramentali e riveste il lettore con il suo abito proprio che conferisce alla sua funzione la necessaria dignità e sacralità di chi nell’assemblea della Chiesa proclama la Parola di Dio.

L’accolitato abilita il ministro con una formazione e una grazia specifica, ad accedere e stare all’altare nel modo conveniente, recando con nobile umiltà gli arredi sacri (croce, ceri, turibolo, ecc.), lo educa a portare con dignità le oblate (calice, patena, ecc.) e a preparare la mensa in aiuto al diacono, lo associa ai ministri ordinati (in caso di necessità) nell’atto sublime di distribuire la santa Comunione durante la celebrazione e portandola anche agli assenti. L’abito liturgico assume nell’accolito un valore del tutto speciale per la prossimità al santo altare e ai misteri che su di esso si celebrano. La sua tunica candida richiama a tutti i fedeli quell’abito battesimale che tutti hanno ricevuto e che devono rivestire sempre per partecipare degnamente alla sacra Mensa.

La schola cantorum educa i fedeli ad un vero ministero liturgico, l’esecuzione del canto sacro parte necessaria nella liturgia solenne. L’indispensabile formazione liturgico-musicale guida i cantores ad elevare il canto secondo i testi e le musiche stabilite dalla Chiesa conforme alle modalità esecutive della tradizione liturgica. I membri della schola, come tutti i ministri della liturgia, obbediscono con convinzione alle leggi proprie del canto sacro e si impegnano con umiltà e fervore a dar voce al gaudio della Chiesa a servizio del culto pubblico del popolo di Dio.

Da queste riflessioni si comprende bene perché la Chiesa abbia voluto istituire i vari Ministeri e non limitarsi a servizi liturgici improvvisati. Non raccogliere con serietà l’opportunità dei ministeri istituiti, rassegnandosi permanentemente a servizi liturgici di fatto, significa depotenziare la qualità della liturgia, la sua efficacia simbolica e la sua forza interiore di grazia.

I MINISTERI ISTITUITI

don Enrico Finotti

 

Fin dai tempi più antichi furono istituiti dalla Chiesa alcuni ministeri al fine di prestare debitamente a Dio il culto sacro e di offrire, secondo le necessità, un servizio al popolo di Dio. Con essi erano affidati ai fedeli, perché li esercitassero, degli uffici di carattere liturgico e caritativo a seconda delle varie circostanze.

Il conferimento di tali uffici spesso avveniva mediante un particolare rito, col quale il fedele, ottenuta la benedizione di Dio, era costituito in una speciale classe o grado per adempiere una determinata funzione ecclesiastica (Ministeria quaedam, 15 agosto 1972).

Quelli che nella secolare tradizione della Chiesa latina erano chiamati Ordini minori sono ora riveduti e chiamati Ministeri. Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato.

In tal modo risalterà anche meglio la distinzione fra chierici e laici, fra ciò che è proprio e riservato ai chierici e ciò che può essere affidato ai fedeli laici; così apparirà più chiaramente il loro vicendevole rapporto, in quanto il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo propri modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo [LG10] (Ministeria quaedam, 15 agosto 1972).

Il loro riordino riguarda diversi aspetti:

– Sul piano teologico è chiarita la loro natura laicale. Non sono una emanazione della grazia del sacramento dell’Ordine, ma sono conferiti attingendo alla grazia battesimale in quanto forme dell’esercizio del sacerdozio regale e quindi esercitati dai fedeli laici. Certo questi servizi sono in stretta relazione col Ministero ordinato, ma non fanno parte neppure parzialmente dell’Ordine sacro. Essi occupano nelle azioni liturgiche ruoli pienamente laicali, possibili ad ogni battezzato, che ne abbia capacità e carisma riconosciuti dalla Chiesa.

La Prima Tonsura non viene più conferita; l’ingresso nello stato clericale è annesso al diaconato (Ministeria quaedam, I). I ministeri possono essere affidati anche ai laici, di modo che non siano più considerati come riservati ai candidati al sacramento dell’Ordine (Ministeria quaedam, III).

I laici di sesso maschile, che abbiano l’età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale, possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e di accoliti… (CDC, Can. 230 – § 1).

– Quanto al numero si passa dal Suddiaconato e dai quattro Ordini minori (ostiario, esorcista, lettore, accolito), ai due unici attuali Ministeri (lettore e accolito). Il Suddiaconato è abolito e le sue funzioni vengono assegnate all’Accolitato. È tuttavia possibile alle Conferenze Episcopali aggiungere altri ministeri. I ministeri che devono essere mantenuti in tutta la Chiesa Latina, adattati alle odierne necessità, sono due, quello cioé del Lettore e quello dell’Accolito.

Le funzioni, che finora erano affidate al Suddiacono, sono demandate al Lettore e all’Accolito, e pertanto, nella Chiesa Latina, non si ha più l’ordine maggiore del Suddiaconato. Nulla tuttavia impedisce che, a giudizio della Conferenza Episcopale, l’Accolito, in qualche luogo, possa chiamarsi anche Suddiacono (Ministeria quaedam, IV).

– L’istituzione dei Ministeri esige un esercizio reale di ogni Ministero, sufficientemente esteso nel tempo, in modo da evitare che si riduca una formalità canonica senza alcuna esperienza celebrativa. I candidati al Diaconato e al Sacerdozio debbono ricevere i ministeri del Lettore e dell’Accolito, se non l’hanno già fatto, ed esercitarli per un conveniente periodo di tempo, affinché meglio si dispongano ai futuri servizi della Parola e dell’Altare (Ministeria quaedam, XI).

Se la loro natura teologica fu materia alquanto discussa nei secoli fino al Vaticano II, tuttavia già nel Concilio Tridentino veniva suggerita, anche se non del tutto esplicitata, la loro origine ecclesiastica:

Il suddiaconato è collocato tra gli ordini maggiori dai padri e dai sacri concili, nei quali spessissimo leggiamo anche quanto riguarda gli altri ordini minori (Conc. Trid., Sessione XXIII, Decreto sull’Ordine, cap.II).

Il Tridentino ci è maestro anche riguardo all’esercizio permanente ed effettivo degli Ordini minori (oggi Ministeri) ed è aperto ad ammettere, in caso di bisogno, la loro compatibilità con lo stato matrimoniale:

Per riportare in uso, nel rispetto dei sacri canoni, le funzioni dei santi ordini, dal diaconato all’ostiariato, lodevolmente accolto nella Chiesa fin dai tempi apostolici, ma in molti luoghi interrotte per lungo tempo, e per evitare che siano considerate inutili dagli eretici, il santo sinodo, desiderando vivamente di ristabilire quell’antico costume, decreta che in futuro tali ministeri siano esercitati soltanto da quelli che sono costituiti in tali ordini. Il concilio esorta quindi, nel Signore, tutti e singoli i prelati delle chiese e comanda loro di fare in modo, nei limiti del possibile, che queste funzioni vengano ripristinate nelle chiese cattedrali, collegiate e parrocchiali della loro diocesi, dove un popolo numeroso e i proventi della chiesa lo permettono…

Nel caso non vi fossero chierici celibatari per esercitare il ministero dei quattro ordini minori, potranno essere sostituiti anche con chierici sposati di vita illibata, a condizione che non si siano sposati due volte, siano adatti a queste funzioni e in chiesa portino la tonsura e l’abito clericale (Conc. Trid., Sessione XXIII, Decreto di riforma, cap.XVII).

Il riordino degli Ordini minori implica anche una disciplina applicativa coerente con i principi dottrinali affermati. Per questo il termine Ministeri è più conforme alla loro natura teologica, rispetto al termine Ordini minori, che poteva esprimere una partecipazione impropria all’Ordine sacro. Anche l’abito liturgico deve essere conforme alla natura laicale di tali ministri: la tunica bianca, rimandando alla grazia battesimale, è più idonea dell’abito talare, che è proprio del ministero ordinato. Nome e abito manifestano opportunamente in modo visibile la dottrina specifica dei Ministeri istituiti. Lo stato clericale che per secoli accomunava gli Ordini maggiori e minori, ritenuti anche questi parziali partecipazioni al sacerdozio ordinato, deve ora essere contenuto nei limiti reali dei tre gradi dell’Ordine sacro e anche i segni esteriori lo devono esprimere con chiarezza.

NON SI PARLA PIÙ DEI «NOVISSIMI», PERCHÉ?

Molte persone in questi ultimi decenni osservano l’assenza nella predicazione e nella catechesi del tema che riguarda i Novissimi, ossia la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Sembra vi sia un certo timore a parlarne e quasi il rischio di offendere l’udito degli ascoltatori.

Eppure nessun tema come questo è presente ed espresso con chiarezza nella Rivelazione.

–  Della morte si dice che «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità […] ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2, 23-24);

–  del Giudizio si dice: «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2 Cor 5,10);

–  dell’Inferno il Signore afferma: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41);

–  del Paradiso, nel medesimo testo, Cristo afferma: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi f in dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

–  Riguardo al Purgatorio il Concilio Tridentino «ha insegnato che il purgatorio esiste e che le anime ivi trattenute possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli e soprattutto col santo sacrificio dell’altare» (Decreto sul purgatorio).

Vi sono poi innumerevoli testi biblici che, con ancor più chiarezza, parlano di queste ultimissime realtà, che attendono ogni uomo e che incombono sul futuro del mondo. La Madonna, come una buona madre, già da lungo tempo prepara i suoi figli a non perdere di vista i quattro Novissimi, come quelle realtà soprannaturali che seguono alla nostra morte corporale e che riguardano ognuno personalmente. Infatti, a Fatima, in particolare, Maria santissima porta i tre veggenti a vedere l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Ma, perché tale esperienza non svanisca e venga continuamente richiamata nel popolo cristiano, ha voluto insegnare loro una breve preghiera, entrata ormai nella recita del santo rosario. Ecco il testo:

O Gesù perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia”.

Come si nota qui sono ricordate le verità del peccato, causa della morte, dell’inferno «dove vanno le anime dei poveri peccatori», del purgatorio e del paradiso «porta in cielo tutte le anime». La Madonna, quindi, è oggi la grande catechista del popolo di Dio in un tempo di smarrimento del dogma della fede. Non dobbiamo quindi aver dubbio in merito. Si tratta di una dottrina sicura e sempre proclamata nella Tradizione della Chiesa. Occorre superare quell’imbarazzo, che viene dal mondo e con serenità esporre con completezza l’insegnamento della fede.

Anzi, soprattutto una catechesi precisa e costante sui Novissimi ha una grande efficacia per la salvezza delle nostre anime e ancor di più per la nostra santificazione.

Un annunzio evangelico monco su questioni di tanta importanza rende vana la grazia di Dio e inietta nell’anima il veleno dell’errore e il lassismo morale.

ALLE RADICI DEL MISTERO EUCARISTICO

don Enrico Finotti

ALLE RADICI DEL MISTERO

La nostra è un’epoca di grande sconvolgimento ideologico e dottrinale. Urge perciò un coraggioso ritorno all’essenziale per individuare il nocciolo delle questioni e cogliere ciò che in esse è permanente, distinguendolo dal marginale e transeunte. Anche riguardo all’Eucaristia insorge legittima la domanda: Cosa avviene quando sull’altare si attua il Mistero eucaristico?

 Nel ventaglio vasto delle opinioni teologiche odierne, nel variegato incontro con le altre confessioni cristiane e nel delicato sforzo dell’inculturazione della fede tra i popoli si sente la necessità di individuare l’essenza del Mistero: ciò che il Signore ha consegnato e che non può essere perduto.

La ricerca – previa ai successivi sviluppi storici e teologici – si concentra opportunamente sulla fonte originaria e insuperabile dell’Eucaristia: le stesse parole del Signore con le quali ha creato e istituito questo grande Mistero. Eccole come sono riportate nell’ attuale Messale italiano:

Sul pane: «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi».

Sul calice: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza versato per voi e per tutti in remissione dei peccati».

«Fate questo in memoria di me».

 L’analisi delle Parole del Signore – sia quelle sul pane, come quelle sul calice – rivela immediatamente e chiaramente la compresenza dei tre aspetti esclusivi, indissolubili e simultanei dell’Eucaristia.

L’unico Mistero eucaristico si esplica in tre dimensioni, che stanno all’origine dei tre capitoli fondamentali dello sviluppo teologico successivo, che li denominerà come: reale Presenza, Sacrificio e Convito. Una semplice sinossi lo dimostra:

«Prendete, e mangiatene tutti:        (Eucaristia come Cibo)

questo è il mio Corpo                           (Eucaristia come Presenza reale)

offerto in sacrificio per voi».              (Eucaristia come Sacrificio)

 

«Prendete, e bevetene tutti:              (Eucaristia come Cibo)

questo è il calice del mio sangue     (Eucaristia come Presenza reale)

per la nuova ed eterna alleanza  versato per voi e per tutti in remissione dei peccati»                                                                                         (Eucaristia come Sacrificio).

 

Queste tre dimensioni sono geneticamente impresse nell’evento eucaristico in quanto tale e perciò costituiscono parti essenziali e ineliminabili per l’integrità stessa dell’Eucaristia. Come tali si realizzano sempre in modo simultaneo ogni volta che viene celebrata validamente l’Eucaristia e la perdita di uno solo dei tre elementi rende inesistente l’evento misterico.

Il Signore nel medesimo istante che si rende presente, si offre in sacrificio ed è disponibile nella forma di cibo e bevanda. Risulta allora evidente che una comprensione corretta del mistero eucaristico e una catechesi completa su di esso implica l’approfondimento indissolubile ed equilibrato di questi tre elementi:

 – il senso della reale Presenza, che suscita lo stupore adorante;

– il senso dell’offerta sacrificale di Cristo, che raccoglie quella della Chiesa e dei fedeli;

– il senso del convito, che invita alla comunione sacramentale.

Presenza, Sacrificio e Comunione sono esperienze spirituali fondamentali e abilitazioni rituali necessarie per ogni cristiano che viene iniziato alla celebrazione eucaristica.

 

ALLE RADICI DEL RITO

Il tempo ecclesiale postconciliare è segnato dall’esperienza di una riforma plenaria della liturgia cattolica, che smuove forme consolidate da secoli e uniformi in tutta la Chiesa. Tale trasformazione ha provocato una profonda riflessione e un forte impegno nel realizzare le nuove espressioni rituali.

Insieme ad una recezione universale e grata della riforma liturgica non sono mancate le difficoltà sia come fenomeno di ritorno, sia come spinte abusive.

Assistiamo anche ad un vasto incontro e confronto con i vari riti che il movimento ecumenico accoglie e promuove e la trasmigrazione dei popoli offre nelle contrade delle nostre città.

Questa singolare situazione pone al cristiano attento una domanda mirata ad individuare – nelle molteplici mutazioni rituali prima e dopo il Concilio, nel processo di inculturazione in corso e nei diversi riti storici ammessi nella Chiesa – gli elementi fondamentali e le linee essenziali che mantengono il rito nella fedeltà all’istituzione del Signore senza mai perdere alcunché della propria integrità.

 La risposta la si trova risalendo all’origine del rito stesso: i tre gesti eucaristici del Signore.

Infatti, nell’ultima cena, Egli: – prese il pane – disse la benedizione – lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. E dopo aver cenato: – prese il calice – disse la benedizione – lo diede ai suoi discepoli.

Come si vede l’istituzione dell’Eucaristia consta di tre gesti fondamentali.

Essi identificano i lineamenti essenziali ed insuperabili per l’integrità della celebrazione rituale dell’Eucaristia nella successione dei secoli e nella varietà dei popoli e delle famiglie liturgiche. In altri termini ogni eucaristia autentica, valida e legittima deve assicurare, pur in forme diversificate, la realizzazione dei tre gesti eucaristici del Signore. La secolare formazione storica dei riti – orientali e occidentali – determinerà, con caratteristiche simboliche e stilistiche variabili, il modo di celebrare questi tre gesti del Signore e la liturgia romana li individuerà con termini precisi e sintetici: offertorio – prece eucaristica (canone) – comunione.

Uno schema elementare evidenzia la relazione tra i gesti del Signore e i riti liturgici che li contengono e li sviluppano:

– prese il pane (riti di offertorio)

– disse la benedizione (la prece eucaristica)

– lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli (riti di comunione)

prese il calice (riti di offertorio)

– disse la benedizione (la prece eucaristica)

– lo diede ai suoi discepoli (riti di comunione).

Questa essenzialità ha il merito di indicare le parti inalienabili di quel rito col quale il Signore nella notte in cui fu tradito ci donò il grande Mistero della sua Pasqua. Ogni Chiesa nei secoli passati e in quelli futuri ha avuto ed avrà la libertà di espressioni rituali conformi al genio culturale, teologico e spirituale proprio, ma dovrà sempre vigilare affinché non venga mai soppresso uno solo di questi gesti, ai quali il Signore stesso ha legato la realizzazione sacramentale del Mistero della nostra redenzione.

Si comprende l’analogia con i tre aspetti del Mistero contenuto nelle parole del Signore: come il Mistero assume forma e completezza nelle tre dimensioni distinte e indissolubili della reale Presenza, del Sacrificio e del Convito, così tale Mistero si attualizza nei tre riti distinti e indissolubili dell’Offertorio, della Consacrazione e della Comunione.

 E come il Sacrificio attua nel medesimo istante la reale Presenza nella forma del Cibo, così la Consacrazione realizza sacramentalmente tutto l’evento eucaristico, preparato dall’offertorio e consumato nella comunione.

È allora evidente come alla base del dono divino dell’Eucaristia vi siano le parole del Signore, che ne fondano il Mistero e i suoi gesti, che ne stabiliscono il rito.

IL GRUPPO LITURGICO?

“Ha senso un gruppo liturgico in parrocchia? E, se lo ha, qual è il suo compito?”

 Indubbiamente un gruppo o una commissione, che curi la dignità delle celebrazioni liturgiche, è uno strumento importante in parrocchia. Tuttavia si deve intendere bene, sia il suo ruolo, sia, soprattutto, il suo modo di procedere. Il ruolo, come il metodo del gruppo liturgico sono analoghi agli altri due fondamentali gruppi: quello catechistico e quello pastorale. Infatti, annunzio, liturgia e pastorale sono i tre ambiti essenziali della vita della Chiesa.

L’azione delle tre commissioni deve essere basata su tre tappe successive e concatenate.

La commissione catechistica:

1. Si deve iniziare con la conoscenza corretta e oggettiva della Parola di Dio, ascoltandola con umiltà e docilità, senza inquinarla con le nostre categorie ideologiche.

2. L’ascolto pieno e completo della Parola di Dio implica anche l’accoglienza altrettanto sacra della Tradizione orale, intesa nell’interpretazione autentica del Magistero vivo della Chiesa. Tale complemento si trova soprattutto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che offre un panorama completo della nostra fede contenuta nella Sacra Scrittura, nella sacra Tradizione e garantita dal Magistero. Solo in questa seconda tappa l’ascolto della Parola di Dio è completo, integro ed efficace.

3. A questo punto si deve considerare l’analisi della situazione e della vita di coloro che devono ricevere l’annunzio, in modo tale che le leggi della psicologia, della didattica, della sociologia, della gradualità, ecc. possano contribuire al massimo grado possibile ad offrire un annunzio efficace ed adatto ad ogni categoria di persone.

La commissione liturgica:

1. Si deve prima di tutto conoscere bene i riti stabiliti dalla Chiesa ed editi nei libri liturgici ufficiali.

 2. La loro conoscenza tuttavia è veramente profonda se si meditano attentamente le Premesse (Praenotanda) contenute negli stessi libri liturgici. Esse motivano teologicamente e pastoralmente il senso e la tipologia dei vari riti. Anche gli altri documenti del Magistero relativi alla liturgia devono concorrere a fornire una formazione liturgica ben calibrata e completa negli operatori. La sola conoscenza del rito senza la teologia e le indicazioni delle Premesse rituali potrebbe portare al rubricismo, mentre la sola teologia senza la precisa conoscenza e osservanza dei riti porta alla creatività soggettiva e libera dei medesimi.

3. Assolta questa preparazione si può legittimamente procedere alla realizzazione rituale nella concreta assemblea liturgica, operando gli adattamenti necessari senza tuttavia tradire la lettera e lo spirito del rito della Chiesa. I riti potranno essere adattati con gradualità, ma mai alterati, decurtati o amplificati oltre la loro identità costitutiva.

La commissione pastorale:

Per completezza osserviamo che anche il processo dell’attività pastorale in genere è analogo a quello sopra descritto per la catechesi e per la liturgia.

1. Il primo passo consiste nella sufficiente conoscenza delle leggi canoniche della Chiesa. Il Codice di Diritto Canonico ha come suprema legge la salus animarum e non deve essere considerato pregiudizialmente un peso e un legame, ma un servizio per una pastorale di qualità, ispirata dalla sapienza e dall’esperienza secolari della Chiesa.

2. Alla legge universale si devono aggiungere tutte quelle leggi e disposizioni particolari che reggono la diocesi, la parrocchia e le istituzioni ecclesiali nella varietà delle loro espressioni e finalità.

3. Ed ecco che solo ora è possibile analizzare la concreta realtà di una comunità cristiana, ascoltarne le esigenze, i problemi, i desideri e, alla luce delle leggi della Chiesa, trovare la giusta risposta e formulare un adeguato piano pastorale.

 

Se le tre commissioni si attengono a questo triplice modo di procedere non possono che essere efficaci nella loro azione ecclesiale e promuovere un’autentica opera di evangelizzazione, di santificazione e di vita cristiana nella carità. Purtroppo in una mentalità diffusa e in un costume ormai generalizzato, tale procedimento viene del tutto capovolto. Anziché partire dal mistero, ascoltando la Parola di Dio, conoscendo i riti della Chiesa e accogliendo le sue leggi canoniche, si parte dall’uomo e dalla sua situazione esistenziale. Si fanno con grande cura indagini, ricerche e sondaggi di ogni genere. Si ascolta quasi con venerazione e attenzione meticolosa ogni brezza che soffia nel tessuto sociale a tal punto che tale impegno assume quasi i caratteri del sacro, come se Dio fosse rintracciabile solamente nei fatti e nella cronaca quotidiana e tra le pieghe delle opinioni così fluttuanti degli uomini. Ammagliati da questa contemplazione quasi estatica del contingente e totalmente impegnati a dovervi dare una risposta il più possibile condivisa e accettata, la risalita alle fonti del Mistero ne è alquanto frenata, ritardata e talvolta abbandonata. Si cercano le risposte ai problemi nei problemi stessi e ci si fissa su di essi alla maniera di chi non ha fede e speranza soprannaturale, condividendo col mondo la problematicità, senza soluzioni e senza meta. Così una ‘pastorale’ eccessivamente prona sull’uomo ha intrappolato il cristiano nell’asfissia del materiale, contagiandosi della malattia del secolarismo, ormai privo di ogni trascendenza e rinunciando così alla sua missione salvatrice, che avrebbe dovuto consegnare all’uomo, svilito e ansimante, la luce e la grazia del mistero che salva, solleva e consola nell’orizzonte ossigenante delle realtà eterne.

Una simile pastorale, ormai secolarizzata, è compromessa dal sospetto, diffuso e condiviso, sulle sorgenti stesse del mistero, soprattutto quelle offerte dalla Chiesa: il Catechismo, il Codice, gli atti del Magistero, la sacra Tradizione, sono oggetto di critica, di vaglio illegittimo, di emarginazione. Fa eccezione la Sacra Scrittura, che, col pregiudizio protestante della ‘sola Scriptura’, ancora resiste, ma isolata dal suo necessario contesto: Tradizione, Magistero, Chiesa, sono piegati e interpretati dalle ideologie imperanti, offerte dalla società che si vuole, si dice, evangelizzare.

Da questo stato di cose, in cui le tre tappe sopra descritte, sono radicalmente capovolte, ne scaturisce una contraffazione dei pilastri portanti della vita della Chiesa:

– la catechesi diventa uno scambio di opinioni e un permanente dibattito sui problemi del momento e sulle fasi dello sviluppo dei catechizzandi o un esercizio di come ben inserirsi nel clima culturale, politico e sociale in cui si vive;

– la liturgia si trasforma in una recita prodotta dal gruppo che la celebra, con le evidenze, le sensibilità, i simboli e il linguaggio, che sono propri di coloro che la creano, la gestiscono e alla fine la impongono;

– la pastorale, in tutte le sue svariate modalità ed obbiettivi, si risolve fondamentalmente in un’attività socializzante, di natura culturale, solidaristica, folcloristica, economica e, perciò stesso, difficilmente estranea a posizioni politiche e visioni ideologiche di parte.

Tutto questo perché si è partiti male, mancano i presupposti della formazione teologico-spirituale e ci si abbandona, senza difese, senza progetto e senza verifica, ad un servizio umanitario, subito affascinante, ma ben presto deludente. Questo è un problema concreto in cui oggi versano gran parte delle nostre parrocchie e taluni gruppi ecclesiali. Questo processo patologico afferma in fin dei conti l’assenza di Dio e proclama che la salvezza dipende dall’uomo stesso e dalle sue capacità. Occorre invertire il procedimento e partire dal Mistero, accoglierlo, conoscerlo, contemplarlo, esserne impregnati e, solo dopo, andare verso l’uomo con la volontà sincera e determinata di introdurlo nell’evento della grazia, senza timore nell’affrontare l’uomo, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte. Il mondo attende la salvezza in Cristo, ma noi non possiamo perderla in un contatto buonista col mondo.

Concludendo possiamo allora affermare la bontà di un gruppo liturgico, ma alle condizioni sopra stabilite.

Infine occorre riconoscere che ogni attività nella Chiesa ha in Dio il suo inizio, la sua fecondità e il suo fine, secondo l’espressione della nota orazione Actiones nostras: “Signore, previeni le nostre azioni con la tua grazia, sostienile col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera come ogni nostro lavoro trovi in te il suo principio ed il suo compimento. Amen” (in Manuale delle Indulgenze, Libreria Editrice Vaticana

1968, p. 46). Per questo ogni riunione ecclesiale deve iniziare e concludersi con la fervente preghiera, altrimenti tutto è commisurato col criterio aziendale dell’efficienza, del successo e del semplice rapporto umanitario.

IL SOGGETTO DELLA LITURGIA

don Enrico Finotti

Vi è una questione fondamentale che deve essere necessariamente chiarita per impostare nel modo dovuto il discorso sulla Liturgia: è la questione del Soggetto.

Chi agisce nell’atto liturgico? Chi opera nei riti e nelle preci? Con quale autorità si esercitano le azioni liturgiche?

Queste domande sono di importanza così essenziale, quale lo è la ‘chiave di volta’ di un grandioso portale: rimossa la ‘chiave di volta’ tutto l’arcata crolla e con essa l’intero edificio. Oggi non si insiste abbastanza su questo problema e per questo è facile inoltrarsi in una grande confusione nel trattare del valore, dell’identità e dell’efficacia della liturgia, compromettendo gli stessi criteri di base nella sua concreta attuazione.

Il Soggetto della Liturgia è Cristo Gesù, indissolubilmente unito alla Chiesa, sua Sposa. Due Soggetti distinti, ma indissolubili, in modo da formare quasi un Soggetto unico, che agisce sempre in totale sintonia, senza la minima confusione della diversa loro natura e azione.

Infatti potremo dire che:

nella liturgia di istituzione divina (il Sacrificio e i Sacramenti) è l’azione di Cristo-Capo che domina sovrana sia nel movimento ascendente del sacrificio che sale al Padre, portando con sé la Chiesa, sia nel movimento discendente che santifica la Chiesa sua Sposa, che ne riceve la vita della grazia;

nella liturgia di istituzione ecclesiastica è l’azione della Chiesa-Sposa che opera in primo luogo, ma sempre in indissolubile unione col suo Sposo divino, che sempre assume e fa propria l’azione della sua Chiesa, sia nel movimento ascendente dell’adorazione, come in quello discendente della santificazione.

In tal modo ben si comprende che mai Cristo opera senza la sua Chiesa e mai la Chiesa opera senza il suo Capo. In verità se il Capo operasse senza il suo Corpo sarebbe negata l’Incarnazione e se il Corpo agisse senza il suo Capo cesserebbe nel momento stesso di essere Chiesa.

Ecco allora che ogni volta che si attuano nel tempo e nello spazio i riti liturgici in modo valido e legittimo ci si incontra con l’intervento soprannaturale del Signore Risorto e della Chiesa, che operano affinché tutto il popolo cristiano e ciascuno dei suoi membri possano essere assunti nell’azione sacra, sacrificale e santificante, e diventare con Loro un sacrificio puro gradito al Padre.

La confusione dottrinale e i conseguenti abusi nella celebrazione liturgica sono dovuti anche ad un concetto errato del termine ‘Assemblea celebrante’.

L’espressione in quanto tale è corretta: infatti è vero che nella liturgia l’intera Assemblea della Chiesa – Capo e Corpo – è il Soggetto agente di ogni azione liturgica. In tal senso ogni membro della Chiesa, per diritto battesimale e crismale, è chiamato ad un’operazione consapevole, attiva e fruttuosa ogni volta che interviene nella santa Assemblea. Tuttavia occorre precisare come si configuri l’Assemblea celebrante e quale siano le sue dimensioni costitutive e i lineamenti della sua vera e piena realizzazione. Per questo è necessario distinguere bene le sue componenti interne e con i loro diversi ruoli.

1) Non vi è ‘Assemblea celebrante’ senza Cristo-Capo. È necessario non passare sotto silenzio questa presenza assolutamente necessaria, primaria e sovrana. Anzi tutta la Chiesa è in Lui e da Lui fluisce. Al contempo vi sono atti propriamente suoi, in quanto Capo, e che la Chiesa riceve per diventare sempre più il suo Corpo. È Lui infatti che genera continuamente la Chiesa e che la mantiene permanentemente nella sua più profonda identità di assemblea santa, sposa incontaminata, popolo sacerdotale, sacrificio vivente.

2) Questa ‘Assemblea’ è certamente convocata qui ed ora in un preciso spazio e tempo: è l’Assemblea liturgica locale, che si delinea nelle caratteristiche proprie dei vari luoghi dove il popolo di Dio vive e cammina nel tempo, con tutta la più vasta gamma dei connotati culturali e ambientali, storici e sociali nel flusso del tempo presente che scorre verso l’eternità. È questa la Chiesa che il Concilio chiama ‘locale’ o ‘particolare’.

3) Questa medesima ‘Assemblea’ tuttavia non è chiusa, isolata nella sua località e oppressa dall’orizzonte ristretto della sua visione sociologica, ma è intimamente aperta e in comunione reale con tutte le ‘Assemblee’ liturgiche del mondo: quelle diffuse nello spazio su tutta la terra e quelle successive nel tempo, che ebbero luogo nello scorrere secolare dei millenni cristiani. È insomma una Assemblea cattolica, ossia universale nel senso che abbraccia le due coordinate essenziali della vita umana, il tempo e lo spazio. In questo sta il senso vivo della Tradizione liturgica della Chiesa che mai viene interrotta, ma che ci tiene in salda continuità con tutti quelli che ci precedettero nella fede. E così pure il senso della comunione e dello scambio reciproco tra tutte le Chiese a noi contemporanee, verso le quali abbiamo un debito e un impegno di comunicazione che deve poter essere sempre verificato, espresso e garantito. Nessuna assembla locale è totalmente libera di agire con una creatività svincolata dalla tradizione dei secoli e dalla comunione oggettiva con i fratelli di fede sparsi in tutto il mondo.

 4) Infine – ed è cosa di primissimo ordine – l’ ‘Assemblea celebrante’ porta nella sua più profonda realtà l’immensa Assemblea celeste, la ‘maggioranza dei Santi’, lo stuolo delle miriadi di Angeli, la presenza materna della SS. Vergine. Non basta l’occhio del corpo per vedere il mistero che è sotteso all’ Assemblea’ liturgica, per quanto piccola e povera che si raduna qui sulla terra.

Occorre lo sguardo soprannaturale della fede, col quale si percepisce quella sterminata Assemblea che può essere ospitata soltanto nei cieli, ma che è geneticamente connessa ed intima con quel piccolo

‘noi’ qui radunati e col nostro flebile gemito di viatori nell’oscurità di quaggiù e nella debole luce della lucerna della fede che ci conduce nella notte. I Santi ci precedono in questo sguardo penetrante e il loro modo di celebrare ce ne svela il mirabile panorama di luce superna.

Ecco le componenti essenziali e mai dissociabili dell’‘Assemblea celebrante’. Se esse vengono adeguatamente tenute insieme, spiegate e vissute nella celebrazione, la nozione di ‘Assemblea celebrante’ non può che dichiarare senza timore la sua adeguatezza come Soggetto della liturgia.

Ma è a causa della riduzione o del silenzio di una o l’altra di queste coordinate fondamentali che si è diffusa l’incrinatura dottrinale e la pratica abusiva nel concreto modo sia di celebrare, come anche di impostare la formazione liturgica.

Si assiste oggi, infatti, ad una riduzione solo sociologica dell’Assemblea liturgica, ossia, si considera soltanto il piccolo o grande gruppo che si vede e che si raduna in un certo luogo, ma si dimentica tutto il resto: la sua invisibile dimensione universale e soprannaturale.

Soprattutto non ci si rende conto a sufficienza della presenza e dell’azione del Capo del Corpo, senza il quale tutto svanisce ed è travolto dal flusso inesorabile del tempo senza lasciare l’impronta di una salvezza eterna e definitiva.

Una ‘pastorale dimezzata’, attenta esclusivamente ai dati sociologici, ha ridotto la liturgia all’azione creativa del gruppo che gestisce di volta in volta il rito, senza più garantire a sufficienza l’azione del Signore, la comunione con i Santi, la Tradizione dei secoli e la sintonia con l’universalità della Chiesa.

In tal modo la liturgia diventa l’espressione del ‘noi qui convocati’ e della nostra cronaca quotidiana. Svanisce il respiro dei secoli, si chiude l’orizzonte della Chiesa diffusa su tutta la terra, si oscura la comunione dei Santi nel cielo e Cristo stesso rischia di essere un ospite di riguardo invitato ad assistere ad una nostra sempre mutevole creatività e a condividere quello che piace fare a noi. Il nostro protagonismo rischia così di sostituirsi all’adorazione e il politicamente corretto soppianta l’obbedienza alla Sua Parola di verità.

Come allora superare la crisi e aver garanzia di celebrare la liturgia vera, quella che ha per Soggetto Cristo e la Chiesa? Ubbidendo al Magistero della Chiesa. Solo, infatti, la liturgia come è stabilita dall’autorità della Chiesa garantisce la composizione equilibrata di tutti gli ‘ingredienti’ necessari alla natura di un vero atto liturgico. Chi segue con fedeltà l’Edizione typica dei libri liturgici, osservandone con precisione le rubriche e pronunziando con fede le preci stabilite, assicura in ogni sua parte il complesso rituale: – gli atti di Cristo-Capo sono rispettati nella loro validità; – quelli della Chiesa sono celebrati con tutte le loro dimensioni costitutive: la comunione nel tempo (Tradizione) e nello spazio (universalità) si compone con l’attenzione all’ambiente concreto in cui la liturgia si attua (località).

In tal modo sarà possibile celebrare una liturgia valida e lecita e quindi riconosciuta da Dio ed efficace in ordine alla nostra santificazione. Una liturgia, invece, che esulasse dal Magistero della Chiesa perderebbe immediatamente il suo vero Soggetto soprannaturale e decadrebbe irrimediabilmente in un atto di culto privato.

Si comprende allora le cause degli abusi liturgici attuali:

– la non percezione della presenza e dell’azione diretta del Signore, che provoca la caduta del senso del sacro; – un concetto errato o insufficiente di ecclesiologia, ridotta a sociologia localista;

– il conseguente concetto errato o ridotto di pastorale, rivolta eccessivamente all’uomo e al suo ambiente, senza vigilare adeguatamente sull’integrità del Mistero che deve trasmettere per la sua redenzione.

Con la caduta del Soggetto vero della liturgia oggi non si distingue più la liturgia dai pii esercizi, osservando che l’unico soggetto che opera sempre in ogni azione cultuale è l’ Assemblea celebrante’ nella sua visibilità più immediata. Oggi, infatti, non è raro ritenere che ogni espressione di preghiera fatta da chiunque e in qualsiasi forma sia liturgia e così pure la si denomina.

In realtà la differenza essenziale la fa il diverso soggetto: la liturgia ha un soggetto soprannaturale Cristo e la Chiesa in quanto tale, mentre ogni altro atto di culto pubblico o individuale ha come soggetto la persona o il gruppo che lo crea e lo celebra.

È allora necessario distinguere anche ritualmente la liturgia dai pii esercizi: – evitando l’intreccio interno con le azioni liturgiche:

– ovviando all’unione organica di un pio esercizio che, senza soluzioni di continuità, precede o segue un rito liturgico;

– resistendo precisamente dalla tentazione facile di sostituire atti liturgici preferendo superficialmente al loro posto pii esercizi e rallentando in tal modo di elevare il popolo alla liturgia. Forse potrebbe essere presa in considerazione anche l’opportunità di riservare gli abiti liturgici alle sole azioni liturgiche e indossare, invece, l’abito corale per presiedere ai pii esercizi del popolo cristiano.

Come si vede la normativa della Chiesa precede la prassi e davanti a noi vi è ancora molta strada da percorrere sia nella formazione liturgica, come nella conseguente celebrazione.

IL CERO PASQUALE

Anche quest’anno, come negli scorsi anni, il Cero pasquale diventa un problema. Per alcuni è un’inutile spesa l’acquistarlo nuovo ogni anno, per altri è giusto. Certe volte succede che anche i suoi ornamenti sono logori e ben poco ‘pasquali’. Il parroco cerca di glissare, il sacrista invece si arrabbia dicendo: «Decidetevi, che ci sono altre cose più importanti». Che ne dite?

Se non si cura il Cero pasquale e la sua simbologia liturgica lo si confonderà facilmente con qualsiasi altro cero votivo, magari più grande e appariscente.

Infatti non è infrequente che si pongano davanti a reliquie o immagini insigni dei ceri votivi notevoli per dimensioni e fregi. Si pensi a quelli offerti in determinate feste al Patrono o in altre circostanze per ricordare eventi religiosi particolarmente significativi. Il Cero pasquale deve essere ammirato dai fedeli per la sua proprietà e nobiltà ed essere riconosciuto con sicurezza per quelle ‘insegne’ proprie ed esclusive, che prevede la liturgia.

Possiamo delineare tre modalità per la confezione e decorazione del Cero:

1. Il Cero pasquale, realmente di cera e nuovo ogni anno, rappresenta la massima cura per la ‘verità del segno’. Sul bianco fusto campeggiano esclusivamente i simboli previsti dalle formule liturgiche (croce, A e O, numeri dell’anno in corso, grani d’incenso). In questo modo il Cero si impone per la sua identità in modo nobile, chiaro, senza bisogno di altre indicazioni. Anche l’infissione dei grani di incenso nello spessore della cera esprime in tutta la sua forza simbolica il senso reale delle ferite che penetrarono nel corpo del Signore, ricordando la ‘fisicità’ della sua Incarnazione e della sua dolorosa Passione. Questa prima modalità espone il Cero ad una graduale consumazione, ma proprio per questo il simbolo è eloquente. Ciò richiede un’attenzione continua, sia per la visibilità della fiamma, sia per la pulizia e il decoro del Cero stesso.

2. Il Cero pasquale, sempre totalmente in cera, potrebbe fare un servizio pluriennale, mediante una aggiunta sommitale, che assicuri l’autenticità della cera che visibilmente si consuma e della fiamma che arde vigorosa, senza intaccare però il cero stesso e la sua decorazione. Questa soluzione unisce praticità e pulizia pur senza venir meno alla dignità e verità del segno.

3. Il Cero pasquale, sia nel primo come nel secondo caso, potrebbe essere impreziosito da un piccolo ‘apparato’ che lo riveste con maggior splendore. Si tratta di una croce di metallo curva a modo di fascia con relative lettere e numeri. L’applicazione potrebbe agevolmente essere fatta mentre il sacerdote pronunzia la formula rituale nel rito della luce. I fori predisposti sulla croce indicano con sicurezza i punti in cui infiggere i cinque grani di incenso. Con questo ‘vestito’ il Cero potrebbe risplendere per tutto il tempo pasquale finché rimane sul suo candelabro. Quando poi sarà portato nel battistero il Cero deporrà questa ‘insegna di gala’ rimanendovi con una decorazione più sobria, già predisposta in precedenza e senza i grani di incenso. In tal modo si realizzerebbe per il Cero pasquale ciò che già si fa, ad esempio, per l’altare rivestito da un prezioso paliotto nelle solennità e così si distinguerebbe adeguatamente l’uso solenne del Cero nel tempo di Pasqua dal suo uso feriale presso il battistero. È infatti alquanto conveniente che nelle celebrazioni pasquali il Cero si ‘vesta’ a nuovo e non si presenti con quella ferialità con cui lo si vede ordinariamente nel corso dell’anno, soprattutto nelle celebrazioni esequiali.

Per concludere diciamo che sempre si dovrebbe evitare la finzione, ossia un cero di altro materiale con una ampolla di cera liquida, che alimenta una fiamma sempre uguale e senza vita. Sembra che tale scelta, purtroppo alquanto diffusa, perché funzionale e senza bisogno di manutenzione, non sia conforme a quella ‘verità del segno’ che domanda la liturgia, il buon gusto e la dedizione religiosa in un culto ‘in spirito e verità’.

Inoltre, il Cero potrà essere certamente decorato con molteplici ornamenti, secondo la tradizione, ma non si dovrà mai giungere a togliere centralità e immediatezza alla sua simbologia liturgica essenziale, che sempre dovrà emergere nel complesso ornamentale. Soprattutto nessuna raffigurazione potrà sostituire i simboli previsti dalle formule liturgiche con cui il cero è ‘creato’ nella veglia pasquale. Ogni ornamento dev’essere sempre in relazione ai simboli centrali e contenuto in spazi laterali.

Infine si dovrebbe ripensare la facoltatività nell’uso dei cinque grani di incenso, perché questa ha de facto prodotto una vasta scomparsa di questo simbolo con notevole impoverimento dell’identità del Cero stesso.

IL BATTESIMO DEI BAMBINI NELLA VEGLIA PASQUALE

La Chiesa raccomanda che nella Veglia pasquale il battesimo sia effettivamente celebrato. Ma come poterlo fare se la Veglia è celebrata troppo tardi, verso mezzanotte, come pure viene raccomandato. E come insistere perché anche i bambini della catechesi di Iniziazione cristiana vi partecipino con i loro genitori? Un parroco

Occorre distinguere i due contenuti della domanda: il battesimo dei bambini nella Veglia e la partecipazione dei bambini della catechesi alla medesima. La composizione simultanea di esigenza diverse, quali: la mezzanotte, il battesimo degli infanti e la partecipazione dei bambini della catechesi, sollecita una riflessione che pone dei quesiti. Si possono delineare alcuni principi, che attualmente rimangono ancora a livello di orientamento, senza una acquisita e diffusa attuazione pratica.

1. Il carattere notturno è congenito all’identità stessa della Veglia e una sua riduzione incrina la Veglia pasquale nella sua struttura più intima. Ora il tempo notturno non è propriamente quello delle ore serali, ma implica almeno un lambire la mezzanotte. Solo così la Veglia avviene con verità ‘in nocte’ e si distingue da una normale attività serale.

2. L’annunzio della risurrezione, che costituisce il cuore della Veglia e unisce elementi quali il Gloria, il suono delle campane, l’Alleluia e il vangelo della risurrezione, non dovrebbe essere anticipato prima della mezzanotte, se si intende rispettare il tempo proprio del terzo giorno, la Domenica di Pasqua. Ogni anticipo, non solo non concorda con l’antica tradizione dei Padri, ma presenta un’incoerenza col tempo reale dell’evento misterico: il Signore è risorto il terzo giorno. Si deve sempre ricordare che la coerenza cronologica tra il mistero e la sua celebrazione liturgica ha costituito il criterio principale della riforma del Triduo sacro e della Settimana Santa di Pio XII.

3. La Veglia pasquale è la celebrazione pubblica e solenne dell’intero popolo di Dio e non può in nessun modo scadere in concessioni riduzionistiche, come ad esempio diventare una celebrazione con e per i bambini. In tal senso la Veglia non è fatta per loro. Il popolo di Dio in quanto tale ne è protagonista, non una categoria specifica di esso. Ciò implica il massimo impiego della solennità dei riti, della completezza delle parti e dell’alto profilo celebrativo. Essa è infatti ‘la madre di tutte le veglie’.

4. La Veglia pasquale storicamente si afferma come unica sede liturgica annuale per la celebrazione dell’Iniziazione cristiana degli adulti. Tale norma rimane valida anche oggi. Il battesimo dei bambini, invece, è sollecitato dalla Chiesa entro poche settimane dalla nascita e, quindi, l’offerta mensile del battesimo comunitario in parrocchia è attualmente la norma pastorale ordinaria.

5. Occorre assicurarsi, per l’importanza e la dignità stessa della Veglia, che l’eventuale battesimo dei bambini, non comprometta né l’integrità del rito, né la sua durata, né la dovuta solennità. I bambini con i loro genitori, i parenti e i fotografi non possono in alcun modo incrinare l’alto profilo liturgico e la ricchezza propria della Veglia. Essi non devono assorbire a tal punto l’attenzione da sminuire il senso della Veglia come atto proprio dell’intera comunità cristiana. La rinnovazione delle promesse battesimali, in particolare, è innanzitutto una meta importante per tutto il popolo di Dio, preparata dall’itinerario penitenziale della Quaresima. Un’emarginazione di tale gesto a causa di una attenzione totale al battesimo dei bambini lo priverebbe del necessario spessore e incidenza spirituale nell’intera comunità.

6. I bambini delle classi inferiori della catechesi non sono abili ad un atto così prolungato e notturno. Diverso è il caso dei ragazzi più grandi, come i cresimandi e i giovani. La celebrazione pasquale per l’intera catechesi potrebbe più opportunamente essere la grande Messa del giorno di Pasqua. Essi che hanno partecipato alla processione delle palme la domenica precedente e ne hanno ascoltato il ‘Passio’, intervenendo coralmente alla Messa grande della domenica di Pasqua ascoltano il vangelo della risurrezione. In tal modo i due aspetti del mistero pasquale, la passione e la risurrezione, si imprimerebbero nella loro mente attraverso le due grandi domeniche. Il ricordo del battesimo, poi, non dovrebbe mancare nella Messa del giorno di Pasqua, sia mediante l’aspersione nei riti di inizio, sia mediante l’uso del Credo apostolico nella professione di fede. Queste indicazioni mirano ad offrire elementi di riflessione per una corretta attuazione della Veglia pasquale, evitando il collasso di aspetti che sono ad essa connaturali e irrinunciabili.

IL SOGNO DI UNA VEGLIA PASQUALE IDEALE

Tre argomenti in favore di una Veglia pasquale incentrata sulla mezzanotte: motivo pratico, mistico e corale.

UNO STACCO NECESSARIO

Se la mezzanotte non è data come ora discriminante per la Veglia pasquale, si arriva alla prassi attuale, ispirata, si dice, a necessità pastorali. Ossia la Veglia è celebrata non più nella notte, ma all’ora della Messa festiva di vigilia o un po’ più tardi. Ma queste ore serali sono le normali ore dell’attività ordinaria al termine di ogni giorno: a quest’ora si va ad un concerto, ad una conferenza, ad uno spettacolo teatrale, ad una serata di vario genere. Questa allora non è propriamente la notte, ma la sera. La Veglia celebrata di sera viene privata di una sua componente essenziale: offrire a Dio il tempo del sonno, santificando la notte, mediante l’ascesi del ‘vegliare’. Ci domandiamo: la pastorale deve proprio sposare il ‘dogma’ della comodità a tutti i costi, rinunciando alla notte di Pasqua e alla notte di Natale, come attualmente sta succedendo? Che almeno nelle due notti sante, di Pasqua e Natale, non solo alcuni scelti – come i monaci, i religiosi o i laici impegnati -, ma tutto il popolo di Dio, nelle normali parrocchie, si disponga alla solenne celebrazione, vegliando nella notte e offrendo a Dio con generosità il tempo notturno, è veramente cosa pastoralmente impossibile e improponibile ai nostri giorni? Alla sera del Sabato santo il traffico è ancora intenso, il silenzio della notte lontano, vi è l’affanno della cena e il corpo si distende dopo la tensione del lavoro. I sacerdoti, stanchi per le confessioni – fin troppo concentrate nel pomeriggio del Sabato santo – non hanno neppure il tempo di un necessario stacco, che devono subito presiedere l’atto liturgico più impegnativo di tutto l’anno. I fedeli, trafelati nel trambusto festivo accorrono alla Veglia e domandano: “Padre, quanto durerà”? perché in realtà molti ricercano in essa la ‘messa prefestiva’ di Pasqua. E anche i parroci, assecondando talvolta queste richieste, tendono a semplificare alquanto il rito, riducendo le letture e velocizzando i riti per l’indisposizione dei fedeli, intenti ad assolvere semplicemente il ‘precetto’. Questa non può essere la Veglia pasquale! Se invece la Veglia è effettivamente verso la mezzanotte, i sacerdoti e i fedeli si possono sufficientemente distendere e, riabilitati nelle forze e vestiti a festa, celebrare con disposizioni migliori la santa Veglia. Questo stacco è già possibile sperimentarlo di più a Natale, almeno lì dove ancora si celebra a mezzanotte.

UN MOMENTO MISTICO E ATTESO

Il passaggio più singolare della Veglia pasquale, quando si canta il Gloria in excelsis e si riprende lo jubilus dell’Alleluia è spesso depotenziato: dopo una liturgia della Parola piuttosto breve, senza aver raggiunto un congruo clima di trepida attesa e, senza alcuno stacco rituale, si intona l’Inno angelico e si suonano le campane. Siamo lontani da quello stupore mistico e commosso di cui ci parlano le fonti antiche. È più eloquente la notte di Natale quando, a mezzanotte, si inizia la solenne eucaristia ‘in nocte’. Ma anche l’attesa frenetica del nuovo anno, nella notte di capodanno, produce una forte carica emotiva, suscitata da un preciso momento, lo scoccare della mezzanotte. Perché allora privare l’annunzio pasquale nella notte santa dell’esperienza di questa attesa fervorosa, che dà vigore e letizia spirituale all’annunzio della risurrezione, proprio al primo esordio del beato terzo giorno, quello in cui avvenne la risurrezione, il giorno ottavo che non avrà mai più tramonto? Questo non è sentimentalismo, ma ricchezza celebrativa, forza coesiva e testimonianza efficace. Se si vuole ridare alla Veglia pasquale il senso gioioso e commovente dell’attesa, occorre consentire che essa abbia il tempo necessario per impostare un itinerario progressivo verso un preciso termine, che in antico era il primo albeggiare del giorno della risurrezione e che oggi dovrebbe essere necessariamente lo scoccare della mezzanotte alla soglia della grande e santa Domenica di Pasqua. Dal momento che la liturgia si è arricchita in modo irreversibile della Messa solenne del giorno di Pasqua, e che questo giorno è ormai rivestito di regale e grande solennità, non è più auspicabile riproporre a tutto il popolo una Veglia che si estenda fino al mattino, come in antico per poi necessariamente ridurre la domenica di Pasqua a un giorno liturgicamente ‘vacante’. Ciò non sarebbe possibile, né per la grande affluenza di popolo che richiede le normali celebrazioni domenicali, né per i sacerdoti, tenuti alle molteplici celebrazioni e ai riti tipici del giorno di Pasqua. In questo contesto la mezzanotte dovrebbe ridiventare l’Ora da tutti accolta come discriminante tra le due parti della Veglia. Diversamente succede quello che attualmente si può constatare nelle varie ore serali del Sabato Santo: uno già ritorna dalla Veglia pasquale in una chiesa, mentre l’altro parte per la Veglia in un’altra chiesa. Povera Pasqua! Così è ridotta ad affare privato, persa nella routine del sabato sera. È migliore la grande cena che faremo sul tardi, tutti insieme!

UN ATTO CORALE E PUBBLICO

La celebrazione della Veglia, fatta all’unisono da tutte le comunità cristiane sul crinale della mezzanotte, offre un eccellente occasione per una testimonianza corale: la Chiesa, convocata nel cuore della notte santa, attende e annunzia la risurrezione del Signore. Questa coralità ha una profonda forza coesiva, alimenta la comunione della fede e crea il sentimento di un popolo unico e compatto nel dare al mondo l’annunzio che Cristo è Risorto. Una serie di veglie pasquali serali, in ore diverse, snerva e svilisce il senso comunitario del popolo di Dio e abbassa il tono dell’atto liturgico più solenne che la Chiesa possiede. La Chiesa, celebrando all’unisono la Veglia pasquale, invece, percepisce quasi fisicamente il suo essere un cuor solo e un’anima sola, soprattutto quando, a mezzanotte, acclama Cristo risorto e lo annunzia al mondo. Comunità, pur radunate in chiese diverse, ma simultanee nel celebrare la santa Veglia e insieme anelanti verso il giorno che Cristo inaugura con la sua risurrezione, interpretano egregiamente la bella espressione del salmo: Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! (salmo 132, 1). Per esprimere concretamente tale sinfonia, la mezzanotte diviene un criterio necessario e discriminante. In questo contesto , sarà possibile dare all’unisono anche l’annunzio pasquale al mondo esterno col suono delle campane. Infatti, una cosa è cogliere a malapena in diverse ore serali del sabato santo sporadici suoni di campane a seconda degli orari diversi delle Veglie nelle varie chiese – suoni che si perdono, soprattutto in città, nel tumulto di fine giornata – altro è udire chiaramente un unico suono concordato delle campane di tutta la città, o di tutta una valle, a mezzanotte, quando ormai l’ambiente è avvolto dal silenzio notturno e il loro suono può essere eloquente e disteso dovunque. Solo un scampanio così può diventare una efficace, significativa e pubblica testimonianza nella quiete della notte di Pasqua. È questione di organizzazione e di incisività. La Cattedrale, o la Chiesa maggiore, potrebbe guidare tutte le altre chiese e il suono dovrebbe essere alquanto prolungato. Ma, come si capisce, per realizzare un segno di tale forza, occorre un’ora precisa, la mezzanotte, l’ora più silente, più biblica, più poetica, più pratica, l’ora che, soprattutto, costituisce l’inizio del terzo giorno, il giorno della risurrezione.

Don Enrico Finotti

COME CELEBRARE IL TRIDUO?

Il mistero lo si incontra, ci coinvolge e ci salva, non principalmente in una catechesi liturgica, ma nella reale celebrazione della Liturgia

 

Una bella spiegazione sul Triduo pasquale è soltanto un primo passo, indispensabile, ma insufficiente. E’ necessario che dalla grammatica si passi alla pratica, ossia ad una celebrazione del Triduo, coerente con i principi che lo ispirano. Il mistero, infatti, lo si incontra, ci coinvolge e ci salva, non principalmente in una catechesi liturgica, ma nella reale celebrazione della Liturgia. In essa si rende presente il Risorto e agisce il suo Santo Spirito e la nostra vita viene misticamente elevata alle realtà soprannaturali. Ecco allora quattro regole fondamentali, che assicurano una celebrazione corretta e degna del Triduo pasquale.

1. La cronologia. La coerenza con le medesime “Ore” nelle quali il Signore compì il mistero della nostra redenzione garantisce la sussistenza stessa del Triduo pasquale. Infatti, quando venne a mancare la fedeltà ai tempi reali in cui si compirono gli atti della nostra salvezza, si perse la nozione stessa di Triduo pasquale e venne meno l’equilibrio delle sue parti, il senso e la comprensione di tutto il suo ricco simbolismo. La Chiesa celebra quindi i momenti liturgici più densi del Triduo pasquale in consonanza con tre grandi “Ore”:

* l’ora della cena pasquale (giovedì santo sera)
* l’ora della morte in croce (venerdì santo pomeriggio)
* la notte della risurrezione (notte di Pasqua).

Questi tre momenti cronologici segnano il tempo delle tre celebrazioni maggiori, che costituiscono l’ossatura del Triduo pasquale e la sua più alta manifestazione con la più larga partecipazione dei fedeli. In particolare si deve purtroppo osservare come la Veglia pasquale non riesca ancora a decollare come veglia veramente notturna, essendo celebrata prevalentemente nelle ore serali del Sabato santo.

2. La drammatizzazione. I fatti evangelici proclamati nei giorni della ‘grande e santa settimana’ sono celebrati con riti e simboli supplementari: la processione delle palme, la lavanda dei piedi, la proclamazione del ‘Passio’ con i tre lettori e il coro, l’ostensione e il bacio alla S. Croce, il lucernale con l’ingresso del Cero e l’acclamazione ‘lumen Christi’, ecc.. Questi riti sono elementi tipici nella struttura stessa delle varie azioni liturgiche del Triduo e della Settimana Santa. Decurtarli o minimizzarli significherebbe svilire l’insieme organico della liturgia pasquale, che perderebbe la sua identità e diventerebbe una celebrazione ordinaria. Ma per realizzare con dignità, sacralità e proprietà questi riti, così complessi, è necessario prepararli. Occorre perciò superare il sospetto invalso verso le ‘prove’ preparatorie alla liturgia. Senza di esse tutto scade, tutto è incerto e sconnesso ed è compromessa ogni efficacia mistagogica, che dai segni visibili introduce al mistero invisibile. E’ necessario allora che le tre ‘scholae’ – gli accoliti, i lettori e i cantori – che formano l’organico della Liturgia solenne, collaborino col sacerdote nella preparazione previa e sinfonica di ogni specifico rito del Triduo.

3. L’unicità. I riti del Triduo sono unici, e non vanno ripetuti. Infatti, in essi si manifesta l’unità del popolo di Dio, che nella Pasqua annuale dovrebbe trovare la sua espressione più piena. Quell’unicità propria dell’Eucarisitia domenicale, – regola assoluta nell’antichità cristiana – la Chiesa la vuole conservare almeno nella celebrazione dei riti pasquali. Del resto ripetere riti così strutturati significa ridurli e privarli della loro natura solenne. Infatti si richiede un numero superiore di ministri e un servizio più qualificato nel canto. Cosa che non è possibile realizzare in una indebita moltiplicazione di essi. Occorre forse cambiare un’idea troppo individualista di pastorale, per cui i singoli e i gruppi debbano essere assecondati in ogni richiesta. Accettare umilmente l’eventuale impossibilità di partecipare porta maggior beneficio alla Chiesa che urgere un servizio che finirebbe per moltiplicare i grandi riti della Chiesa. Salvando l’unità del popolo di Dio si dà maggior gloria a Dio e coloro che a malincuore non possono convenire nell’assemblea hanno la possibilità di ricevere ‘in voto’ la medesima grazia di quelli che vi partecipano. Inoltre si ha modo di raggiungere gli assenti offrendo comunque gli aiuti spirituali, portando loro in casa sia il SS. Sacramento, come altri ‘segni sacri’ (le ceneri, l’ulivo, l’acqua, il cero, ecc.). In tal modo essi sono collegati all’assemblea liturgica e in essa concorrono attivamente con una partecipazione spirituale.

4. La coralità. E’ collegata con l’unicità. Dal fatto che i riti non si devono ripetere per comodità o a favore delle varie realtà ecclesiali, ne consegue che tutti i gruppi religiosi e laicali, che vivono in una parrocchia, si dovrebbero unire insieme per la comune celebrazione dei solenni riti del Triduo. La comunità parrocchiale non deve essere frazionata, ma piuttosto riunita per l’unica celebrazione, nella quale tutti concorrono con la propria presenza attiva. La capacità di una celebrazione corale del Triduo pasquale dimostra la maturità teologica e pastorale di una comunità cristiana, che sembra ancora essere tanto lontana e difficile nella realizzazione concreta. Predomina purtroppo l’individualismo delle spiritualità e degli itinerari, che incrinano il senso di appartenenza all’unica Chiesa. E’ ovvio che per realizzare una celebrazione così intesa occorre accettare da parte di tutte le componenti ecclesiali la ‘forma’ liturgica stabilita dalla Chiesa, rinunciando di buon grado a forme rituali, canti e simboli di composizione privata e propri dei vari gruppi ecclesiali. Se non si arriva a celebrare insieme la Pasqua in una parrocchia, come è possibile prospettare l’unica data per la celebrazione della Pasqua insieme con tutte le confessioni cristiane?

Le quattro regole, ora descritte, indicano una soluzione adeguata per impostare il Triduo pasquale anche nelle Unità pastorali, dove più parrocchie condividono l’unico Parroco. I riti non saranno né dislocati in chiese diverse, né ripetuti nelle diverse comunità, ma sarà opportuno far riferimento a quella centralità celebrativa che era praticata nella pieve o parrocchia, quando essa era circondata, come una madre, da molteplici curazie. Allora ogni curato conveniva nella chiesa maggiore col parroco o pievano per ‘concelebrare’ i riti pasquali e ricevere da quella sede primaria l’acqua benedetta, che, scaturita dall’unico fonte, alimentava i diversi battisteri delle chiese filiali. Un tale costume di unità liturgica continua ad essere praticato nella Chiesa cattedrale dalla quale il crisma e gli oli santi, consacrato e benedetti dal Vescovo, rag- giungono ogni parrocchia della diocesi. Occorre riconoscere che con l’elevazione a parrocchia di ogni più piccola comunità, servita dal proprio sacerdote diventato parroco, diventa oggi difficile – ma non impossibile – un cammino a ritroso verso la chiesa matrice. Tuttavia la problematica incombe inesorabile per il numero sempre più ridotto di sacerdoti, che esige l’erezione delle Unità pastorali. In questa situazione si ritiene che risolvere l’organizzazione dei riti del Triduo pasquale col criterio particolaristico che vorrebbe assicurare ad ogni piccola comunità l’intero Triduo o parte di esso, incrini la natura, la qualità e la solennità dei riti pasquali stessi, che non realizzerebbero convenientemente il loro obiettivo teologico e pastorale. Sarebbe contraddittorio che, mentre per la domenica si invoca il principio ‘meno messe e più Messa’, ciò non valesse per il Triduo pasquale, ossia per quella espressione dell’unità che non ha rivali nell’intero Anno Liturgico.
Si comprende anche come una simile prospettiva consentirebbe una migliore partecipazione spirituale dei sacerdoti – cosa da non trascurare – e aprirebbe ad una visione più equilibrata e meno stressante di pastorale liturgica. Forse il ritmo contemplativo e sobrio della tradizione potrebbe ispirare una revisione del ritmo vorticoso e apparentemente efficiente del presente.
Diverso è il ruolo dell’Ufficio divino e dei pii esercizi, che offrirebbero in modo capillare quei momenti di spiritualità e di coesione, indispensabili per la vita di fede delle diverse comunità di un’Unita pastorale e che potrebbero essere animati da laici ben preparati. 

don Enrico Finotti