© 2010 -2012 - Associazione Culturale Amici della Liturgia - Via Stoppani, 3 - 38068 ROVERETO (TN) - amiciliturgia@virgilio.it L’ Anno della Fede Il Natale con il Papa Intervista di don Enrico Finotti a mons. Guido Marini - Maestro delle Celebrazioni Pontifice Nelle feste natalizie ormai concluse molti fedeli hanno seguito con gioia  e trepidazione spirituale i riti presieduti dal Sommo Pontefice. La televisione,  infatti, rende visibile in tutte le case la liturgia del Papa. In particolare la  celebrazione nella notte santa suscita notevole interesse per la singolarità di  alcuni riti che sono entrati nella Messa in nocte. Alcuni fedeli, inoltre, si  rivolgono ai loro parroci chiedendo di poter imitare nelle loro chiese la liturgia  della basilica vaticana. Monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni  liturgiche del Santo Padre ha accolto volentieri di rispondere sulla nostra  rivista a queste brevi domande per offrire ai lettori una riflessione competente  e autorevole.   1. L’Anno della fede ci invita ad una solenne professione di fede.  Mai come nella notte e nel giorno di Natale tale professione assume  tanta solennità con la prostrazione adorante di tutta l’assemblea al  versetto et incarnatus est. La cappella papale offe un esempio di  esecuzione liturgica veramente solenne quasi da costituire l’elemento  più tipico e commovente della liturgia natalizia. Ci può dare qualche  indicazione in merito? Si tratta di un segno liturgico davvero tipico e sicuramente commovente, nel  senso che muove la mente e il cuore a contemplare il grande mistero  dell’Incarnazione, rinnovando nello stupore l’atto di fede nel Figlio di Dio, fatto  uomo per la nostra salvezza. In quel momento la Chiesa intera si inginocchia  perché - come ricordava il Santo Padre in una recente udienza del mercoledì  – “il velo che nascondeva Dio, viene, per così dire, aperto e il suo mistero  insondabile e inaccessibile ci tocca: Dio diventa l’Emmanuele, «Dio con noi»”.  Anche il canto e la musica accompagnano l’atto della contemplazione stupita  e dell’adorazione intensa. All’ “Et incarnatus est”, infatti, il canto e la musica si  fanno lenti, assorti, raccolti. In tal modo ogni aspetto della nostra umanità -  intelligenza, volontà, sentimenti, corporeità - rimane spiritualmente “rapito”  davanti al grande avvenimento di Dio fatto Bambino.   2. Il canto della Kalenda commuove i cuori e ci mette in  comunione con i millenni e le gene razioni umane che precedettero il  Redentore: nessun altro momento dell’Anno liturgico sa esprimere con  tanta eloquenza l’universalità della salvezza e la centralità di Cristo,  unico salvatore del mondo. Uscita dai monasteri la Kalenda oggi  risuona nella basilica di S. Pietro, ma potrebbe anche trovar eco nelle  nostre chiese?  Certamente. Anzi, sarebbe bene fosse abitualmente prevista. Tuttavia ritengo  che, come avviene nella Basilica di San Pietro, sia opportuno che la Kalenda  venga letta o cantata al di fuori della Celebrazione Eucaristica. La Messa non  è un contenitore nel quale inserire con libertà ciò che appare più conveniente. L’atto liturgico non è nostra proprietà e non può essere soggetto a una  superficiale creatività. Come è noto i libri liturgici prevedono la Kalenda accompagnata alla Liturgia delle Ore della Vigilia del Natale. In questo senso  potrebbe entrare a far parte della veglia di preghiera che, ormai quasi ovunque, prepara la Santa Messa della Notte.  3. Con sorpresa i fedeli hanno osservato che al canto del Gloria in excelsis si sono unite le campane della basilica vaticana. Si era  abituati al suono festoso delle campane dopo l’intonazione del Gloria nella Veglia pasquale, come annunzio della risurrezione. Tutti  comprendono, tuttavia, quanto sia conveniente che il Gloria in excelsis sia accompagnato con la massima solennità proprio nella notte  in cui fu inaugurato dagli angeli. Potrebbe avere anche questo suono un riscontro nelle nostre parrocchie?  Il suono festoso delle campane al canto del “Gloria” è una consuetudine antica, presente in molte Chiese locali. Accompagnate dal suono solenne  dell’organo, le campane hanno la capacità di dare opportuna risonanza alla gioia della notte di Natale, diventando quasi l’eco del canto angelico che  riempì di luce e di letizia la vita dei pastori, invitati a mettersi in cammino verso il luogo della nascita del Salvatore. Entrare in sintonia interiore con  quel canto, anche attraverso il suono gioioso delle campane e dell’organo, significa prendere parte alla meraviglia del cosmo intero, che diventa lode  per la nascita di Gesù, unico e vero Salvatore del mondo. In questo contesto vale la pena, forse, ricordare la struttura innica del “Gloria” che, pertanto,  non dovrebbe essere mai eseguito nella forma responsoriale.  4. Il Bambino Gesù deposto ai piedi dell’Evangeliario è un ‘icona’ significativa che da anni caratterizza i riti natalizi in S. Pietro. Si  intuisce un grande valore simbolico e un profondo messaggio teologico. Ci può dire qualcosa in merito e potrebbe tale segno  caratterizzare anche le nostre celebrazioni locali? Risulta piuttosto evidente la relazione tra l’immagine di Gesù Bambino e l’Evangeliario dal quale viene proclamata la parola del Santo Vangelo. Quella  Parola oggi - nell’ “oggi” liturgico della solennità del Natale – si è fatta visibile.  E’ sempre significativo al riguardo ricordare l’esperienza di San Girolamo. Il grande “biblista”, ad un certo punto della vita, per continuare lo studio e la  traduzione della Scrittura, volle andare a vivere in una grotta attigua alla grotta della Natività. La Parola che egli andava approfondendo nei testi biblici  si era mostrata e resa toccabile lì. Lì e a partire da lì gli sarebbe stato possibile capirla in profondità.  5. La visita che il Santo Padre compie al presepio al termine della Messa della notte con la deposizione del Bambino Gesù ha un  forte impatto nella sensibilità popolare. In qualche modo egli attua ritualmente quell’andare a Betlemme che i pastori realizzarono senza  indugio, obbedendo all’invito degli angeli. Non è questo un tipico esempio di composizione tra liturgia e pietà popolare?  Non c’è dubbio. Si tenga conto, però, che anche questo gesto, espressivo della pietà popolare, non avviene all’interno della celebrazione, ma al di  fuori di essa. In tal modo si realizza una composizione armoniosa tra liturgia e pietà popolare, che non sono e non devono essere in concorrenza ma  che, al contrario, devono concorrere entrambe, se pure in modo diverso, a condurre all’accoglienza del mistero del Signore nella propria vita. E’  chiaro che la liturgia ha una preminenza, in quanto «culmine a cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, fonte da cui promana tutta la sua virtù»  (Sacrosanctum Concilium, 10). D’altra parte, però, come ricorda lo stesso Concilio Vaticano II, «la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione  alla sola Liturgia» (ibidem, 12). Ecco la ragione di una sana complementarietà, da favorire con equilibrio e saggezza pastorale.  I riti presieduti dal Sommo Pontefice sono ‘scuola di liturgia’ per l’intero popolo di Dio e il commento autorevole del Maestro della celebrazioni  liturgiche del Sommo Pontefice ce ne ha dato l’interpretazione più vera e completa. A Monsignor Guido Marini la nostra sincera gratitudine e i migliori  auguri per il Suo alto ministero accanto al Papa nel nuovo anno 2013.  
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