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Enrico Finotti
La liturgia romana nella sua continuità
Sugarco Edizioni, Milano 2011, pp.348.
Recensione del prof. A. Cesareo
È questo il secondo, coinvolgente lavoro dal carattere sistematico e di ampio respiro che
don Enrico Finotti dedica al significativo tema della liturgia, dapprima dettagliatamente presentata in ragione dei pericoli connessi al suo crollo ed ora, invece, emblematicamente descritta nell’avvincente sequela della sua indiscussa continuità.
Trattasi, nella fattispecie, di liturgia romana, il che conferma in maniera indiscutibile l’importantissimo legame sussistente tra mondo latino e fase di costituzione, organizzazione e diffusione delle più importanti ed essenziali pratiche liturgiche riconducibili agli albori della Chiesa. Il sottotitolo nova et vetera del volume contribuisce a rendere meglio questo senso dell’effettiva, tangibile continuità sussistente tra antico e moderno, nonché tra ieri, oggi e domani.
«A ormai cinquant’anni dalla Costituzione Sacrosantum Concilium (4 dicembre 1963), che stabilisce i principi della riforma liturgica voluta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, è cosa abbastanza naturale che nel tessuto vivo della Chiesa si diffonda e cresca sempre più l’esigenza di riflettere su quanto intrapreso nell’ambito della liturgia e si avverta il bisogno di determinarne i frutti. Opinioni diverse si fronteggiano in modo assai vivace, non solo nel considerare il grado di ricezione degli orientamenti voluti dal Concilio, ma persino nell’auspicare, da parte di alcuni, un ritorno integrale alla precedente forma celebrativa» (p. 9).
L’opera si articola, dunque, in quattro sezioni, ciascuna delle quali sviluppa un aspetto specifico ed una dimensione peculiare dell’argomento, trattato attraverso una serie di opportuni e dettagliati riferimenti al Magistero della Chiesa (Parte I, Il motu proprio Summorum Pontificum, pp.21-65), alla Formazione liturgica (Parte II, pp.69-216), nonché all’esortazione, fervorosa e stimolante, a Conoscere e celebrare bene la liturgia del Vaticano II (Parte III, pp.231-297). Conclude l’opera l’emblematica sezione dedicata alla Riforma della riforma (Parte IV, pp.307-339).
Ricca e completa, oltre che funzionale e di agevole impiego, è la bibliografia. Necessario ed utile è, infine, soprattutto nell’ottica di una riflessione applicativa e sistematica sui documenti conciliari relativi alla liturgia ed alle sue manifestazioni, l’apparato delle Domande per una necessaria verifica che chiude la Parte III.
La chiave interpretativa può essere colta da quanto esposto nei capitoli 7 e 8 (pp. 80-103), Il Soggetto della liturgia e L’eclissi del Soggetto: la crisi di fede che attaglia oggi il tessuto ecclesiale è data dal fatto che il Soggetto dell’azione liturgica - Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa – è sovente oscurato per lasciare spazio al «noi qui convocati» (p. 84). La dimensione antropologica e sociologica ha ormai preso il sopravvento in molti contesti delle nostre assemblee liturgiche. Ma la «comunità che celebra se stessa» (J. Ratzinger) può costituire un efficace canale della Grazia che scaturisce dal sacrificio di Cristo?
Questo abbaglio, «dovuto ad una mancanza di formazione dogmatico-liturgica, è foriero di gravissimi errori purtroppo diffusi e pacificamente ammessi. Se la liturgia è fatta da noi qui ed ora radunati, o comunque, se essa deve essere una creazione della nostra sensibilità, della nostra cultura e l’espressione delle nostre esigenze e bisogni, essa si riduce ad un prodotto nostro, che viene fatto e disfatto secondo i desiderata della comunità celebrante. In tal senso la liturgia non viene più dall’esterno, né scende come un dono dall’alto, ma deve piuttosto nascere dall’humus del gruppo, essere costruita dal basso, uscire dalla nostra esperienza, essere l’interprete della nostra vita, rappresentare, insomma, coloro che la celebrano». Secondo questa mentalità «niente deve essere predeterminato, ma tutto frutto di creatività. Ogni ripetitività è sospetta, le stesse grandi ripetizioni, collaudate dai secoli, devono essere rivisitate e rielaborate. Il linguaggio, coniato dalla riflessione dei Padri e provato nel crogiolo del tempo, deve essere decodificato e questo alla luce di un breve istante storico, quale è la nostra furtiva esperienza del momento…» (p. 84).
La riflessione, quindi, procede per soffermarsi inevitabilmente su ciò che la Tradizione e il Vaticano II definiscono «culmine e fonte» della vita della fede: il mistero eucaristico (capitolo 10).
«Anche riguardo all’Eucaristia insorge legittima la domanda: Cosa avviene quando sull’altare si attua il Mistero eucaristico? Nel ventaglio vasto delle opinioni teologiche odierne, nel variegato incontro con le altre confessioni cristiane e nel delicato sforzo dell’inculturazione della fede tra i popoli si sente la necessità di individuare l’essenza del Mistero: ciò che il Signore ha consegnato e che non può essere perduto» (p. 151). A questo riguardo, si veda, ad esempio: Alle radici del mistero eucaristico (p.151), Alle redici del rito dell’Eucaristia (p.153), La centralità della Consacrazione eucaristica (p.154), Il valore della elevazione eucaristica (p. 156)…
Assai rilevante si presenta, inoltre, il capitolo 12 (pp.172-187) in cui l’autore, dopo aver dettagliatamente ed organicamente ricostruito la storia dell’altare ed averne identificato la funzione ed il ruolo specifico, fornisce tutta una serie di considerazioni relative al posizionamento, ad es., degli altari stessi all’interno delle Chiese, il che contribuisce stabilire un’interessante relazione tra lo spazio dell’edificio e la dimensione del tempo ecclesiale che si rivela decisamente utile e proficua per questa nostra epoca di disorientamento e confusione.
Il testo di Enrico Finotti è saldamente ancorato alla Tradizione e riconosce gli apporti della modernità (opportunamente vagliati dal Magistero) come si può chiaramente evincere da quanto dimostrato in Ars sacra celebrandi e il silenzio (pp.131-134), Ars sacra celebrandi e la musica, Ars sacra celebrandi e la solennità… e - vera perla - L’Ars sacra celebrandi: una questione d’amore (p.143) che costituisce un serio invito a vivere in profondità, autenticità e totalità la liturgia, soprattutto in stretta relazione con il fatto che l’ars celebrandi, trova la sua regola fondamentale nel Cuore di Gesù.
«Come si fa a celebrare bene? Chi può esibire una vera ars celebrandi? A quale modello ispirarsi? La risposta sta proprio nel Mistero col quale si è aperto e chiuso l’Anno Sacerdotale: il sacratissimo Cuore di Gesù. Il Kyrios, immolato e glorioso, che ora sta alla destra del Padre per intercedere continuamente per noi, è l’unico Sommo Sacerdote a cui ispirarsi e il suo Sacrificio pasquale, offerto una volta per sempre nel tempo e reso eterno presso l’altare del cielo, è l’unica liturgia che il Padre gradisce. Ogni vera ars celebrandi deve impersonare quest’unico Liturgo e compiere quest’unico suo Sacrificio».
Nel testo, infine, vengono esposte ed approfondite con competenza ed equilibrio questioni ancora aperte, oggetto di accesi dibattiti, quali ad esempio: l’orientamento della Messa (p.32 e ss.), la centralità del tabernacolo (capitolo 13), l’uso della lingua latina (p. 21 e ss.), il canto gregoriano e polifonico (pp.122-131), la funzione degli altari laterali, (p. 183) la balaustra (p. 185)…
La riflessione procede in un linguaggio accessibile e piano, si rivolge anche chi non è direttamente coinvolto nella discussione teologica come sacristi, animatori liturgici, ministri straordinari della Comunione…
«Il sussidio, inoltre, vuole segnalare delle fonti, offrire un metodo ed indicare delle possibili piste di ricerca, ma necessita di ulteriori integrazioni, perciò va letto con retta intenzione, oggettività di giudizio, fedeltà al Santo Padre, amore alla Chiesa e a tutto il popolo di Dio» (Prefazione, p. 15). inizio
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Ultimo aggiornamento: 15-Nov-2011 |
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