![]() |
|
||||
L'AMBONE - Settembre 2011 - Anno 4 - n. 3 |
![]()
Il pensiero espresso in questa Rivista su tutte le questioni trattate intende essere fedele al Magistero e alla Tradizione della Chiesa. Perciò ogni difformità, che dovesse emergere in qualche articolo o risposta, dovrà essere corretta o comunque interpretata in modo conforme al pensiero della Chiesa e nella comunione con la sua dottrina e la sua disciplina. In tal senso accettiamo volentieri osservazioni o precisazioni da parte dei lettori.
1 . Perché qualche lettore, tra quelli più impegnati, termina la lettura dicendo: E’ parola di Dio, oppure: Questa è la parola di Dio ? Vi è libertà di formulazione?…
Già il mutare la formula stabilita è un procedimento sbagliato, in quanto la Chiesa ha pensato le sue formule e per qualcuna di esse ha impiegato secoli di riflessione e dibattiti teologici non piccoli. Si pensi ad alcuni passaggi nella professione di fede. Quindi occorre sempre tener presente la mente della Chiesa, che ha scelto una specifica formulazione preferendola ad altre. La coscienza che il rito liturgico è della Chiesa e non è creazione di privati deve sempre renderci attenti alla facile tentazione di modifiche e sostituzioni soggettive. Non raramente espressioni ritenute innocue rivelano impostazioni teologiche profonde e, superficiali varianti, fatte con tono di sufficienza, possono incrinare la retta dottrina e il modo giusto di celebrare. In particolare il Verbum Domini con cui il lettore conclude la lezione biblica ha carattere di acclamazione e non di dichiarazione. Non si tratta di dichiarare davanti all’assemblea che ciò che è stato letto è la parola di Dio, ma di suscitare nella medesima assemblea una acclamazione di fede e di amore in risposta alla parola di Dio proclamata. Per questo sarebbe più consono con la natura dell’espressione qui considerata la sua esecuzione in canto con la risposta melodica di tutto il popolo: Deo gratias / Laus tibi, Christe. In tal senso la lingua latina unita alla melodia gregoriana offre una modalità perfetta di esecuzione, che nella sua semplicità evidenzia il graduale crescendo verso il vertice della liturgia della parola, la lettura evangelica. Dal tono basso previsto per la lezione profetica, passando a quello più elevato della lezione apostolica, si raggiunge il culmine nel tono proprio del testo evangelico. La breve acclamazione in latino è così elementare e da tutti comprensibile, che non avrebbe bisogno di traduzioni e potrebbe costituire quel patrimonio di elementi universali, che arricchirebbero la liturgia. Tuttavia non dovrà comunque essere abbandonato l’intento di proporre melodicamente le acclamazioni terminali delle letture, almeno nelle celebrazioni solenni. inizio
2. E’ vero che l’ambone è il luogo riservato alla parola di Dio. Tuttavia è anche l’unico luogo pratico dal quale dare comodamente altre comunicazioni. Infatti, nella nostra parrocchia ormai tutti coloro che devono parlare vengono all’ambone: commenti, saluti, canti, ecc. Anche il sindaco parla dall’ambone…
L’altare, l’ambone e la sede sono i luoghi santi nei quali si compie il mistero della salvezza sotto il velo dei segni. La sacralità di questi luoghi deve con ogni cura essere tutelata, per non perdere il senso soprannaturale e la fruttuosità spirituale dei misteri che lì si attualizzano. E’ allora necessario evitare ogni forma di profanazione, che subentra tutte le volte che in questi luoghi sacri si compiono atti non conformi alla natura e alla funzione propria di ciascuno di essi. Ciò può avvenire dentro o fuori della celebrazione. All’altare accedono i ministri idonei a compiere il sacrificio e a trattare il sacramento. Alla sede il presbitero presiede a nome del Signore, guidando l’assemblea con interventi sobri e pensati, secondo le indicazioni liturgiche. All’ambone il diacono e i lettori proclamano la parola di Dio, il cantore esegue il salmo responsoriale, il sacerdote vi può tenere l’omelia (che può essere tenuta anche alla sede) e si proferiscono anche le intenzioni della preghiera universale. Ogni altro intervento compromette la natura e la funzione dell’ambone stesso. Così si esprimono le normativa liturgiche vigenti: Dall’ambone si proclamano unicamente le letture, il salmo responsoriale e il preconio pasquale; ivi inoltre si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera universale o preghiera dei fedeli. La dignità dell’ambone esige che ad esso salga solo il ministro della Parola (OGMR 309). Poiché l’ambone è il luogo dal quale viene annunciata la parola di Dio dai ministri, esso dev’essere riservato per sua natura alle letture, al salmo responsoriale e all’annunzio pasquale. Tuttavia l’omelia e la preghiera dei fedeli possono essere proferite dall’ambone, per la stretta connessione di queste parti con tutta la liturgia della parola. Ma è meno opportuno che altri ascendano all’ambone, per esempio il commentatore, il cantore o direttore di canto(1). Anche fuori della celebrazione i tre luoghi sacri devono essere rispettati. Non si può usare l’altare come tavolo al quale seggono i relatori di conferenze e convegni tenuti in chiesa, né renderlo supporto di oggetti impropri, come proiettori, spartiti musicali, indumenti, ecc. Non è conveniente occupare la sede da parte di chiunque, perché non vi è altro posto nella chiesa, né salire su di essa per dare comunicazioni estranee e tenere discorsi alieni dal culto divino. E così non si deve usare l’ambone per commemorazioni, testimonianze, discorsi di circostanza, commenti ai brani musicali di un concerto, discorsi delle autorità civili, ecc. Senza una adeguata formazione liturgica e un convinto senso del sacro non sarà possibile uscire con determinazione dalla situazione attuale di crisi. Ma l’operazione potrà avere efficacia duratura soltanto se una rinnovata percezione, più sensibile al linguaggio dei simboli, unirà gli intenti pastorali del clero e di riflesso educherà la mentalità dei fedeli. Anche la rimozione di elementi classici nelle chiese storiche e talune scelte architettoniche nell’edificazione delle nuove chiese compromettono alquanto la capacità dei sacerdoti e dei fedeli nel percepire con facilità il carattere sacro dei luoghi in cui il cielo discende sulla terra e Dio si accosta agli uomini. Questo è il motivo per cui nei secoli fu realizzata sempre una qualche forma di distinzione tra l’altare e l’aula della chiesa, mediante una molteplicità di strutture: la pergula, i plutei, i cancelli, l’iconostasi, la balaustra, ecc. (OGMR 295). L’accesso facile al luogo santo, consentito a chiunque e in ogni momento, è un fatto recente e deve essere ripensato se si intende rieducare la comunità cristiana al senso sacro dell’area presbiteriale e dei luoghi celebrativi che in essa sono custoditi. inizio
3. Non tutti i sacerdoti, ma il nostro sacerdote anziano, dopo aver baciato il lezionario dice sempre questa invocazione: La parola del vangelo cancelli i nostri peccati. Ho controllato e ho visto che è effettivamente presente nell’ordinario della Messa. Qual è il significato?
La lingua latina si esprime con un ritmo facile da ritenere e
semplice da capire: Per evangelica dicta, deleantur
nostra delicta. La breve preghiera che il sacerdote recita
a voce sommessa, subito dopo aver letto il santo vangelo,
fa parte di quella devozione personale, che la liturgia prevede
in vari punti dei riti per tenere desta l’attenzione spirituale
del sacerdote. Queste orazioni sono particolarmente
frequenti nella presentazione delle offerte e come
preparazione alla santa comunione. Sono dette ‘apologie’
in quanto invocano ripetutamente quella dignità interiore,
che è tanto necessaria per celebrare con frutto il divin
Sacrificio. In particolare questa invocazione postevangelica
ci rimanda a ciò che avvenne dopo la prima omelia
pronunziata nella Chiesa, il discorso di san Pietro nel giorno
di Pentecoste. Allora, a Gerusalemme, molti si sentirono
trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli:
Che cosa dobbiamo fare, fratelli? E Pietro disse:
Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome
di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati (At
2,37-38). Quindi, l’ascolto della parola di Dio produce la
conversione e la conversione ottiene la remissione dei
peccati. Ebbene con questa formula stringata si invoca
quel perdono dei peccati, che è conseguente alla
conversione provocata dall’ascolto della parola di Dio. Si
passa direttamente dal termine iniziale, la parola del
vangelo, al termine finale, cancelli i nostri peccati,
supponendo il passaggio mediano, la conversione, che è il
frutto più autentico dell’ascolto della parola di Dio e che è
indispensabile per ottenere la remissione dei peccati. Una
formulazione più discorsiva ed esplicita dovrebbe dire: La
parola del vangelo susciti in noi la conversione, perché,
mediante la penitenza, siano cancellati i nostri peccati.
In qualche modo nella breve apologia il sacerdote invoca
per se stesso e, di riflesso, anche per tutto il popolo, i
medesimi effetti di grazia, che seguirono con tanta
abbondanza sulla piazza di Gerusalemme, dopo la prima
predicazione di Pietro. Quell’evento quindi continua
nella Chiesa, ogni volta che nell’assemblea liturgica
sono proclamate le Scritture e che per la potenza dello
Spirito Santo è offerto il dono della penitenza, che
cancella i peccati. E’ evidente che qui non si tratta di
una forma di assoluzione in senso stretto, ma di una
pia prece alla stregua dei sacramentali. inizio
4. In alcune occasioni la liturgia della parola viene drammatizzata con i ragazzi della catechesi e in certe celebrazioni si proiettano immagini e filmati. Le opinioni tra di noi sono alquanto divergenti. Che dire in proposito?
La Chiesa ha sempre celebrato la liturgia della parola
in modo che sia proclamata dalla viva voce del lettore
e ascoltata da tutto il popolo convocato. Tale modalità
ebbe i suoi primordi nella liturgia sinagogale, come ben
si attesta nelle sacre Scritture e nelle fonti antiche. Le
sacre rappresentazioni ebbero certo origine dalla
liturgia cristiana, ma non la sostituirono mai.
Indubbiamente la Chiesa assunse talune espressioni
drammatiche per impreziosire la proclamazione
liturgica, ma queste sono molto sobrie e del tutto
funzionali ad una proclamazione liturgica ancor più
nobile ed efficace. Il caso più evidente è quello della
lettura della Passione con i tre diaconi e la schola per
gli interventi corali. Anche la cantillatio può dar
maggior forza e colore alla proclamazione delle letture,
in particolare al testo evangelico. Tale modalità
dovrebbe essere più conosciuta e praticata, secondo
le proposte recepite anche nei vigenti libri liturgici (cfr.
Appendice al Messale Romano). Ora la
drammatizzazione con i suoi personaggi e le loro
movenze teatrali tende ad indebolire il senso della
presenza di Dio e ad oscurare la percezione del mistero
di Lui che parla al suo popolo. L’attenzione
dell’assemblea, infatti, è fortemente attratta dai
protagonisti umani e dalla loro gestualità. Svanisce in
tal modo il clima della preghiera e della concentrazione
spirituale, che sono elementi indispensabili della liturgia.
Anche i contenuti della parola di Dio vengono alquanto
condizionati dall’interpretazione degli attori e la loro
oggettività resa precaria. La proclamazione liturgica
invece aderisce con più precisione al testo sacro e lo
espone con sobrietà ed essenzialità. Analoga alla
drammatizzazione teatrale è la proiezione di filmati e
di immagini. In realtà la ritualità liturgica ha caratteristiche di nobiltà e di misura che non ricorrono
nella teatralità delle sacre rappresentazioni e i moduli
rituali della liturgia hanno leggi e strutture loro proprie,
affinate dalla esperienza secolare della Chiesa. Diverso
è il caso della drammatizzazione realizzata fuori della
liturgia nel contesto della catechesi e della pastorale
in genere nell’ambito dell’oratorio. inizio
__________________________
1 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Risposta a
dubbi proposti: Luogo dell’annunzio della Parola di Dio,
28 febb. 1998 in Enchiridion vaticanum vol. 17, n. 480.
![]()
![]()
© Associazione Culturale Amici della Liturgia - Via Stoppani, 3 - 38068 ROVERETO (TN) - amiciliturgia@virgilio.it |
||
|
||

