GLI ALTARI LATERALI

“Gli altari laterali in genere sono ormai abbandonati. Molti di essi comunque hanno un grande valore e fanno parte della storia e dell’arte, ma, disadorni e nudi, sono ridotti a pezzi museali, muniti anche di accurate didascalie storico-artistiche. Domando: Hanno finito la loro funzione liturgica?” Un parroco

Gli altari laterali delle chiese cattoliche hanno certamente una storia gloriosa e costituiscono un patrimonio di immenso valore teologico, spirituale e artistico. Di fatto, però, dopo il Concilio Vaticano II hanno subito i danni di una lettura riduttiva e imprecisa della normativa liturgica, che praticamente li ha del tutto esautorati dalle loro funzioni relegandoli, nel migliore dei casi, ad un ruolo museale. E’ allora necessario riprendere con serenità e sereità la giusta visione del problema.
Gli altari laterali hanno origine fin dall’antichità, quando si trattò di ospitare nelle basiliche dell’Urbe i corpi dei Martiri, tolti dalle catacombe durante le razzie barbariche. Fu allora che la ‘statio’ ai loro sepolcri per celebrarvi il divin Sacrificio avvenne dentro la basilica stessa, lì dove il Martire aveva trovato la sua nuova e protetta tumulazione. Nel Medioevo poi, soprattutto nelle grandi Abbazie, l’erezione di molti altari laterali era richiesta per la celebrazione della Messa dei numerosi monaci, che, anche per la scomparsa della concelebrazione, dovevano celebrare individualmente. Tuttavia in questo sviluppo secolare la Chiesa non perse mai, né l’unicità dell’altare, mediante il primato e la dignità sempre riconosciuti all’altar maggiore; né l’ideale unicità del divin Sacrificio, mediante la Messa solenne domenicale nelle parrocchie e la Messa conventuale nei monasteri. La Chiesa d’Oriente, invece, non rinunciò mai al costume antico rigoroso di erigere un solo altare e celebrare un’unica Divina Liturgia. Alla luce della storia, quindi, dobbiamo riconoscere senza indugi l’identità e il valore degli altari laterali. Essi, infatti, si devono considerare sotto tre importanti aspetti: liturgico, spirituale, storicoartistico.

1. L’altare laterale mantiene intatta la sua funzione liturgica ed è alquanto dannoso trasmettere ai fedeli l’idea che l’insorgere degli altari laterali sia il segno di una fase decadente e scorretta dello sviluppo liturgico. Gli altari laterali celebrano con le splendide espressioni dell’arte i mirabili frutti dell’unico Sacrificio di Cristo: i Santi e le loro opere. La loro memoria eretta in connessione con l’altare afferma che dal Sacrificio di Cristo essi attinsero la grazia della loro santità e l’efficacia della loro testimonianza. Voler privare della mensa dell’altare tali monumenti è scardinarli teologicamente dalla loro sorgente divina. La molteplicità degli altari laterali è la manifestazione visiva del prisma infinito dei frutti dell’unico Altare e dell’unico Sacrificio, Cristo Gesù. Per questo gli altari laterali non possono essere museificati, ma devono restare vivi con tutte le insegne loro proprie. Recarsi processionalmente presso l’altare del Santo di cui si celebra la festa è un uso liturgico del tutto ammesso. Può essere sempre opportuno recarsi in processione per un atto di venerazione a conclusione della Messa celebrata sull’altar maggiore. In tal modo si vede come il ruolo liturgico degli altari laterali non sia abrogato, ma possibile e arricchente. Certo in tutto ciò occorre sempre intelligenza, misura e buon gusto, per non decadere in forme devozionali eccessive, che minerebbero l’equilibrio della fede e della liturgia, non raramente condannate dalla Chiesa lungo i secoli.

2. L’altare laterale è luogo di orazione e di contemplazione. Presso di esso i fedeli entrano in comunione spirituale con la Vergine e i Santi. Per questo gli altari non possono essere lasciati desolati, senza calore e senza vita. Essi devono portare i segni della devozione: ceri, fiori, ecc. Certo senza indulgere al cattivo gusto, che si ritorcerebbe contro una buona educazione alla vera devozione. Per questo non si può abbandonare l’addobbo dell’altare a chiunque, ma deve essere costantemente monitorato da un pastore vigilante che cura veramente l’educazione alla pietà autentica dei fedeli. Ma al contempo una drastica museificazione priva totalmente gli altari laterali della loro vita, li rende estranei ai fedeli e li debilita nel loro ruolo di mediazione spirituale.

3. Infine gli altari laterali sono spesso dei capolavori d’arte. Essi vanno rispettati e tutelati. Sono un patrimonio non solo della Chiesa, ma dell’intera società. Si deve evitare abusi gravissimi, ben conosciuti in un recente passato: rimozione degli altari laterali in nome dell’unicità dell’altar maggiore; privazione della loro mensa o della predella marmorea, rendendoli mutili e inaccessibili; alienazioni delle loro croci e dei loro candelabri e di altri arredi talvolta veramente artistici e preziosi, ecc.
Per quel che riguarda la costruzione delle nuove chiese il Messale ricorda “Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l’unico Cristo e l’unica Eucaristia della Chiesa” (OGMR, 303). Naturalmente tale disposizione non esclude che vi siano altre cappelle, collegate e distinte dalla navata della chiesa, nelle quali possono essere eretti altri altari, ben definiti nella loro posizione e nel loro uso liturgico. E’ il caso della cappella feriale o quella del SS. Sacramento o di una insigne reliquia di un Santo, ecc..
Come si vede, forse è necessario ripensare alquanto l’operato dell’immediato postconcilio e, su basi teologiche, spirituali e culturali migliori e più solide intraprendere un’opera di risanamento e di maggior equilibrio, per l’edificazione del popolo di Dio. inizio

 

L’ALTARE NEI RITI DI "OFFERTORIO"

GLI ALTARI LATERALI

I CANDELABRI CLASSICI

 

 

I CANDELABRI CLASSICI

“Sono un sacrista e vorrei qualche idea sull’uso dei candelieri che un tempo adornavano tutti i nostri altari. Ora da molti anni sono in deposito e qualche servizio è purtroppo stato già venduto. Sugli altari della mia chiesa al posto dei candelieri vi sono delle ciotole con dei grossi ceri che il parroco fa accendere in certe feste. Non si potrebbero usare ancora, visto che ci sono, ed evitare che finiscano venduti quelli che ancora rimangono?” Un sacrista

Occorre considerare anche la dimensione dei candelabri e della croce dell’altare. Non è definitivo fissarsi sulle recenti piccole dimensioni, oggi divenute usuali. Infatti la croce e i ceri bassi, poco sopra il livello della mensa, esprimono certamente la sacralità dell’altare e insieme permettono la visibilità del sacerdote e dell’azione eucaristica, tuttavia non possiamo escludere la tradizione precedente dei grandi candelabri che, posti sulla mensa si slanciano insieme alla croce molto alti verso il cielo. Un altare sul quale vi è al centro la croce con ai lati i candelabri monumentali, magari ascendenti verso di essa, esprime con un’efficacia visiva e permanente la dimensione ascendente del sacrificio eucaristico. L’altare è riscattato dalla sua esclusiva forma orizzontale di mensa e diviene, nella sua spinta verticale, ara sacrificale, scala ad Patrem. Anche il sacerdote, durante la celebrazione si sente adombrato da quella monumentalità ascendente e viene attratto verso l’alto, mantenendo in lui il senso ascensionale dell’azione sacrificale, atteggiamento che non può assolutamente eclissarsi per la verità del mistero che si celebra. Credo che tale recupero possa essere fatto senza venir meno alle esigenze della celebrazione verso il popolo e così potrebbero essere rivalorizzati splendidi servizi di candelabri preziosi e storici. Si osservi inoltre che l’uso di porre la croce e i grandi candelabri sul pavimento nei pressi dell’altare, come avviene in alcuni casi, non sortisce quell’effetto di spinta verticale che si realizza solo se essi sono posizionati sulla mensa secondo la tradizione.

Fatte queste considerazioni di principio, sarà necessario tener presente il pericolo dei ladri e perciò si dovrà fornire l’altare di impianto di sicurezza o esporre questi candelabri soltanto nelle grandi feste. Certamente non si devono vendere, né confinarli per sempre in un polveroso magazzino. inizio

Chiesa Arcipretale
di San Marco Evangelista
in Rovereto (Trento)

DIALOGO CON I LETTORI

Il pensiero espresso in questa Rivista su tutte le questioni
trattate intende essere fedele al Magistero e alla
Tradizione della Chiesa. Perciò ogni difformità, che
dovesse emergere in qualche articolo o risposta, dovrà
essere corretta o comunque interpretata in modo
conforme al pensiero della Chiesa e nella comunione con
la sua dottrina e la sua disciplina. In tal senso accettiamo
volentieri osservazioni o precisazioni da parte dei lettori.

L’ALTARE NEI RITI DI "OFFERTORIO"

“Nella nostra chiesa, terminata la Messa, si toglie la tovaglia dell’altare, che rimane sempre spoglio. All’offertorio della messa domenicale si porta la tovaglia, le candele, i fiori, le coppe, il calice, le ampolline e il messale. E’ possibile? Perché non si fa così anche altrove?” Una catechista

La domanda contiene due problematiche: l’altare sempre spoglio fuori della celebrazione e la vestizione dell’altare nel rito della preparazione dei doni.
Certamente nella storia della liturgia si ritrovano anche queste due modalità, soprattutto nell’epoca antica. Quando, ad esempio l’altare era ancora di legno veniva introdotto, posto davanti all’assemblea liturgica e rivestito con la tovaglia proprio nei riti offertoriali; poi era rimosso. Il suo rimanere nobilmente spoglio, a celebrazione terminata, perdurò anche quando si ebbe l’altare fisso e monumentale. Attualmente la vestizione solenne dell’altare, portandovi la tovaglia, i candelieri e la croce, è ritualmente prevista nel rito della Dedicazione dell’altare, quando il medesimo deve prima essere asperso con l’acqua benedetta, unto col Crisma e poi rivestito e inaugurato. Stabiliti questi elementi storici e liturgici, si deve considerare come agire oggi in proposito. La liturgia si deve celebrare così come l’attuale disciplina della Chiesa prevede. Infatti è la Chiesa il soggetto e la ‘proprietaria’ della liturgia. Da ciò si deve escludere che i privati, singoli o gruppi, dispongano arbitrariamente delle leggi liturgiche. La comunità locale si inserisce in un azione di culto, la liturgia, che la supera ed è più grande delle esigenze locali dell’assemblea convocata a celebrare. Si tratta di entrare in atti che sono, a diverso titolo, di Cristo e della Chiesa in quanto tale, ed è appunto in questo universale orizzonte che la liturgia emerge in dignità ed efficacia su qualsiasi altro atto di culto personale e soggettivo. Su questa base teologica indispensabile è possibile comprendere e accettare di celebrare in modo conforme a riti stabiliti e definiti dalla Chiesa.
Non sono infatti gli atti nostri che ci salvano, ma quelli di Cristo e della Chiesa a noi offerti per purificare ed elevare un culto personale che da solo non avrebbe alcuna possibilità di penetrare nei cieli e di ottenerci la salvezza. Questo vale non solo per la sostanza degli atti sacramentali, ma per tutto il complesso rituale della liturgia, in quanto tutto l’insieme ha come soggetto Cristo e la sua Chiesa. Su questa base teologica essenziale, oggi largamente disattesa, possiamo delineare la domanda posta.

Nei riti della presentazione dei doni non si parla di preparazione dell’altare, ma di disposizione sulla mensa delle oblate. In tal senso si esprimono le rubriche del Messale e la Congregazione per il culto divino si è pure ufficialmente pronunziata:

CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Risposta al dubbio Utrum in offertorio circa i doni che si possono portare all’altare, 31 ottobre 1999, in Enchiridion Vaticanum, vol. 18, n. 1727: Nell’offertorio, alla processione dei doni, si possono portare all’altare le tovaglie per il medesimo e i candelieri? R. No.

Quanto alla preparazione della celebrazione, l’istruzione Principi e norme per l’uso del Messale romano (n. 79) stabilisce quanto segue: “L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia. Sull’altare, o vicino ad esso, si pongano almeno due, anche quattro, o sei candelieri con i ceri accesi; se celebra il vescovo della diocesi, i candelieri saranno sette”. Se ne deduce che questi preparativi non si devono differire all’offertorio.
All’offertorio (cf. il n. 49 della medesima istruzione) “Si prepara anzitutto l’altare, o mensa del Signore, che è il centro di tutta la liturgia eucaristica, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il messale e il calice, a meno che quest’ultimo non si prepari alla credenza. Poi si portano le offerte: è raccomandabile che siano i fedeli stessi a presentare il pane e il vino; il sacerdote, o il diacono, li riceve nel luogo opportuno, e li depone sull’altare, recitando le formule prescritte”. Si noti che qui nulla si dice della tovaglia da stendere.

Sant’Apollinare in Classe, Ravenna

Si fa presente che soltanto nella celebrazione del Venerdì della Settimana santa l’altare, in via eccezionale, deve essere senza ornamenti all’inizio della celebrazione (cf. Messale Romano, Venerdì nella Passione del Signore, n. 2): “L’altare sia completamente spoglio: senza croce, senza candelieri, senza tovaglie”. Dopo l’adorazione della croce, “sull’altare viene stesa la tovaglia, e viene posto il corporale e il libro” (ivi, n. 21).
La cosa è comprensibile: infatti l’altare significa la presidenza di Cristo in tutto l’arco della celebrazione, dai riti di inizio a quelli di congedo. Non avrebbe senso venerare l’altare con l’incensazione durante il canto introitale se esso si presentasse privo delle sue insegne. Ogni rito si svolge totalmente sotto la presidenza dell’altare e anche quando si volge lo sguardo all’ambone e alla sede, non deve mai eclissarsi la centralità dell’altare ‘icona’ di Cristo presente e agente. L’altare, infatti, è il solo dei tre luoghi celebrativi ad essere consacrato e costituisce in tal senso un ‘sacramentale’. Inizio