DIALOGO CON I LETTORI
Il pensiero espresso in questa Rivista su tutte le questioni
trattate intende essere fedele al Magistero e alla
Tradizione della Chiesa. Perciò ogni difformità, che
dovesse emergere in qualche articolo o risposta, dovrà
essere corretta o comunque interpretata in modo
conforme al pensiero della Chiesa e nella comunione con
la sua dottrina e la sua disciplina. In tal senso accettiamo
volentieri osservazioni o precisazioni da parte dei lettori.
L’ALTARE NEI RITI DI "OFFERTORIO"
“Nella nostra chiesa, terminata la Messa, si toglie la tovaglia dell’altare, che rimane sempre spoglio. All’offertorio della messa domenicale si porta la tovaglia, le candele, i fiori, le coppe, il calice, le ampolline e il messale. E’ possibile? Perché non si fa così anche altrove?” Una catechista
La domanda contiene due problematiche: l’altare sempre
spoglio fuori della celebrazione e la vestizione dell’altare
nel rito della preparazione dei doni.
Certamente nella storia della liturgia si ritrovano anche
queste due modalità, soprattutto nell’epoca antica.
Quando, ad esempio l’altare era ancora di legno veniva
introdotto, posto davanti all’assemblea liturgica e rivestito
con la tovaglia proprio nei riti offertoriali; poi era
rimosso. Il suo rimanere nobilmente spoglio, a
celebrazione terminata, perdurò anche quando si ebbe
l’altare fisso e monumentale. Attualmente la vestizione
solenne dell’altare, portandovi la tovaglia, i candelieri e
la croce, è ritualmente prevista nel rito della Dedicazione
dell’altare, quando il medesimo deve prima essere
asperso con l’acqua benedetta, unto col Crisma e poi
rivestito e inaugurato. Stabiliti questi elementi storici e
liturgici, si deve considerare come agire oggi in proposito.
La liturgia si deve celebrare così come l’attuale disciplina
della Chiesa prevede. Infatti è la Chiesa il soggetto e la
‘proprietaria’ della liturgia. Da ciò si deve escludere che
i privati, singoli o gruppi, dispongano arbitrariamente delle
leggi liturgiche. La comunità locale si inserisce in un
azione di culto, la liturgia, che la supera ed è più grande
delle esigenze locali dell’assemblea convocata a
celebrare. Si tratta di entrare in atti che sono, a diverso
titolo, di Cristo e della Chiesa in quanto tale, ed è appunto
in questo universale
orizzonte che la liturgia
emerge in dignità ed
efficacia su qualsiasi
altro atto di culto
personale e soggettivo. Su questa base
teologica indispensabile
è possibile comprendere
e accettare
di celebrare in modo
conforme a riti stabiliti
e definiti dalla Chiesa.
Non sono infatti gli atti
nostri che ci salvano, ma quelli di Cristo e della Chiesa a noi offerti per
purificare ed elevare un culto personale che da solo
non avrebbe alcuna possibilità di penetrare nei cieli e di
ottenerci la salvezza. Questo vale non solo per la
sostanza degli atti sacramentali, ma per tutto il complesso
rituale della liturgia, in quanto tutto l’insieme ha come
soggetto Cristo e la sua Chiesa. Su questa base teologica essenziale, oggi largamente
disattesa, possiamo delineare la domanda posta.
Nei riti della presentazione dei doni non si parla di preparazione dell’altare, ma di disposizione sulla mensa delle oblate. In tal senso si esprimono le rubriche del Messale e la Congregazione per il culto divino si è pure ufficialmente pronunziata:
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Risposta al dubbio Utrum in offertorio circa i doni che si possono portare all’altare, 31 ottobre 1999, in Enchiridion Vaticanum, vol. 18, n. 1727: Nell’offertorio, alla processione dei doni, si possono portare all’altare le tovaglie per il medesimo e i candelieri? R. No.
Quanto alla preparazione della celebrazione, l’istruzione
Principi e norme per l’uso del Messale romano (n.
79) stabilisce quanto segue: “L’altare sia ricoperto da
almeno una tovaglia. Sull’altare, o vicino ad esso, si
pongano almeno due, anche quattro, o sei candelieri con
i ceri accesi; se celebra il vescovo della diocesi, i
candelieri saranno sette”. Se ne deduce che questi
preparativi non si devono differire all’offertorio.
All’offertorio (cf. il n. 49 della medesima istruzione)
“Si prepara anzitutto l’altare, o mensa del Signore, che
è il centro di tutta la liturgia eucaristica, ponendovi sopra
il corporale, il purificatoio, il messale e il calice, a meno
che quest’ultimo non si prepari alla credenza. Poi si
portano le offerte: è
raccomandabile che
siano i fedeli stessi a
presentare il pane e il
vino; il sacerdote, o il
diacono, li riceve nel
luogo opportuno, e li
depone sull’altare,
recitando le formule
prescritte”. Si noti che
qui nulla si dice della tovaglia da stendere.
Sant’Apollinare in Classe, Ravenna
Si fa presente che soltanto nella
celebrazione del Venerdì della Settimana santa l’altare,
in via eccezionale, deve essere senza ornamenti all’inizio
della celebrazione (cf. Messale Romano, Venerdì nella
Passione del Signore, n. 2): “L’altare sia completamente
spoglio: senza croce, senza candelieri, senza tovaglie”.
Dopo l’adorazione della croce, “sull’altare viene stesa
la tovaglia, e viene posto il corporale e il libro” (ivi, n.
21).
La cosa è comprensibile: infatti l’altare significa la
presidenza di Cristo in tutto l’arco della celebrazione,
dai riti di inizio a quelli di congedo. Non avrebbe senso
venerare l’altare con l’incensazione durante il canto
introitale se esso si presentasse privo delle sue insegne.
Ogni rito si svolge totalmente sotto la presidenza
dell’altare e anche quando si volge lo sguardo all’ambone
e alla sede, non deve mai eclissarsi la centralità
dell’altare ‘icona’ di Cristo presente e agente. L’altare,
infatti, è il solo dei tre luoghi celebrativi ad essere
consacrato e costituisce in tal senso un ‘sacramentale’. Inizio
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