DIALOGO CON I LETTORI
In questo numero, abbiamo scelto, tra le domande pervenute, quelle più pertinenti al tema dell’ ‘ars celebrandi’
SEGNO DELLA CROCE CON L’ACQUA BENEDETTA
Ormai si entra in chiesa con molta disinvoltura e pochi fanno il segno della croce. Ancor meno ci si ricorda di attingere alle pile dell’acqua ‘santa’. I sacerdoti non ne parlano più. Domando: riprendere questo uso o lasciar perdere?
Il fedele entra in chiesa facendosi il segno della croce con l’acqua benedetta. Questo gesto elementare, se fatto bene e, con spirito di fede, è una bella testimonianza per tutti i presenti e un proficuo ricordo del Battesimo. Esso coinvolge l’anima e il corpo ed è l’esordio e l’epilogo di ogni vera ‘ars celebrandi’. Dal modo con cui si fa il segno della croce all’inizio della preghiera si valuta la qualità della preghiera stessa e da come lo si fa al termine di essa si verifica la sua fruttuosità. Infatti ‘chi ben comincia è alla metà dell’opera’ e ‘il valore di un uomo si riconosce veramente alla fine’ (Libro dei Proverbi). Fatto all’entrata della chiesa, il segno di croce ricorda che col battesimo il cristiano è entrato a far parte del popolo di Dio e, ripetuto eventualmente all’uscita della chiesa, invita ad essere nel mondo testimoni della vita nuova ricevuta nel Battesimo e alimentata nell’Eucaristia. Anche la conservazione in casa dell’acqua benedetta può aiutare a proseguire quel culto che si celebra in chiesa e a riconoscere nella famiglia la ‘Chiesa domestica’. inizio
L’INGINOCCHIARSI
Non tutti sono d’accordo sull’inginocchiarsi in chiesa. Qualcuno dice che il cristiano deve pregare stando sempre in piedi e nella nostra chiesa non è stato neppur previsto l’inginocchiatoio inserito nei banchi. Vi sono orientamenti su questa questione?
Lo stare in ginocchio è l’atteggiamento tipico della preghiera. Infatti, stare in piedi e star seduti sono atteggiamenti comuni ad ogni altro raduno. Solo nell’orazione ci si inginocchia. E’ necessario perciò che in ogni chiesa vi sia la possibilità di inginocchiarsi. La liturgia prevede di stare in ginocchio durante la consacrazione della Messa o anche per tutta l’estensione della prece eucaristica e prima della comunione (MRI, 3° edizione 2004, Ordinamento generale del Messale Romano, n. 43), durante l’adorazione eucaristica e nelle celebrazioni a carattere penitenziale. Anche la preghiera individuale dei fedeli, soprattutto davanti al tabernacolo, conviene sia fatta in ginocchio. Porsi in ginocchio significa esprimere l’intensa supplica e l’adorazione a Dio, che ci invita sì alla familiarità, ma ad una intimità adorante come conviene alla creatura che sta davanti al suo Creatore. Per l’equilibrio della fede non può essere ridotto il senso del mistero, dell’ineffabile, dell’adorazione e dello stupore. Dio è infinita maestà e, se ridotto alle sole dimensioni dell’uomo, non è più Dio. Anche il senso del peccato e della penitenza vengono espressi con lo stare in ginocchio. E’ bene perciò che il fedele, entrato in chiesa, sappia mettersi per alcuni istanti in ginocchio rivolgendosi al Signore con una breve orazione almeno mentale. Se la liturgia orientale non conosce questo atteggiamento, tuttavia ci è di esempio quell’inchino profondo e frequente col quale i ministri e i fedeli celebrano i divini misteri e venerano le icone. Alcune riflessioni dell’allora card. Ratzinger ci possono aiutare:
“Il gesto dell’inginocchiarsi non deve in alcun modo sparire dalla vita della Chiesa. E’ la rappresentazione fisica più penetrante della religiosità cristiana: da un lato rimaniamo eretti, guardando in avanti, sollevando il nostro sguardo verso Dio, e dall’altro ci inchiniamo al suo cospetto. ‘L’uomo non è mai così grande’, ha detto Giovanni XXIII, ‘come quando si inginocchia”. Proprio per questo ritengo che questo gesto, che è una delle forme originarie della preghiera veterotestamentaria, sia irrinunciabile per i cristiani” (RATZINGER JOSEPH, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald, ed. San Paolo, 2001, p. 374).
“E, infine, c’è l’inginocchiarsi davanti al Signore: l’adorazione. Poiché egli stesso è presente nell’eucaristia, questa ha sempre, di per se stessa, implicato l’adorazione. Benché nella sua grande forma solenne essa sia stata sviluppata solo nel medioevo, non si trattò né di un cambiamento né di un decadimento, né di alcuna altra cosa, ma solo dell’emergere fino in fondo di ciò che è presente. Difatti, se il Signore si dà a noi, accoglierlo non può che significare: inginocchiarsi davanti a lui, glorificarlo, adorarlo. E anche oggi non è affatto contro la dignità, la libertà e la grandezza dell’uomo adorarlo e glorificarlo. … Colui che noi adoriamo non è una potenza lontana. Si è egli stesso chinato davanti a noi, per lavare i nostri piedi. Ed è questo a rendere libera e lieta la nostra adorazione, a riempirla di speranza, poiché noi ci inchiniamo davanti a colui che si è egli stesso inchinato, poiché ci inchiniamo nell’amore, che non rende schiavi, ma che trasforma” (RATZINGER, J., Il Dio vicino, L’Eucaristia cuore della vita cristiana, Ed. San Paolo, 2003, p. 119-120). inizio
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I FIORI IN QUARESIMA.
Il Calendario liturgico prescrive che nel tempo di
Quaresima non vi siano fiori sull’altare, ma in molte
chiese non si osserva questa regola e non è facile
osservarla, perché basta un funerale per riempire la
chiesa di fiori e lasciarceli per parecchi giorni. Come
si deve comportare un buon sacrista?
ALCUNI SACRISTI.
Per osservare con convinzione e con frutto una disposizione liturgica è necessario comprenderne le motivazioni. La Quaresima è il tempo del ‘deserto’. In esso si celebra sia il digiuno del Signore nei quaranta giorni di deserto, sia il faticoso cammino del popolo eletto nei quarant’anni di deserto verso la terra promessa. Così anche il popolo cristiano intraprende ogni anno un nuovo itinerario penitenziale, salendo ‘il santo monte della Pasqua’. Il ‘deserto’ è quindi l’ ‘icona’ della Quaresima. Per questo la tradizione liturgica dispone di creare visibilmente l’austerità del tempo, togliendo i fiori dalla chiesa. Occorre naturalmente operare il passaggio dal simbolo visibile allo spirito interiore: dal ‘deserto’ dell’ambiente, all’austerità di un regime di vita penitenziale. Purtroppo oggi vi è una mentalità ‘spiritualista’, che non dà sufficiente attenzione alla corporeità e in tal modo la liturgia è ridotta alla sola parola, senza il supporto vario e ancor più eloquente dei simboli. Bisogna ritornare a dar credito al linguaggio simbolico e ridurre l’eccessiva pressione della parola che sta travolgendo le nostre liturgie. Certo, non basta togliere materialmente i fiori, occorre al contempo far ricorso al buon gusto e all’intelligenza creativa. Vi è una eliminazione solo ‘rubricistica’, e vi è una disposizione dell’altare e di tutta la chiesa, che pur senza ornamenti floreali, sa far risplendere l’ambiente sacro di una nobile semplicità e sa suscitare il fascino dell’essenzialità. Non si tratta allora di applicare freddamente delle regole, ma di interpretare al meglio la ‘lettera’ e lo ‘spirito’ delle disposizioni liturgiche. In caso di esequie o altre occasioni in cui si portano in chiesa molti fiori, questi si possono trasferire, terminato il rito, al cimitero o in altri luoghi sacri, dove normalmente non si celebra. Comunque le soluzioni si trovano sempre, a condizione di essere determinati ad offrire alla propria parrocchia una chiesa mantenuta sempre conforme alle esigenze dei diversi tempi dell’Anno Liturgico. L’appropriata osservanza dell’assenza dei fiori consente di dare risalto alla domenica mediana, la IV domenica di Quaresima, detta ‘Laetare’. In essa l’avvicinarsi della Pasqua suscita una speciale letizia, che si esprime nel colore liturgico rosaceo, nel suono dell’organo e in un misurato addobbo floreale dell’altare. Questa ‘mistica aurora’, che si scorge all’orizzonte ed è espressa da un ambiente liturgico realizzato con intelligente amore, infonde nei fedeli, educati al linguaggio della liturgia, un dolce sollievo spirituale, che fa’ già pregustare la finalità pasquale della penitenza. Solo con questo impegno e a prezzo di questa cura diuturna un sacrista può trovar nuovo entusiasmo nel suo servizio. Invece, nel grigiore anonimo di un perenne ‘ordinario’, il sacerdote, il sacrista e l’intera comunità si espongono ad un tono spirituale spento e si trascinano in un cammino liturgico incolore. inizio
L’USO DEI PARAMENTI PREZIOSI
Ogni anno, nel fare le pulizie pasquali, abbiamo modo di contemplare la bellezza e la ricchezza di alcuni paramenti preziosi della nostra chiesa. Sono bellissimi! Comunque ci adoperiamo affinché siano ben custoditi. Ma perché non si possono più usare? Sono stati aboliti? ALCUNI SACRISTI.
Lode ai nostri sacristi per la cura di paramenti tanto belli che impreziosiscono le nostre sagrestie! Purtroppo molti pezzi di grande valore artistico e spirituale sono stati lasciati deperire, altri smontati per fare casule moderne, comunque abbandonati e non più usati. Il Concilio, come si vorrebbe far passare, non ha nel modo più assoluto comandato o consigliato l’abbandono dei paramenti storici, anzi ne ha sollecitato il restauro e la conservazione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (SC 126). Il Concilio Vaticano II si pronunzia con chiarezza in merito quando afferma: “…la santa Madre Chiesa fu sempre amica delle arti liberali, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far si che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali…” perciò “con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e bellezza al decoro del culto…” (SC 122). È vero anche che il Concilio offre pure un criterio per confezionare gli abiti liturgici nuovi: “Nel promuovere e favorire un’arte autenticamente sacra, gli ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti” (SC 124). La nobile semplicità non significa pauperismo, minimalismo e mediocrità, ma piuttosto l’opposto. Gli abiti liturgici devono essere nobili nella qualità dei materiali, nelle forme e nell’ornato. Non più prodotti seriali a basso prezzo e con fogge dozzinali e sommarie, ma abiti di qualità e spessore artistico. Certo il gusto odierno è incline alla ‘verità del segno’ per cui i paramenti devono essere conformi alla loro natura di abiti che rivestono degnamente i ministri sacri, consentendo lo svolgimento funzionale dei riti e al contempo elevando la dignità del gesto e del portamento sacro. Occorre perciò un gusto specifico e una attenta formazione liturgica sia per confezionare come per scegliere un campionario di valore. Forse è giunto il tempo di dotare le nostre sagrestie di apparati veramente nobili, che per la loro proprietà possano varcare le mode passeggere ed essere ancora apprezzati e usati dai posteri. In tal modo si spende bene e si crea buon gusto e cultura liturgica elevata. In questo orizzonte i paramenti antichi, non solo ci mettono in comunione con le generazioni cristiane che ci hanno preceduti, dimostrando il genio artistico dei secoli e proclamando la continuità con la Liturgia di sempre, ma ci sono maestri in ordine alla proclamazione del primato di Dio nella Liturgia. Essi affermano l’altissima dignità del ministro sacro, soprattutto quando in timore e tremore accede all’altare e compie il Sacrificio, agendo in persona Christi. Una visione riduttiva del sacerdote, come semplice animatore di assemblea, immette disagio nell’assumere e nel portare i paramenti preziosi. Solo se si riprende il senso sacro dello stare alla presenza del Mistero e dell’incedere adorante nel santuario della Divina Maestà - dimensioni necessarie della liturgia, che tuttavia hanno subito oggi un forte oscuramento - si potrà comprendere e utilizzare nuovamente il complesso dei paramenti classici. È allora necessario verificare lo stato della loro conservazione e assicurare il necessario restauro e la salubrità del luogo di deposito. Ma occorre anche riprendere effettivamente il loro uso nella liturgia. Non sono, né sono mai stati, abiti quotidiani, ma paramenti per le celebrazioni solenni. Ed ecco che la Settimana santa, il Triduo pasquale, le domeniche di Pasqua e le solennità dell’Ascensione e di Pentecoste sono giorni quanto mai propri per indossare questi apparati e far percepire al popolo cristiano la grandezza dei misteri celebrati e anche l’alto tenore della fede dei nostri padri e della storia religiosa delle nostre comunità, anche piccole. I parroci hanno in questo settore una peculiare e delicata responsabilità. Da essi dipenderà la formazione di sacristi aperti a questi valori e capaci di assolvere al loro impegno. Ma anche la competenza, la convinzione e l’entusiasmo di molti sacristi potrà risvegliare nei loro parroci una maggiore attenzione verso un patrimonio che è del popolo di Dio e che richiede non detrattori, ma buoni amministratori. Dobbiamo infine ricordare che le opere d’arte delle nostre chiese costituiscono un ‘ponte missionario’ per l’annunzio evangelico ai non credenti e agli indifferenti, mediante quel linguaggio della bellezza, dal quale tutti ne ricevono fascino ed edificazione. Si potrebbe, infine, anche obiettare che la Chiesa deve essere povera. È vero, ma tale povertà va esercitata inanzitutto nella vita personale e familiare dei cristiani e anche in quella pastorale e istituzionale della comunità. Ma la liturgia e il suo decoro vanno curati con la massima proprietà fino all’ultima spiaggia, quando a malincuore, come in taluni frangenti della storia della Chiesa, si dovette soccombere alla necessità. La casa di Dio è l’ultima che va spogliata, dopo averlo fatto con le nostre case. Così ci insegnano i Santi, in particolare il santo curato d’Ars. Oggi, invece, è subentrato un corto circuito: si è impoverito il culto e le chiese in nome di quella povertà e attenzione al povero, che doveva essere assolta dal regime della nostra vita privata, tanto ingombra di consumismo e materialismo. inizio
LA QUINDICESIMA ‘STAZIONE’ DELLA VIA CRUCIS
Ormai da molte parti nel pio esercizio della Via crucis si aggiunge una quindicesima “stazione”, quella della risurrezione. È una nuova disposizione? Se sì, la si deve ormai applicare?
UN GRUPPO DI MINISTRI STRAORDINARI DELLA LITURGIA
Il costume è diffuso e pochi si interrogano sulla sua opportunità. Occorre allora far chiarezza. Si deve distinguere tra il pio esercizio della Via crucis celebrato nel tempo di Quaresima, da quello celebrato negli altri tempi dell’Anno Liturgico. In Quaresima la Chiesa sospende i diretti richiami liturgici alla risurrezione – l’alleluia, il Gloria in excelsis, il vangelo della risurrezione nell’ufficio vigiliare del sabato – per far convergere l’attenzione sul versante della Passione e della penitenza e creare nei fedeli il necessario distacco in vista di una più gioiosa ripresa di questi stessi elementi nella solennità di Pasqua. È quindi contrario alla natura del tempo di Quaresima, ed è difforme dalla pedagogia liturgica della Chiesa, concludere la Via crucis col fatto della risurrezione. Quella logica che presiede alle normative liturgiche quaresimali, deve ricorrere con altrettanta coerenza anche nei pii esercizi del tempo, in primo luogo la Via crucis. In Quaresima quindi non si proclama il Vangelo della risurrezione, né si anticipa il mistero della gloria con acclamazioni, canti e preghiere che lo esprimono. È invece conforme alla liturgia che l’orazione finale della Via crucis abbia un richiamo all’attesa della risurrezione, orientando ad essa, come frutto della partecipazione alle sofferenze della passione di Cristo. Negli altri tempi liturgici, invece, è bello e anche logico concludere la Via crucis con la proclamazione della risurrezione. Tuttavia questa non costituisce una quindicesima “stazione”. Infatti, la risurrezione è lo stato finale, insuperabile e permanente di Cristo Risorto e che avranno in sorte anche quelli che sono di Cristo. Non è quindi uno stadio intermedio e transeunte, come è nella natura delle varie ‘stazioni’, soste continuamente superate dalle successive, fino al traguardo, che non è una ‘statio’, ma un termine. L’annunzio della risurrezione rappresenta allora il vertice della Via crucis, come il Magnificat lo é dei vespri. Non un momento di passaggio, quale esprimerebbe la forma di una ‘stazione’, ma il gran finale e il compimento. Concludendo possiamo dire che in nessun caso è giustificata l’aggiunta di una quindicesima “stazione”, ma, se in Quaresima la meditazione si arresta necessariamente alla sepoltura del Signore (14° stazione) nell’attesa della Pasqua, fuori della Quaresima conviene certamente celebrare il glorioso evento della risurrezione con la proclamazione solenne di uno dei vangeli della risurrezione. Ciò potrebbe avvenire anche con solennità, creando un significativo stacco rituale, usando l’Evangeliario e salendo all’ambone. Si ricordi anche il valore simbolico del numero quattordici. Esso è il doppio di sette, simbolo di perfezione e conferisce in tal modo alla Via crucis la nobiltà di quella pienezza che è propria del Sacrificio unico e perfetto del Redentore. Questo procedimento è presente sia in talune strutture letterarie bibliche, come in composizioni tipiche di originali riti liturgici. inizio
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