CARATTERE SACRIFICALE DELLA DIVINA EUCARISTIA 1. IL RIFIUTO DELLA NOZIONE DI “SACRIFICIO”

FABIO BERTAMINI

Vogliamo porre l’attenzione su alcune tendenze presenti nella riflessione teologica contemporanea tese a relativizzare o a rigettare il carattere sacrificale della divina Eucaristia. Cercheremo di andare alle radici di questo atteggiamento e di analizzarlo alla luce  della Rivelazione. Si tratta, infatti, di un punto quanto mai essenziale per la vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, coerentemente a tutta la Tradizione Apostolica, non ha tralasciato di ricordare che il sacrificio eucaristico è «fonte e apice» di tutta la vita cristiana. In esso i fedeli  «offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica»[1].

 

i fedeli  «offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa

così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione,

compiono la propria parte nell’azione liturgica»

 

Una corretta comprensione della dimensione sacrificale del mistero eucaristico è stata più volte auspicata dalle dichiarazioni del magistero degli ultimi Pontefici. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia osserva che oggi «spogliato del suo valore sacrificale, il mistero viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un qualsiasi incontro conviviale fraterno» (n. 10). Analogamente, l’istruzione Redemptionis Sacramentum ricorda che «l’ininterrotta dottrina della Chiesa sulla natura non soltanto conviviale, ma anche soprattutto sacrificale dell’Eucaristia va giustamente considerata tra i principali criteri per una piena partecipazione di tutti i fedeli ad un così grande sacramento» (n. 38).

Tuttavia, pur a fronte di insistenti richiami magisteriali, la nozione di sacrificio è diventata quasi del tutto estranea al pensiero di non pochi teologi e liturgisti e fatta oggetto di numerosi punti critici. «Restano ancora vive ovunque le vecchie posizioni dell’illuminismo: accusa a priori di magia e di paganesimo, sistematiche opposizioni tra rito ed ethos, concezione di un cristianesimo che si libera dal culto ed entra nel mondo profano»[2].

Non si può nascondere, inoltre, che anche in alcuni ambiti della teologia cattolica si è fatta ormai strada la convinzione di Lutero «per il quale parlare di sacrificio è il più grande e spaventoso errore, è una maledetta empietà»[3].

Ben si capisce come nella teologia eucaristica sviluppatesi dopo il Concilio Vaticano II, e quindi dopo l’apertura al dialogo ecumenico, tutt’altro tipo di domande venissero in primo piano rispetto alle questioni connesse alle teorie sacrificali.  Da una parte bisognava innanzitutto ripensare il modo in cui l’obiezione principale di Lutero,  secondo cui la messa non sarebbe affatto una forma di sacrificio,  potesse essere accolta in un contesto ecumenico, visto che altrimenti la Chiesa presenterebbe un’offerta di efficacia riconciliatrice oltre il sacrificio della croce, che ha un carattere unico. Questo però urterebbe contro ogni priorità della grazia.  D’altra parte, nel dialogo ecumenico bisognava gettare un ponte verso una possibile interpretazione sacrificale della messa. Qui si ricorse innanzitutto, quale possibile áncora di salvezza, al fatto che il Concilio di Trento, tanto nei testi della sua redazione finale quanto nei dibattiti che li avevano preceduti, dava una rilevanza fondamentale all’unicità del sacrificio della croce. Si poté appurare con sollievo che il Concilio di Trento non parlava di una ripetizione del sacrificio della croce, ma della sua «memoria» e «repraesentatio». Di qui discendeva da un lato la tesi di un’identità essenziale del sacrificio della messa con il sacrificio della croce e, al tempo stesso, la loro accidentale differenza sul piano sacramentale […].  In questo modo scompariva quasi all’improvviso dalla quotidianità della teologia ogni riferimento alla «destructio» o alla «mactatio» nel senso realistico del sacrificio. Veniva in primo piano il carattere conviviale della messa e con questo anche la domanda se il sacrificio non accadesse proprio nella «communio» […]. Con sorprendente rapidità l’espressione «sacrificio della messa», nella teologia postconciliare era stata sostituita da altre denominazioni, principalmente attraverso «eucaristia»[4].

Oggi però, pur ancora in un contesto di sospetto o di rifiuto, le discussioni intorno alla nozione di sacrificio stanno per tornare sorprendentemente vive, sia da parte cattolica che protestante. «Si avverte che in un’idea che ha sempre occupato, sotto molte forme, non soltanto la storia della Chiesa, ma la storia intera dell’umanità, vi deve esserci l’espressione di qualche cosa di essenziale che riguarda anche noi»[5].  (CONTINUA)

 

[1] LG 11.

[2] J. Ratzinger, «La teologia», Il sacrificio rimosso in questione.

[3] J. Ratzinger, «La teologia», Il sacrificio rimosso in questione.

[4] J. Wohlmuth, «Interpretazioni», 15-16.

[5] J. Ratzinger, «La teologia», Il sacrificio rimosso in questione.

 

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